É vero, Sebastiano Vassalli mi disse: «Lei Grella dovrebbe scrivere, ma solo per far ridere». Io non lo presi come un complimento, anzi forse mi offesi anche un po'. Da quel giorno del 1978 sono passati tanti anni, poi lo scorso anno Vassalli venne a mancare e proprio al suo "funerale laico" nel cortile dell'Arengo del Broletto a Novara, mentre ascoltavo le parole degli oratori ufficiali, pensai a come avrebbe potuto raccontare Vassalli il suo funerale. Mi vennero in mente quelle sue bonarie parole che mi rivolse quando ero uno suo studente al Liceo artistico Statale di Novara. Di lui mi piaceva molto l'ironia ma, immodestamente, credo che anche a lui piacesse la mia. In quel giorno di luglio dello scorso anno ho pensato che avrei dovuto scrivere la storia di quella scuola incredibile, di quegli studenti irresistibili, in quegli anni irripetibili. Ora la storia l'affido a Voi, l'ho scritta per divertirmi e spero di averlo fatto come sarebbe piaciuto a Sebastiano Vassalli, mio indimenticabile professore di italiano, quasi un ringraziamento per quelle belle parole.

Novara, aprile 2016 

Non è questo che volevo dirvi

 

  1. Il liceo in un teatro

  2. Lotta di classe

  3. Dal Feng Shui al Gruppo 63

  4. Biennali e Triennali

  5. L’Avvelenata

  6. Rinascimenti cronici

  7. Badiate di cultura

  8. Les paysans a Paris

  9. Come frutti maturi

  10. Non è questo che volevo dirvi



Pagina 3 1.Il liceo dentro a un teatro

Potrei dirvi che il liceo era nel retro di un teatro. Anzi per essere precisi era nel retro dell'unico vero teatro cittadino. Era, ed è ancora, un teatro storico e nei locali retrostanti che si affacciavano sulla più grande piazza della città era ospitato il liceo artistico, l'unico argomento del quale posso fare un certo sfoggio di conoscenza senza sfigurare troppo. Come eravamo capitati lì? Io ci capitai il primo di ottobre del 1973. Io non ero però un capellone come dovevano essere tutti gli altri studenti (almeno così si diceva), io avevo frequentato una scuola media insopportabilmente seria, intitolata ad un eroe della Prima Guerra Mondiale e la Signora Preside si sosteneva con un bastone perché la Grande Guerra l'aveva vista dal balcone di casa, anzi un pezzo del balcone gli finì proprio su un piede e così le fecero una bella scarpa di cuoio con il rialzo tanto che noi bambini la chiamavamo la sciancata, anche se proprio a voler essere pedici, “sciancata” dovrebbe essere colei che ha perso l'uso di un'anca, ma di questo passo il racconto diventerebbe troppo lungo. Il primo giorno di scuola mia mamma, l'Angelica (sostantivo e non aggettivo), cercò di farmi indossare i calzoni corti come avevo fatto fino alla terza media, ma per una volta ebbe compassione di me e così il primo giorno di liceo artistico mi presentai con un bel paio di pantaloni Facis. Facevano veramente pietà ma io non lo sapevo perché abitavo oltre alla ferrovia dove un paio di pantaloni Facis erano lusso sfrenato. Comunque sia, il primo di ottobre arrivai davanti alla porta del liceo alle sette e trenta. Ero il primo e l'unico. Gli altri arrivarono tutti alle sette e quarantacinque che era un'ora più consona per chi abitava "su in città". Chissà perché ma solo i poveretti arrivano sempre in anticipo ovunque: alla stazione, al ristorante, all'aeroporto (all’aeroporto i poveretti ci vanno meno). Mio nonno Giovanni diceva che hanno paura di perdere il posto. Anch'io avevo paura di perdere il posto al liceo artistico. All'Angelica non dispiaceva che andassi all'artistico mentre papà Renato diceva che una scuola valeva l'altra e che l'importante nella vita erano le raccomandazioni. Quindi ero in una botte di ferro, ora bisognava però non perdere il posto come diceva mio nonno Giovanni. Alle otto suonò la campanella, mi tocca dirlo per esigenze narrative, ma in realtà non suonò un bel niente; arrivò sulla porta a vetri, sotto il porticato laterale del teatro, un bidello che ci disse che dovevamo entrare e così iniziò il primo giorno di scuola. 

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Il piano terra era occupato da un enorme stanzone vuoto che somigliava molto al Convivio oratoriale del mio quartiere salvo che per un particolare: per terra c'era una moquette blu scuro. Tra le tante cose che nella mia vita non avevo ancora visto c'era la moquette. Beh certo ne avevo sentito parlare, questo sì, ma vederla stesa sotto i miei piedi e doverci camminare sopra, questo non mi era ancora capitato. Nel mio quartiere oltre la ferrovia nelle case c'erano le mattonelle di grisaglia e il “serizzo” che quando cadevi ti spaccavi un labbro o almeno ti insanguinavi un ginocchio. Qui sulla moquette mi sentivo davvero al sicuro anche se non sapevo bene se entrare visto che fuori piovigginava e avevo le scarpe bagnate, in questi casi l'Angelica mi avrebbe fulminato e costretto alle pattine (visto che poi la "galera" per lustrare la grisaglia con la cera la doveva tirare lei). Ma questo era un altro mondo ed io avrei dovuto abituarmi un po' alla volta a tutte questi nuovi modi di fare.

Il primo giorno incominciò con una lezione di figura disegnata. Sedeva in cattedra un famoso artista della città che per me non era affatto famoso e se vogliamo essere precisi fino in fondo non sedeva nemmeno in cattedra, ma era appoggiato ad un cavalletto da pittore in un angolo della sala foderata di moquette blu. La sala era un luogo affascinante una via di mezzo tra la “Juilliard School” di New York City e un Circolo del Proletariato Giovanile della Bovisa, solo che io non sapevo cosa fossero né la “Juilliard School”, né il “Circolo del Proletariato Giovanile” a me sembrava solo un bel posto e continuai ad esse abbagliato dalla moquette per mesi e mesi. Il professore (che avrei dovuto abituarmi a chiamare docente), si chiava Bruno Lander e non aveva la giacca e la cravatta ma un maglione alla dolcevita blu come la moquette che provocò nella mia mente confusa delle strane associazioni che poi qualcuno mi disse che sarebbero state pane per i denti di un tale Dr. Freud. Ma io non conoscevo nemmeno lui. La caratteristica della sala, oltre alla moquette blu, era costituita dal fatto che fosse qualcosa di molto diverso da un aula scolastica; era cosparsa di cavalletti per la copia dal vero, sulla moquette erano posizionati parallelepipedi di varie dimensioni ma soprattutto nella sala facevano lezione più classi contemporaneamente e, naturalmente, di materie diverse. Mentre io ero imbambolato ad ascoltare Bruno Lander, sentivo in sottofondo le spiegazioni del Professor Paolo Faustino Belletti, detto il Maestro; veramente il professor Belletti che più che spiegare, cantava. Era un melomane incallito e un poeta mancato; a dire il vero era mancato un po' in tutto, ma era convinto di essere esattamente tutto quello che non era. In un altro angolo della sala teneva banco Stefania Lalla De Ambus detta Lalla. 

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Nel sovrapporsi delle parole di Lander, delle romanze di Belletti, non riuscivo a capire quale materia stesse spiegando. In realtà non stava insegnando nessuna materia poiché non era un'insegnante, Lalla era la rappresentante del “Movimento Studentesco” ed era lei che spiegava agli insegnanti cosa andava e cosa non andava nel liceo.

A me sembrava di essere capitato nel posto sbagliato che poi da un'ottica diversa mi sembrava essere il posto giusto, ma abituato alla scuola media-lager dalla quale provenivo, mi trovavo ad essere in uno stato di totale confusione mentale. Avete presente quando si sale una scala e si pensa di dover fare l'undicesimo gradino mentre i gradini sono dieci? Ecco io mi sentivo così.

Nella sala blu, la chiamo così per comodità ma anche perché mi ricordava più un hotel des alienés che una scuola, ci rimasi per circa due mesi. Di quei giorni ricordo altre due cose, oltre al colore della moquette: i vestiti dei compagni di scuola, i suoni delle parole. Era evidente che i pantaloni Facis li avessi solo io; quel che è peggio è che avevano un motivo pied de poule che secondo i canoni estetici dei miei genitori era molto adatto, non solo per frequentare un liceo, ma sopratutto ad andare “su in città”, vale solo la pena di ricordare che la città della pianura ha una parte bassa (dove stanno i poveri), e una parta alta (dove stanno i ricchi), che non si tratta poi di una grande invenzione. I miei compagni di liceo erano quasi tutti ricchi e rigorosamente vestiti da poveri, mentre i pochi poveri cercavano di vestirsi da ricchi. Erano le contraddizioni della società, mi spiegarono in seguito. Gli oggetti di culto erano l'eskimo, il montgomery e il loden. Lalla indossava un eskimo verde di tre taglie più della sua, il professor Monia, barbuto radical-chic (stavo imparando una sacco di parole nuove), oltre ad un sigaro Habana in bocca, indossava un montgomery; lui metteva i giornali in tasca col titolo del giornale in bella vista (l'Angelica non mi permetteva nemmeno di mettere le mani congelate nelle tasche del paletot). Di quei giornali conoscevo solo "l'Unità" che mio padre diceva che era meglio non leggere visto che lui era stato cacciato dall'aeronautica proprio perché suo padre leggeva l'Unità, boh cose misteriose della famiglia che non capivo bene. Gli altri giornali che spuntavano dalla tasca erano molto misteriosi: "Servire il popolo", "Il Manifesto", "Lotta Continua". Io a casa avevo visto per anni il nonno Giovanni leggere "La Gazzetta del Popolo" dove si parlava sempre di donne di Torino che volavano giù dal terzo piano pulendo i vetri o persone che cadevano sul selciato ghiacciato. 

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Sui giornali che spuntavano dalla tasca del professor Monia invece si leggevano titoli con parole che non avevo mai sentito come, "lotta di classe”, “autogestione”, “autonomia operaia”Erano parole da eskimo e non da pantaloni Facis. Poi c'era chi portava il loden. Un cappotto verde leggermente scampanato sul fondo che veniva dal Tirolo. Di solito lo indossavano i professori di matematica e qualche studente che però veniva subito sospettato di essere un "fascista" anche se mio nonno Giovanni mi aveva sempre detto che i fascisti vestivano in "orbace" e con la camicia nera. Insomma ero in preda anche

ad una certa confusione stilistica, oltre a tutto il resto.
A casa L'Angelica e il Renato mi chiedevano come andava la scuola, ma soprattutto mi chiedevano cosa imparavo. Io avevo difficoltà a rispondere semplicemente perché non sapevo cosa stessi imparando e non erano tempi in cui avrei potuto rispondere che quel mese di ottobre avevamo imparato a “socializzare”; di sociale allora c'era il cinema del paese vicino e la “previdenza”, per il resto l'aggettivo “sociale” era pressoché sconosciuto, almeno per quelli che non erano soggetti sociali consapevoli. Restavo sempre nel vago, citavo dei nomi e raccontavo più che altro dei miei compagni di classe, per meglio dire solo di alcuni di loro, quelli più vicini al mio modo di essere. La classe era piuttosto variegata e si poteva distinguere in tre sottocategorie: gli estrosi, i razionali e i residuali. Gli estrosi erano, naturalmente i più convinti, avevano generalmente mamme bionde o con i capelli tagliati alla maschio; arrivavano al liceo in due modi o con la bicicletta da corsa oppure accompagnati dalle madri con l'auto. Spesso suonavano la chitarra, avevano i jeans stinti abitavano entro la cerchia dei bastioni e al pomeriggio si ritrovavano in pasticceria o a casa di uno o dell'altro. Sarebbero diventati i futuri insegnanti ma anche artisti, galleristi, stilisti. Alla seconda categoria, i razionali, apparteneva più d'uno con indosso un loden; addirittura uno aveva un berretto di loden come il cappotto e alle manifestazioni conduceva il corteo urlando dentro un microfono delle parole in francese che pare si dicessero nel Sessantotto. Questi sono diventati tutti architetti, sovrintendenti, assessori e/o galeotti. Per i residuali si fa presto eravamo Franz ed io; dei residuali non c'è da dire un gran che, tranne che eravamo capitati lì da un altro mondo non si sa perché né per fare che cosa. La classe era poi composta da maschi e femmine ed era proprio tra le femmine, che erano la maggioranza che si poteva fare una distinzione in sottogruppi piuttosto precisa: le Belle e maledette, categoria alla quale aspiravano appartenere tutte, le Consapevoli del proprio ruolo e le sorelle Materassi. Le Belle e maledette erano il nucleo più nutrito. Avevano fasce in testa come chi ha l'emicrania, le gonne a fiori che io avevo visto solo sull'ottomana di mia zia Fedora, certe avevano gli occhiali con le lenti rotonde e con la montatura di osso. 

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Sui capelli si potrebbe scrivere un trattato ma per risparmiare tempo si può dire che di solito erano lunghi e mossi. Le Belle e maledette usavano farsi lo chignon fissandolo con una matita Koo-I-Noor o con una “miretta”. Quando lo dissi all'Angelica dovetti spiegare dettagli tecnici e cioè che la Koo-I-Noor non era il diamante conservato nella Torre di Londra, ma una marca di una matita da disegno e che la “miretta” era una bacchetta con due occhielli metallici di diversa forma alle estremità che serviva a modellare la creta.

Ormai ero nel mondo dell'arte e non sapevo quanto quei due poveri genitori appena alfabetizzati avrebbero potuto capire del mondo dell'arte, delle “mirette” e della Koo-I-Noor. Mio padre disse che quei nomi gli facevano pensare che sarei rimasto disoccupato. Ma si sa i genitori tendono sempre a drammatizzare. Dopo le belle e maledette, c'erano le Consapevoli del proprio ruolo. Queste parlavano solo con un megafono davanti alla bocca, invece della manovella della macchina per la pasta giravano la manovella del ciclostile giorno e notte anzi soprattutto di notte perché al mattino c'era il “volantinaggio” che io pensavo fosse un piccolo volante come quelli delle automobiline a pedali del Parco dei Bambini. Le Consapevoli non avevano pietà per nessuno, parlavano solo di Vietnam, di picchetti, di donne violentate e volevano che i ragazzi si tagliassero il pisello. Anche mia nonna Fedora voleva tagliarmi il pisello quando facevo la pipì fuori dal vasino, ma suppongo che il senso fosse leggermente diverso. Infine c'erano le Sorelle Materassi, che erano solo due, Ragni Desirée e Ragni Evelina; le battezzò così il mio compagno Franz perché diceva che le ricordavano due sorelle della televisione che non trovavano marito. C'erano poi altri tre maschietti ma in un simile pollaio avevano poco da fare il galletti.

Dopo il primo mese di scuola avevo la testa piena di confusione. Mi ero abituato alla moquette blu ma meno alle persone che ci camminavano sopra. Le lezioni si alternavano e cominciavano a complicarsi le cose. Nell'ora di figura disegnata il professor Lander posizionava La dama col mazzolino del Verrocchio al centro dell'aula e noi in cerchio seduti sugli sgabelli con una tavoletta sulle gambe copiavamo. Disegnare non è un'operazione semplice, richiede attenzione, osservazione, razionalità e culo. Io ammetto che sono sempre stato carente dell'ultima caratteristica (e della modestia). 

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I più fortunati si trovavano a sedere in modo da vedere il calco della dama di profilo, altri, meno fortunati la vedevano di fronte, mentre i disgraziati, oltre a trovarsi sotto un cornicione durante un terremoto o sulla traiettoria di una saetta, potevano anche trovarsi a vedere la dama del mazzolino di tre quarti. Mi è andata bene con terremoti e con le saette ma, cascasse il mondo, io mi beccavo dame coi mazzolini, discoboli, nike, dioscuri e la classicità intera sempre di tre quarti. Il professor Lander portava sempre dolcevita o foulards, qualche volta un laccetto alla J.R. (noto personaggio della Tv della serie Dallas di qualche anno dopo), che io avevo visto solo in qualche western al cinema dell'oratorio. Forse era un vezzo d'artista, mio papà diceva che era un cretino. Ma il Renato e l'Angelica non capivano d'arte, loro avevano passato la vita in fabbrica erano di quelli per cui l'arte sta nei musei, mentre in questo caso ero io dovevo imparare l'arte e, viene da sé, metterla da parte. Possibilmente dove non la si trovasse più. Comunque la prima copia dal vero della Dama col mazzolino, fu davvero una catastrofe estetica ed umana. Il professor Lander mi fissava traguardando sopra i piccoli occhiali che inforcava e mi disse che non si poteva disegnare con un chiodo facendo riferimento alla durezza della mina della matita. Il disegno era raccapricciante. L'impostazione generale era tellurica, la prospettiva aberrata, le proporzioni fuori misura, l'espressività repellente, il segno improponibile. Insomma avevo cominciato bene. Il professor Lander mi disse che se Verrocchio avesse avuto me come allievo, anziché Leonardo da Vinci, il Rinascimento non sarebbe mai fiorito. A casa non dissi nulla eppure quel giorno fu difficile mangiare la minestra di fave dell'Angelica e doversi tenere dentro l'umiliazione di aver potuto far fallire il Rinascimento italiano ancor prima che vedesse la luce.

Per fortuna non c'era solo il professor Lander. Il corpo docente era quanto mai variegato. Nella prima settimana di scuola avemmo a che fare anche con il famigerato professor Monia (quello del sigaro Habana e del montgomery). C'è da dire che un tempo a scuola si entrava subito nel vivo, non essendo epoca di test di ingresso o di indagini sulle inclinazioni degli alunni. Potrei dire, parafrasando Snoopy che era una mattina “buia e tempestosa” quando il professor Monia con giacca sahariana verde (quella che indossavano Ernesto Che Guevara e Giangiacomo Feltrinelli), sigaro Habana tra le labbra, si sedette su un trespolo nella sala con la moquette blu e ci fissò come faceva il professor Pavlov con le sue caviette. Io ero in prima fila, seduto per terra sulla moquette blu con le gambe incrociate e con i miei pantaloni Facis. 

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Il professore depose per terra i seguenti oggetti: una penna stilografica Montblanc Masterpiece nera e di dimensioni smisurate (anch'io avevo una penna stilografica ma era un'Aurora di madreperla bianca regalo della Prima Comunione che si accompagnava benissimo con i pantaloni Facis), un accendino d'acciaio Zippo caricato a benzina, una copia de «L'Espresso» e un gigantesco volume di un tale che si chiamava Umberto Eco con un titolo che mi metteva la stessa ansia di quando ero andato a fare la vaccinazione e vidi nelle scaffale del dottore i prontuari delle medicine: Trattato di semiotica generale. Avevo già le palpitazioni. Il professor Monia subentrò al professor Lander nella materia figura disegnata che vale la pena di spiegare è la copia dal vero della figura umana per esempio calchi in gesso o modella vivente; ma Monia era un "sessantottino" e, naturalmente, non si accontentava di seguire il programma ministeriale, anzi lo disprezzava profondamente e ce lo disse subito. Il problema era che né io né il resto della classe sapevamo chi fosse o cosa fosse esattamente un programma ministeriale. Il programma ministeriale in quegli anni conteneva le indicazioni sui programmi scolastici da svolgere nei vari anni e per le varie materie, insomma una specie di Bibbia. Solo che un “sessantottino” non vedeva l'ora di dare fuoco, oltre che a barricate e auto in sosta, anche a bibbie di qualsiasi tipo e il professore Monia non faceva certo eccezione. Così ci disse che siccome disegnare il Torso del Belvedere o la modella vivente ci avrebbe portato direttamente o a dipingere il Vesuvio fumante nelle pizzerie o a fare i "madonnari", lui aveva deciso di dare una svolta ai programmi di studio e di cominciare dall'introduzione della "semiotica". Insomma avrebbe alternato la copia dal vero alla lettura di quel terrificante volumone che avevo visto per terra sulla moquette blu. Quando cominciò a parlare il suo sguardo si fissò sul mio (temo avesse notato che indossavo i pantaloni Facis e non i Levi's d'ordinanza ma forse era una mia impressione).

Parlò di tante cose delle quali mai avevo avuto notizia, ma poi il discorso si andò ad incanalare su quelli che lui definiva "fatti estetici", sì perché Monia, prima di pronunciare il termine "arte" ci pensava due volte e aveva una naturale diffidenza per molti suoi colleghi che definiva pitur". E così il discorso anzi l'excursus su ciò che contava nelle vita (quello di cui si occupava lui), e quello che non contava (quello di cui si occupavano tutti gli altri), si avviava alla conclusione con una domanda rivolta a me che fece ammutolire la classe intera: «Tu, per esempio, quando sei andato a Parigi l'ultima volta?». Come quando ci si accorge che la canoa dove si è seduti si sta dirigendo verso le cascate del Niagara, capii di non avere vie di fuga, l'unica sarebbe stata quella di dire la sacrosanta verità: «...Ma io non sono mai stato a Parigi...». Non avrei potuto scegliere risposta peggiore. 

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La scuola in quegli anni "matti e disperatissimi" non contemplava né l'utilizzo di psicologi, né ricorsi al T.A.R (Tribunale Amministrativo Regionale), e così il professor Monia forte della sua autocoscienza e della sua dialettica (allora tutti ambivano ad essere “autocoscienti e dialettici”), mi guardò come Renzo Tramaglino guardava i suoi polli e mi disse: « Vuoi dirmi che non sei mai stato a Parigi per vedere le mostre? Scusa, ma non ti sembra di essere vissuto invano?» Effettivamente, dopo aver sentito Lalla, aver visto il laccetto del professor Lander, il montgomery, "Lotta Continua", la Montblanc Masterpiece, il sigaro Habana e, soprattutto il "Trattato di semiotica generale" di quel tale Umberto Eco, mi chiedevo anch'io perché fossi vissuto così, senza andare a Parigi, fino a quel giorno (a parte la gioia di portare pantaloni Facis). Il professor Monia era detestato dalle Belle e Maledette (a lui gli artisti maledetti davano l'emicrania), sopportato a mala pena dalle Consapevoli del proprio ruolo (e solo per alcune affinità politiche), completamente indifferente alle Sorelle Materassi che avevano perennemente un sorriso ebete sulle labbra. Ma a me piaceva, anche se cominciai a pensare seriamente di aver sbagliato scuola ed aver sbagliato città come mi aveva fatto intuire il professor Monia. In realtà l'unica materia di cui avevo già sentito parlare prima di mettere i piedi sulla moquette blu del liceo artistico era storia dell'arte. Ne parlava spesso l'insegnate di religione della scuola media della preside “sciancata” (non si sa perché, ma gli insegnati di religione parlano sempre di tutto tranne che di religione). La professoressa di storia dell'arte era Maria Teresa Durante. Era una “signora bene” che nei mesi invernali entrava in classe con una pelliccia di marmotta e una penna biro d'oro in una custodia; era una penna "Aurora" molto diversa dalla Montblanc Masterpiece di Monia, una penna da signora che non aveva tutta la pretenziosità intellettuale della Montblanc. La Durante era pedissequa, la sua Bibbia era il Carli- Dell'Acqua il libro di testo di storia dell'arte antagonista dell'Argan. Il Carli Dell'Acqua stava ad Argan come l'Aurora della Durante stava alla Montblanc di Monia.

Ma il bello doveva ancora venire poiché non avevo conosciuto ancora tutti gli insegnanti che popolarono quei cinque anni della mia vita. Alla fine di ottobre direttamente da Firenze arrivò tra noi Andrea Bardi, docente di ornato disegnato (l'altra metà del disegno, quello che non contemplava la figura umana). Lui era un giovane accigliato, con una chioma ribelle che torturava in continuazione. Sembrava provenire direttamente da una formella della Porta del Paradiso del Ghiberti, tanto ci fece pesare la superiorità dell'arte Toscana su tutto il ciarpame che ci circondava.


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Aveva due grandi passioni artistiche Giorgio Morandi, che io credevo essere il papà di Gianni quello che cantava a Sanremo e Piet Mondrian, uno che tirava righe senza righello a tutto spiano e dicevano che avesse inventato l'astrattismo. Pativa molto il freddo della pianura tanto che si copriva, anche in classe con un cappottone lungo fino alle caviglie. Il primo esercizio cui ci sottopose fu la copia di famigerate “stampine”, ovvero riproduzioni di incisioni di questo Giorgio Morandi. Il Morandi non sembrava essere un uomo molto fantasioso visto che nelle stampine” che il professor Bardi strappava da un libretto sgualcito, non c'erano altro che bottiglie sghimbesce, bicchieri, barattoli. Il professore invece ci diceva che Morandi era un grande artista, uno dei più grandi artisti italiani del Novecento e che avevano fatto più i suoi barattolini contro la retorica “piacentiniana” e fascista che non lo sbarco in Normandia. Queste teorie suscitavano la viva protesta delle Consapevoli del proprio ruolo (quelle col megafono davanti alla bocca), mentre le Belle e maledette (quelle con la matita nello chignon), lo guardavano rapite; le Sorelle Materassi lo guardavano e basta, mentre io guardavo la moquette blu. Bardi era pure lui un “sessantottino”, ci raccontò subito che quando nel 1966 Firenze fu inondata da una terrificante alluvione, lui fu tra i primi ad unirsi ai cosiddetti "angeli del fango" per salvare il salvabile di tutto quel patrimonio artistico messo a rischio dall'inondazione e fu anche tra i primi a tirare palle di fango ad Amintore Fanfani, un famoso presidente del consiglio che con un candido impermeabilino bianco «L'hera venuto come un grullo a far mostra di sé sistemato su una portantina sostenuta da quattro bischeri come se l'era il Papa.» Io pensai che il professor Bardi stesse recitando un pezzo della Commedia dantesca, invece lui si esprimeva proprio così ed era necessario farci l'abitudine. Comunque sia Bardi era stato un contestatore e, un po' come Monia, continuava a contestare. Quindi meglio togliersi dalla testa di disegnare foglie d'acanto, metope e triglifi per ore ed ore e incominciare ad acquistare il De Micheli. Va precisato che per me foglie d'acanto, metope e triglifi potevano essere frutta e verdura del banco della Signora Rosina dove l'Angelica andava a fare la spesa, ma comunque mi adeguai e andai con papà Renato a comprare il De Micheli


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Chi era? Avevo provato a chiederlo al professor Bardi, ma anche se ormai da qualche settimana indossavo un bel paio di Levi's, fui guardato con lo stesso disprezzo che avevo riscontrato negli occhi del prof. Monia. Bardi non fu meno brusco e alla mia domanda tuonò: «Gli è il più grande studioso d'arte moderna! Ma dico io, dove sei vissuto fino a ridurti costì, in una porcilaia?!». Insomma tutti gli indicatori didattici mi facevano comprendere che fino a quell'anno ero vissuto inutilmente.

Qualche giorno dopo avevo tra le mani il De Micheli con la sua copertina arancione edito da Feltrinelli. Il professor Bardi incominciò a leggerlo dalla prima pagina. Arrivò anche il momento di Bianco su bianco di Kazimir Malevic. Il professor Bardi non amava il quieto vivere, quello che permette ad un insegnante svogliato e una classe distratta di convivere pacificamente. No, lui amava la sfida e noi amavamo raccoglierla, in particolare le Consapevoli del proprio ruolo che incominciarono ad accapigliarsi con il professor Bardi e ad inveire contro il Suprematismo, sintomo della decadenza e della inutilità delle avanguardie nella lotta di classe e accusando il professore stesso di avere una concezione dell'arte di stampo borghese. Ma Bardi non era tipo da farsi mettere all'angolo e con uno scatto d'ira sbatté violentemente il De Micheli sulla moquette blu, urlando che eravamo una classe di estremisti e che l'estremismo, come diceva Lenin, era la malattia infantile del comunismo. Per me il comunismo era la Festa dell'Unità del mio quartiere e quindi tacevo, anche se adesso con i Levi's mi sentivo molto più sicuro di me stesso. Ma su Bianco su bianco vollero dire la loro anche le Belle e maledette che tra il bianco del soggetto e il bianco del fondo ci vedevano un sacco di sfumature, ma ci vedevano anche i loro sogni, i loro desideri e perché no, le loro aspirazioni, tutto dentro quel quadrato bianco. Era evidente per loro che il bianco aveva una profondità e una grandezza spirituale proprio “suprema”. Le Sorelle Materassi si limitavano a sorridere e il professor Bardi si rivolse a me, unico fuori dalla mischia e mi disse: «E tu?». Ormai avevo i Levi's e la giacca scamosciata con le toppe ai gomiti, persi ogni freno inibitore e mi lanciai in un roboante «Boh...». Eh no! Poteva starci la contestazione, poteva transigere su tanto immotivato entusiasmo e per il trasporto un po' eccessivo delle Belle e maledette persino ignorare il sorriso ebete delle Sorelle Materassi, ma il mio "Boh" sembrava l'Enola Gay che sganciava la bomba su Hiroshima. «Ma che-te-tu-ti sei rincoglionito?! Che significa boh? Che te-tu-mi vuoi menar pe' culo?!» Venni accusato di essere nell'ordine un'ameba, un perdigiorno, un incosciente, un somaro e persino, in fondo in fondo, anche un vizioso che passava i pomeriggi sui giornaletti sconci anziché dedicarmi al Suprematismo. 

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È vero, mi ero sempre dedicato troppo poco al Suprematismo al quale negli sciagurati anni della mia infanzia avevo preferito il calci-in-culo dei baracconi della festa del mio rione. Ma, non so come spiegarvelo, da quando avevo i miei Levi's e anziché igiornaletti sconci incominciavo a comperare "Servire il Popolo", un po' suprematista cominciavo a sentirmi anch'io, tanto che tornato a casa feci vedere Bianco su bianco all'Angelica che si tolse il grembiule e corse a chiamare il Dottor Tecchio dicendo che non mi sentivo bene e che poteva essere colpa di quei microbi che avevano preso tutti i bambini andando a guardare la Genestruna dal ponte della ferrovia (la signora Genestruna era una prostituta che dava ragione alla teoria che omosessuali si può nascere ma si può anche diventare).


Pagina 14 2. Lotta di classe, chetoni e frattaglie

Nei primi giorni di quel piovoso e freddo novembre Lalla De Ambus era più attiva che mai, non per nulla era la leader degli studenti del liceo artistico. Lei parlava come un libro stampato così dicevano tutti (anche se non avevo mai sentito un libro che parlasse). In quei giorni a causa di un furibondo litigio tra le Belle e maledette e le Consapevoli del proprio ruolo fui eletto rappresentante di classe. Come sia potuto accadere un fatto tanto improbabile è presto detto. Le due fazioni della classe si scontrarono in maniera epica. Le Consapevoli sostenevano un'azione politica incalzante che non riguardasse solo l'ambito scolastico ma che portasse gli studenti a fianco dei lavoratori nella lotta di classe, mentre le Belle vivevano nel loro iperuranio di rivoluzione e poesia e non volevano sentir parlare di fabbriche e tute blu. La sintesi è sempre stata il mio forte. Ed io cosa c'entravo? Visto che durante le numerose assemblee di classe nessuna delle due componenti riusciva a predominare sull'altra si decise di optare per una terza forza, neutra rispetto alle altre due componenti e così, dopo parole grosse e citazioni che andavano da Mao Tse Tung a Bob Dylan ecco che una delle Belle, Maurizia Stroppa, volse lo sguardo verso di me e disse: «Ci occorre qualcuno al di sopra delle parti; anzi al di sotto delle parti. Qualcuno che non abbia una precisa posizione su nulla, che non ragioni per schemi preconcetti, qualcuno che non abbia ispirazioni ideologiche di sorta, insomma una nullità. Avevamo pensato a te...». Io lusingato da tanta considerazione rimasi un momento in silenzio fino a quando il mio compagno Franz mi mollò un calcio su una caviglia dicendomi di accettare. E così accettai. In fondo ero l'espressione della volontà dell'intera classe (non quella della lotta, ma la 1^B, la differenza tra le due classi in realtà non l'avevo ancora capita bene). Così divenni “rappresentante di classe” e mi preparavo a partecipare al mio primo “intercollettivo”.

La riunione dell'intercollettivo si teneva all'Istituto tecnico industriale “Ettore Villa”, una scuolaccia di futuri tornitori che però indossavano quasi tutti pantaloni Facis. Io però ormai appartenevo ad una casta privilegiata, "gli artisti" che indossavano solo Levi's, che leggevano Umberto Eco e che appendevano in casa quadrati bianchi su fondi bianchi, altro che tornio. Lalla De Ambus prese subito la parola per dare le dritte di cosa sarebbe successo il 20 novembre e diede alcune indicazioni operative circa il viaggio in treno verso Torino.


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Ci furono alcuni interventi. Qualcuno chiese chi avrebbe distribuito le fasce per il servizio d'ordine, dopo un po' di chiacchiere, Lalla De Ambus prese il megafono e disse perentoria che le fasce rosse si sarebbero fatte tagliando a pezzi la bandiera rossa del compagno Stefano Salina detto Stalin che non meritava nemmeno di stare nel “Movimento”. Io guardavo tutti sbalordito, forte solo dei miei Levi's. Tornato a casa spiegai all'Angelica che il giorno il 20 novembre non sarei andato a scuola ma a fare la lotta di classe, non intendendo la classe 1^B ma l'altra classe quella, operaia alla quale appartenevamo tutti. A dire il vero alla classe operaia nella mia classe (scolastica), appartenevamo solo Franz ed io, ma non era certo per questi particolari che si poteva fermare una nascente rivoluzione. Dissi all'Angelica che Lalla De Ambus avrebbe dovuto parlare al cancello 19 di Mirafiori Sud, ma non di arte, avrebbe parlato di politica. L'Angelica prese la ciabatta e me la diede sulla testa.

Inutile dire che al cancello di Mirafiori Sud non ci andai. Però continuai ad andare a scuola e questo lo posso già considerare un gran bel risultato. In quei mesi imparai ad apprezzare anche altri nuovi insegnanti, per esempio la professoressa Milva Pino di matematica. Indossava sempre pantaloni e maglia dello stesso colore, giallo su giallo, verde su verde, bianco su bianco. Pensai che anche lei avesse qualcosa a che fare con il Suprematismo e con Kazimir Malevic. La professoressa Milva Pino aveva un debole per i maschi, non nel senso di attrazione sessuale, ma nel senso che noi pochi maschi della classi le facevamo pietà. Un po' perché nessuno di noi capiva un acca di matematica, un po' perché costretti a vivere schiacciati tra Le Belle e maledette e le Consapevoli del proprio ruolo. La professoressa invece avrebbe potuto appartenere di diritto alle Sorelle Materassi, visto il sorriso perennemente stampato sulle labbra e vista l'attenzione ipnotica che le Materassi riservavano a lei. Infatti il mio compagno Franz che era un vero bastardo, mi disse che le sorelle Materassi erano tre, due naturali, Desirée ed Evelina Ragni e una acquisita, la professoressa Milva Pino appunto. Intanto il professor Andrea Bardi continuava nel suo racconto della storia dell'arte moderna. Arrivò il giorno di Duchamp. Era inevitabile che arrivasse. Tutti nella vita prima o poi hanno dovuto confrontasi con lui. Poco importa se attraverso la televisione, la radio, libri, giornali, mostre o internet: Duchamp ha turbato i sonni di tutti e tutti, prima o poi, messi davanti al "Pisciatoio" di Marcel Duchamp, hanno cercato di dire qualcosa di intelligente. 

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Tutti hanno finto di comprenderne ragioni profonde e verità esoteriche. Nessuno nei nostri banali anni ha mai pensato che si potesse esimersi dal pronunciare qualche parola davanti al pisciatoio più famoso del mondo. Ma solo Franz davanti al pisciatoio riuscì a rovesciarne il senso e lo scopo con un sonoro: " Fa cagare".

Solo il ragionier Ugo Fantozzi, vero eroe dei nostri giorni (o almeno dei miei), aveva osato tanto davanti alla proiezione de La corazzata Potemkin. Solo che esprimere un giudizio così succinto e provocatorio davanti al Professor Bardi da Firenze era un po' come andare alla Fiesta di San Firmino con una camicia rossa. Infatti Bardi si imbufalì come un toro (sempre che un toro accetti di diventare un produttore di mozzarella). Comunque si arrabbiò. Cominciò a bofonchiare insulti e ingiurie in fiorentino stretto che sembrava Metello quando mise un piede nella calce via. La classe era annichilita, persino le Belle e maledette sembravano meno belle e le Consapevoli del proprio ruolo sembravano avere una crisi di identità. Io mi nascosi dietro una tavoletta da disegno. Solo Franz al centro dell'aula sembrava indifferente all'accaduto, anzi leggermente divertito. Ma il professor Bardi non demordeva e incominciò una tiritera che, per riassumerla succintamente diceva che eravamo degli imbecilli buoni a nulla che si nutrivano solo di televisione e giornaletti da quattro soldi e che mentre i nostri padri si ammazzavano alle catene di montaggio togliendosi il pane di bocca per farci studiare, noi ci beavamo della nostra idiozia e non riuscivamo a capire la natura rivoluzionaria dell'arte moderna che aveva il potere di far detonare tutte le contraddizioni della società capitalista fino al trionfo del proletariato come già ampiamente previsto dal socialismi scientifico di Carlo Marx e Federico Engels. Franz rispose: «Ah sì?» A quel punto le Consapevoli, ripresesi dallo choc, incominciarono ad annuire verso Bardi e le Belle e maledette cominciarono a guardare Franz con lo sguardo iniettato di sangue. Persino le Sorelle Materassi avevano smorzato il sorriso, la moquette blu sembrava impallidire ed anch'io non mi sentivo troppo bene. Ma quel giorno mi fece capire che i Levi's non bastavano, dovevo formarmi una coscienza politica ed estetica e ne parlai a Lalla De Ambus che mi consigliò György Lukàcs. Chiesi chi era e Lalla De Ambus mi ripetè più o meno tutto quello che Il professor Bardi disse a Franz. Poi scoprì che Lukàcs era un filosofo, uno che la sapeva lunga sia di estetica che di lotta di classe.

Devo tuttavia riconoscere che la lotta di classe si manifestava anche attraverso le lezioni del corpo docente. In quel primo sciagurato anno di scuola conobbi anche il professor Libero Borsieri da Milano. 

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Ci si palesò come insegnate di disegno geometrico e architettura circa un mese dopo l'inizio delle lezioni poiché in quegli anni bui, che qualcuno definì addirittura “di piombo”, gli insegnanti non venivano nominati tutti il primo giorno; potevano passare mesi prima che l'insegnante di ruolo andasse a coprire la sua cattedra, più o meno come adesso insomma. Così dopo un paio di mesi entrò nella sala con la moquette blu anche Libero Borsieri: lui aveva una barba che ricordava quella di tale Federico Engels (socio in affari di Carlo Marx), che spesso citava per via delle origini della famiglia e della proprietà privata. Sì, perchè forse quei quattro allocchi che oggi si riempiono la bocca con i termini di "unioni civili" non sanno o fanno finta di non sapere che nel 1973 il professor Libero Borsieri ci metteva già in croce allora con il fatto che tra le tante nefandezze del capitalismo c'era anche quella di aver inventato la famiglia e per suffragare le sue parole citava a memoria pagine e pagine de L'origine della famiglia della proprietà privata e dello Stato. Indossava un papillon che diceva essere segno della corporazione degli architetti, ci disse che anche Le Courbusier e F.L. Wright lo indossavano; il problema era che io non sapevo chi fossero questi due signori, ma, ormai avendo capito la lezione, annuivo con convinzione. Se lo aveva detto, doveva essere vero e se era vero conveniva condividere platealmente. La “cavietta” di Pavlov stava imparando la lezione. Ma perché il professore di disegno geometrico si occupava della nascita della famiglia? Perché, il disegno geometrico e l'architettura cos'erano se non strumenti dello Stato Imperialista in mano al capitalismo usate come armi contro il proletariato? Ormai avevo capito, tutto doveva aver inizio e fine con la politica, erano anni così, eppure spesso mi trovo a rimpiangerli. Il professor Borsieri ci disse che i libri di testo che avevamo in dotazione dovevano essere integrati con una serie di altri volumi che sarebbero diventati i nostri strumenti quotidiani di lavoro ma anche le nostre “armi per la distruzione della società borghese". Franz disse subito, «'Sti cazzi.» Le sorelle Materassi sorrisero, le Belle storsero il naso e le Consapevoli approvarono con entusiasmo. Di fatto dopo qualche mese di scuola non avevamo ancora tirato una riga che era una riga, ma avevamo acquisito una coscienza di classe, anzi due, una relativa al fatto che eravamo la classe 1B e la seconda che appartenevamo tutti al proletariato militante (anche la figlia del farmacista, del notaio e dell'avvocato). Borsieri non aveva mezze misure o si stava con lui o si era contro di lui. Io stavo con lui. 

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Quindi con massima disperazione di papà Renato dovetti aggiungere alla già nutrita lista dei libri scolastici i seguenti volumi: 1. Leonardo Benevolo, Corso di disegno cinque volumi di teorie, concetti, strategie senza nemmeno un disegno che è uno. 2. Lewis Mumford: Storia della città, seicentotretanove pagine dove si spiega succintamente perché il proletariato urbano avrà la meglio sui padroni. 3. Nikolaus Pevsner, Storia dell'architettura europea che dice che l'architettura è come una clava che i borghesi hanno sempre dato sulla testa ai proletari. 4. Marx-Engles: Scritti sull'arte, dove si dice che non è la coscienza dell'uomo a determinare la sua condizione ma la sua condizione a determinare la sua coscienza e che quindi le opere d'arte sono fatte da quelli con i soldi per quelli con i soldi. 5. Attilio Marcolli, Teoria del campo, anche se il titolo inganna non è un trattato di agricoltura biologica ma un libro di geometria e percezione visiva che dice che il campo è tutto ciò che ci circonda, ma per dirlo usa due volumi di mille pagine. 6. Dulcis in fundo la panacea di ogni male la famigerata Storia sociale dell’arte di Harnold Hauser, croce e delizia di ogni studente di quegli anni, il testo che diceva che l’arte non sta sotto una campana di vetro in un bel museo ma che è sempre stata nelle strade, nelle piazze e nelle fabbriche (mio papà Renato in fabbrica non l’aveva mai vista ma lui era un po’ distratto). E così eravamo sistemati per le feste di Natale ma a occhio anche per quelle di Pasqua e tutte quelle comandate. Tavola di Mendelev, chetoni, amminoacidi, stechiometria, ossidoriduzioni e tutto il resto; è risaputo che chi sceglie un liceo artistico non ami particolarmente la chimica. Ma questo non giustifica il fatto che anche il destino si debba accanire sul povero malcapitato studente. E su di me e su di noi tutti della prima B sembrava proprio accanirsi l'ira del destino. La prova arrivò poco prima di Natale quando finalmente fu nominata l'insegnante di chimica. Arrivò in ritardo, non solo per via della nomina ma anche perché l'acqua del Ticino era alta. Già perché lei per arrivare in città attraversava il Ticino su una barca come Lucia Mondella sul lago di Como. Il barcaiolo la traghettava da una parte all'altra del fiume perché lei potesse prendere il treno in una piccola stazione e arrivare in città. Ce lo disse subito, come a giustificarsi dei ritardi presenti e futuri. Aveva con sé un bagaglio con rotelle, ma non era un trolley, oggetto sconosciuto negli “anni di piombo”, era un carrello della spesa, una sportina con le ruote come se ne vedono nei mercati di tutta la penisola trainati da massaie che vanno a fare la spesa. Anche l'Angelica ne aveva uno, ma non lo usava, perché si vergognava e diceva che così sembrava una di paese. Lei invece, la professoressa Emilia Ferrarese ne andava fiera. Ci tolse subito da ogni imbarazzo aprendo il misterioso carrellino ed estraendo, oltre che ai libri di chimica organica ed inorganica, anche una specchiera rococò che serviva per truccarsi. 

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Un oggettino poco vistoso che fece stralunare tutta la classe tranne che le Sorelle Materassi che invece erano molto compiaciute di aver trovato una donna di gusto con la quale sarebbero certamente andate d'accordo. Ma non era finita lì. Poiché dalla borsa di Mary Poppins, come subito ribattezzò la professoressa il mio compagno Franz, uscì anche un tritacarne e vari cartocci di macelleria. Il problema era che la professoressa Emilia Ferrarese aveva un cagnolino, Trinacria, alla cui salute fisica la Ferrarese teneva molto (avrebbe dovuto tenere anche alla sua salute mentale, ma questo è un altro discorso), quindi il povero cagnolino poteva solo mangiare carne macinata fresca. La macinatrice veniva posizionata sulla cattedra e la Ferrarese con massima nonchalance cominciava l'operazione di tritatura. La Ferrarese mi chiese perché la guardavo con tanta attenzione ed io, ormai con una mia autostima artistica e politica chiesi se quella macchinetta fosse una citazione colta della Macinatrice di cioccolata di duchampiana memoria. Ma la Ferrarese non colse la similitudine e in siciliano stretto sbotto in un «...Cu fu?!» A questo punto le due componenti della classe si spaccarono in due come su tutte le grandi questioni: dal divorzio all'Apartheid.

Da una parte le Belle e maledette che colsero la vena poetica della professoressa Ferrarese così bohemien e nature, mentre le Consapevoli del proprio ruolo gridarono al complotto delle destre. Il dibattito si animò a tal punto che dall'altro angolo della sala blu il professor Bardi non riuscì a trattenere un «Ma codesta figliola l'è la figlia scema del beccaio di San Frediano?». La professoressa Ferrarese non si scompose e allungò una mano lercia di sangue e frattaglie e sbattendo le palpebre, sorrise lascivamente al Bradi dicendo «Piacèèrè, Emiliaaaa...» Ormai per le Consapevoli non c'erano dubbi, la Ferrarese era un'infiltrata dei servizi segreti, un'agente di Scelba, una provocatrice mandata al liceo artistico per distogliere gli studenti dalla rivoluzione proletaria. La classe era divisa solo Franz sembrava avere su di lei un'opinione precisa. Franz Mauer, il mio compagno, per strane vicende del destino era nato a Treviri, la città di Carlo Marx e di Marx aveva adottato molte massime come quella che diceva che ogni problema filosofico si risolve in una soluzione pratica, infatti disse: «È una scema.»

Le Consapevoli insistevano per la presa di posizione. La presa di posizione non era un colpo di karate, né di nessuna altra arte marziale, era solo una montagna di parole per dire che c'era qualcosa che non volevamo, allora s'usava così. C'era una presa di posizione su tutto e quindi ci fu anche sulla professoressa Ferrarese. 

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Io, ormai sempre più addentro la politica e al suo linguaggio, me ne uscii con uno slogan che usai anche contro l'Angelica prendendomi un ceffone sulla faccia; qui però sembrò funzionare poiché, qui, in 1^B, c'era coscienza politica. Così proposi l'anarchico una risata la seppellirà. Decidemmo per una battaglia “situazionista” (avevo letto anche Guy Debord andando su e giù col pullman da casa a scuola). Cominciammo un attacco simultaneo e continuativo alla professoressa Ferrarese fatto di scherzi “da prete” come si sarebbe detto allora. La Ferrarese all'inizio di ogni lezione si muniva di una piccola bacchetta di legno o di un righello per dare mazzate terrificanti sulla cattedra quando la situazione stava per sfuggirle di mano. Al suo ingresso in aule con carrettino e cane Trinacria al seguito, chiedeva a qualcuno dei maschi della classe di portarle una bacchetta che noi cercavamo in giro per la scuola. Franz fu il primo a portarle un succedaneo di una bacchetta: lo scopino del cesso. La Ferrarese non ebbe nulla da obiettare tranne che lo scopino sbattuto sulla cattedra faceva poco rumore e rilasciava sostanze organiche e quello non era nel programma visto che si faceva chimica inorganica. Naturalmente toccò anche a me. Mi procurai, sporgendomi dalla finestra, un ramo di un albero che cresceva sul viale. Il ramo era nodoso e assolveva bene al suo scopo ma la corteccia lasciava troppi frammenti sul pavimento e

la Ferrarese dava i primi segni di cedimento. Ma non era finita qui. Appariva necessario, come si diceva in una vera democrazia, sentite tutte le componenti della classe, assestare il colpo di grazia (come dicevano i Tupamaros), a quella forma degenerata di persecuzione. La professoressa Ferrarese infatti aveva una concezione delle interrogazioni di tipo poliziesco. Le Consapevoli l'avevano più volte accusata di condurre gli interrogatori in maniera molto simile a quelli della polizia di Pinochet (non si sa come, ma le Consapevoli sapevano sempre tutto di servizi segreti, polizie, regimi liberticidi, dittature). Il giorno dell'interrogazione di una delle Consapevoli più logorroiche, Tiziana De Collibus detta Ibarruri, scattò la contestazione. La Ibarruri incominciò una filippica sulla repressione, sulla didattica autoritaria figlia di una società capitalista e maschilista malata fin nelle sue radici. Furono tirati in ballo Proudhon (quello che diceva che la proprietà privata era un furto) e il Dottor Freud (quello col chiodo fisso); la professoressa Ferraresi fu travolta da un diluvio di parole che vennero alla fine sublimate da uno slogan ritmato da tutte le Consapevoli e da gran parte della classe: «C'est ne que un dèbout continuons le combat». 

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Io che non avevo mai studiato il francese (ma avevo studiato poco anche l'inglese), chiesi a Roby Paganelli detta La rouge, che cosa volesse dire quello slogan, la Paganelli mi disse che se invece di andare all'autoscontro a fianco alla chiesa avessi frequentato di più il Boulevard Saint Michel al momento giusto non sarei rimasto così somaro e codino. Chiesi cosa fosse il Boulevard Saint Michel e la La rouge mi rispose che non se sapevo nemmeno cosa fosse il Boul Mich voleva dire che ero ancora preda di un complesso edipico del quale non riuscivo a liberarmi. Così nel pomeriggio a casa, sull' Enciclopedia "Conoscere" provai a cercare "complesso edipico" e "Boulevard Saint Michel", dovevo necessariamente colmare le lacune della mia preparazione politica. Riuscii a scoprire che il complesso edipico era una teoria del dottor Freud (ancora lui), quando succedeva che il bambino voleva fare l'amore con la mamma e uccidere il papà. In casa mia era il papà che quando si incazzava voleva uccidere l'Angelica ed il bambino, cioè io, voleva solo uscirne senza fratture. Comunque avevo capito. Invece il Boulevard Saint Michel era una strada di Parigi dove gli studenti avevano dato fuoco a tutto quello che trovavano per contestare i loro professori all'università e naturalmente, la società capitalistica. Insomma non riuscivo a togliermi di torno Parigi; prima il professor Monia ora Roby Paganelli detta la Rouge, tutti mi facevano capire che senza Parigi non si poteva capire niente del mondo. Probabilmente avevano ragione loro.

Intanto in quelle settimane la professoressa Ferrarese continuava imperterrita il suo giro di interrogazioni, giunse quindi anche la volta del mio amico Franz Mauer. In questo caso però, per agevolare l'interrogazione di Franz non si scomodarono né i regimi dell'America Latina, né Freud. Manuele Biancofiore, Donato Zanetta, Luigi Mondini detto Luserta ed io, architettammo qualcosa di meno impegnativo da un punto di vista ideologico. La campanella avrebbe dovuto salvare Franz da un'interrogazione troppo dettagliata e troppo prolungata nel tempo. Il nostro compagno Luigi detto Luserta (“lucertola” perché amava sonnecchiare al sole che filtrava dalla finestra), trovò la soluzione. Lui aveva una nonna, la Tugnina, che abitava in campagna e quando non si svegliava col canto del gallo (anche perché il gallo era morto anni prima), usava caricare una vecchia sveglia. La sveglia quando suonava assomigliava molto alla campanella della fine dell'ora che spesso era l'unico sussidio didattico di cui eravamo dotati noi somari. Somari sì, ma somari di genio. Luserta infatti chiese di uscire per motivi fisiologici e munito della poderosa sveglia, dopo qualche istante andò a posizionarla sulla doppia porta che separava il corridoio dall'aula detta di "materie culturali" che era al primo piano del retro del teatro. Circa sette minuti prima della fine della lezione un fragoroso suono di sveglia-campanella fece vibrare la porta d'ingresso salvando dal supplizio il povero Franz. 

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Altra soluzione non ci sarebbe stata visto che Amnesty International era ancora di là da venire e la dislessia non era considerata un disturbo dell'apprendimento. La professoressa Ferrarese che era donna che non amava passare per fessa, passò per fessa, poiché credette davvero che fosse il suono della campana. Alla sua uscita la classe esplose in un boato liberatorio e divertito ma la vicenda fece cadere in uno stato di prostrazione le Consapevoli del proprio ruolo che capirono che spesso la strada più breve tra due punti non è l'arabesco. Fu un colpo difficile da incassare ma per una volta la praxis aveva vinto sulla teoria, insomma Franz si salvò dal supplizio.

Nell'intervallo Roby Paganelli detta la Rouge si avvicinò a noi maschietti e guardandomi negli occhi mi disse «Vi avevo sottovalutati». Io, anche forte dei miei Levi's, del Boul Mich, di Umberto Eco, e del Dr. Freud, risposi "Lo so." Il liceo artistico cominciava a piacermi davvero e così anche le tette della Rouge (ma questo era “personale” e non “politico” anche se le Consapevoli continuavano a ripetere che il personale era politico, generando in me una certa confusione). Mercoledì 5 dicembre del 1973 fu il giorno del grande sciopero generale. Se ne parlava da giorni e giorni. Studenti e operai uniti nella lotta era lo slogan e le Consapevoli della classe erano state incaricate di preparare lo striscione di apertura del corteo degli studenti che veniva subito dopo quello degli ospedalieri e prima di quello dei post-telegrafonci. Era la mia prima manifestazione da studente. Da studente con i Levi's. Da studente con i Levi's e L'espresso in tasca dei Levi's. Tutti questi particolari colpirono anche la Rouge che ormai mi guardava con un certo interesse. Nell' allestimento dello striscione lavorammo gomito a gomito sotto la guida di Simonetta Barbierato detta Ciclostile. La Barbierato aveva la fissazione dei volantini che altro non erano che i pizzini dell'epoca solo che erano molto più prolissi; somigliavano ai pizzini dei mafiosi per il fatto che in entrambi non si capiva una beata fava, ma la Barbierato sapeva redigerne di portentosi tanto da guadagnarsi sul campo un soprannome (oggi si chiamerebbe nick), così ambito. La sera prima tutti i “compagni” (intendendo per compagni i compagni di classe, cioè della classe operaia e non della 1^B), fecero un giro di telefonate. Organizzare una manifestazione nel 1973 è cosa molto diversa dall'organizzarla oggi. Una volta c'erano gli ideali da portare in piazza ma non c'erano i mezzi, oggi ci sono i mezzi ma non ci sono gli ideali. Comunque sia si doveva usare il telefono. 

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Anch'io avevo il compito di chiamare tre compagni che a loro volta dovevano chiamare altri tre compagni, un po' come una "catena di Sant'Antonio", ma guai a chiamarla così perché diceva la De Ambus al termine catena si poteva associare solo San Babila che era una piazza di Milano dove i sanbabilini prendevano a catenate chi passava di lì ed aveva una faccia vagamente di sinistra, mi spiegò Lalla. Io non avevo capito gran che ma mi adeguai. Alla sera munito della mia rubrichetta telefonica cominciai il giro di telefonate. Il problema più grosso era il duplex. Forse non tutti sanno che nell'epoca della comunicazione paleolitica non tutti possedevano una linea telefonica tutta per sé; per questione di mero risparmio economico la mettevano in comune con un vicino di casa (di solito si sceglievano due pensionati in attesa della morte comunque persone prive di reali necessità di comunicare, per avere sempre la linea libera). Ma il Renato e l'Angelica il duplex ce l'avevano con la signora Grazzini che aveva una figlia, Addolorata (di nome e di fatto) che essendo stata scaricata dal fidanzato siciliano intesseva lunghissime conversazioni serali per cercare consolazione presso le amiche. Così per chiamare i tre compagni in questione tirai l'alba. Allo scoccare delle 4:45 papà Renato che faceva il turno in fabbrica mi colse col la cornetta del telefono in mano e me la ruppe sulla testa, dicendo che solo i depravati e le infermiere usavano il telefono a quell'ora. Non ho mai ben capito cosa avessero in comune i depravati con le infermiere ma il discorso porterebbe lontano e sarebbe fuorviante circa la manifestazione politica che il giorno dopo si sarebbe tenuta. L'appuntamento era in Piazza della Stazione. Come dicono i telegiornali, arrivavano alla spicciolata (anche perché non si vede come si dovrebbe arrivare). Il gruppetto della mia classe (scolastica), era circondato dal cordone delle Consapevoli del proprio ruolo che erano abbondantemente “megafonate” e imbandierate. All'arrivo delle prime “tute blu” le Consapevoli erano già in fregola mentre le Belle e maledette più che le tute blu guardavano i giovani operai che ci stavamo dentro. Roberto Prinetti detto Bungiga era uno studente della 4A ed aveva una Fiat Cinquecento che allora era una macchina da poveri; la macchina era del padre che faceva l'elettricista e l'aveva aiutato a montare sul portapacchi della macchinetta un "altoparlante" collegato ad un giradischi sul quale girava un disco degli Inti-Illimani. Alle 7.50 sapevo a memoria El Pueblo Unido, alle 8.30 tutto l'ellepì. Quando il disco finiva si cominciava da capo, ma si sa la lotta politica non è cosa per signorine, lo dicevo tra me, anche se a ben guardare, al liceo artistico c'erano molte più ragazze che ragazzi.

Finalmente alle 09:00 il corteo mosse dalla Piazza della Stazione verso Corso Garibaldi. Ero felice come una Pasqua. 

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Della mia classe non mancava nessuno, nemmeno le Sorelle Materassi che oltre al solito sorriso ebete sfoggiavano anche un bel fazzoletto rosso triangolare che ricordava più Pecos Bill che non un partigiano della Valsesia. Eravamo perfettamente allineati e marciavamo compatti. Gli slogan si susseguivano, ritmati alla perfezione dagli operai delle prime file ed imitati dalle garrule voci degli studenti. Davanti a me si era piazzata la Rouge e al suo fianco il mio compagno Manuele Biancofiore detto Che Guevara visto che suonava la chitarra ed aveva la barba. La Rouge gli diceva in continuazione di assumere uno sguardo più militante. Lui annuiva e corrucciando lo sguardo cercava di somigliare ad Ernesto Guevara detto il Che anche se in realtà sembrava Garibaldi Giuseppe detto “l'eroe dei due mondi” la cui statua con la sua faccia di bronzo guardava il corteo sfilare dal piedistallo al centro della piazza.

La manifestazione aveva molti scopi, andavano dal rinnovo dei contratti dei metalmeccanici alla riforma della scuola. Come potevano coesistere tante motivazioni così diverse tra loro?
Era un'abitudine di quegli anni. Si mangiava pane e politica, parafrasando Totò, solo politica perché il pane era poco (soprattutto nelle case degli operai). Questa pluralità di obiettivi nelle lotte veniva riassunta e teorizzata nella formuletta: Tutto è politica. C'era sempre qualcuno, nei dibattiti, nelle assemblee, nei volantini che diceva che "anche guardare fuori dalla finestra era un atto politico". Io guardavo spesso fuori dalla finestra, soprattutto al liceo e in quel momento mi spaccavo la testa per individuare cosa avessi fatto di tanto politico, ma essendo stato sempre un insicuro, immaginavo che i "compagni" avessero ragione sempre e su tutti i fronti. Quando la professoressa di matematica Milva Pino mi richiamava perché ero distratto io rispondevo che stavo facendo politica.

Nel corteo scorgevo i miei insegnanti; c'erano quasi tutti i politicizzati ma seguivano il corteo con vari atteggiamenti. Il professor Monia se ne teneva leggermente al di fuori e portava con sé una macchina fotografica che sembrava una scatola di scarpe, era un parallelepipedo nero e lui ci guardava dentro dall'alto; qualche mese dopo venni a sapere che era una Rolleiflex e che costava quanto tutto l'arredamento di casa mia. Era la macchina di chi capiva qualcosa di fotografia, gli altri usavano la Kodak Instamatic o la Polaroid. Più avanti c'era Libero Borsieri, vestito da architetto con l’inseparabile papillon e sopra l'abito grigio un trench (che a casa mia si chiamava impermeabile, capo da ricchi poiché dava fastidio se faceva caldo e non era sufficiente se faceva freddo, l'Angelica diceva che era "un di più"). 

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Borsieri aveva la pipa tra i denti e dal trench spuntava "Il Manifesto" che era un giornale il cui titolo si rifaceva direttamente al Manifesto del Partito comunista di Carlo Marx ma che anche dalle dimensioni sembrava proprio un manifesto tipo quelli della partita con su scritto: Pro-Vercelli-Casale. Anche Andrea Bardi era dei nostri, lui che aveva preso a palle di fango Fanfani non poteva mancare. Teneva sotto braccio una delle Belle e maledette, Sara Pitigliano (che Franz diceva che aveva sempre il c... in mano, non per niente era una bella e anche un po' maledetta). Fu a metà manifestazione che il corteo esplose all'unisono nel più famoso slogan di quegli anni: «Studenti, operai, uniti nella lotta!». Fu ripetuto decine di volte e sembrava che le case dovessero crollarci sulla testa per quanto forte urlava la gente. Era lo slogan più stupido che avessi mai sentito. Gli operai lottavano per avere mille e cinquecento lire di aumento, le Belle e maledette per poter continuare a fare le strafighe, i professori per poter insegnare quello che gli pareva, le Consapevoli per cazziare gli uomini e io? Io avevo i miei jeans Levi's, avevo imparato a leggere l'Umberto Eco e compravo «L'Espresso»: per me poteva anche bastare così.

La manifestazione si concluse nella Piazza dei Martiri a pochi metri dalla sede del liceo artistico, quasi a simboleggiare una continuità tra le lotte dei lavoratori, gli studenti, i martiri della Resistenza (a cui era dedicata la piazza) e, perché no, il liceo artistico la scuola senza riscaldamento più calda della città. Sul palco allestito a fianco del liceo salirono le persone che per tutti i miei anni giovanili ho sempre sentito parlare: un rappresentante dell'ANPI, un sindacalista della CGIL, un operaio della FIAT, un rappresentante degli studenti. Il comizio politico degli anni Settanta era un capitolo del sussidiario: dalle vedette partigiane che con la neve portavano i messaggi su e giù per le montagne, agli operai che durante la guerra occupavano le fabbriche per difendere il posto di lavoro, ai docenti che sottopagati e repressi in una scuola borghese diventavano ingranaggi nella costruzione del capitalismo, fino alle donne che avevano preso coscienza e avevano buttato l'uncinetto dalla finestra per brandire la bandiera rossa. Insomma il comizio era un capitolo di storia leggermente compattato. Lalla De Ambus salì sul palco e con piglio deciso prese il microfono. Io ero al centro della piazza orgoglioso di essere un compagno di scuola di Lalla che stava per incantare la piazza. E la piazza restò incantata. Sì perché secondo me Lalla De Ambus di politica non capiva un accidente ma era una grande, grandissima attrice ed interpretò il ruolo alla perfezione. Scelse il filone sol dell'avvenire con tramonto su Woodstock. Nel suo discorso riuscì a cacciare di tutto dalla Resistenza al cottimo dal carovita alla scuola di classe, dall' io-sono-mia a Woodstock appunto (sì, proprio il concerto dell'agosto del 1969). 

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Il discorso fu interrotto più volte dagli applausi ma soprattutto dagli slogan che commentavano le parole più significative: «Fascisti carogne, tornate nelle fogne», «Il proletariato non ha nazione, internazionalismo, ri-vo-lu-zione!» e l'immarcescibile "El Publo-unido-jàmas-serà-vencido!" Insomma sembrava di essere alle soglie di una rivoluzione. Invece il liceo artistico era solo alle soglie di un trasloco. Basta sapersi accontentare.

Prima delle festività natalizie infatti il liceo artistico ottenne una nuova sede. Insomma per dire il vero nuova è un po' esagerato. Diciamo un'altra sede. Era l'edificio di un ex-convento, detto della Maddalena nel cuore antico della città, lasciato libero dallo spostamento del pregiato liceo classico e concesso a noi. Le scuole hanno sempre avuto un peso diverso e se “un chilogrammo” di liceo classico pesava come “un chilogrammo di liceo artistico”, il peso specifico era molto, molto diverso. L'edificio era pieno di fascino, costruito attorno ad un chiostro centrale e unito con due ponti sospesi all'adiacente Convitto. Era dotato di un imponente scalone che portava ai piani superiori e aveva una corte interna. Aveva solo un piccolo problema: era un rudere. Ma sapete qual è l'animale più forte in natura? Il leone? La tigre? L'elefante? No è il topo. Il topo mangia tutto, non muore mai, si adatta ad ogni condizione e ad ogni nefandezza. Noi eravamo i topi della scuola di quegli anni. Brutti, sporchi e cattivi ma vispi come topolini. Ci prendemmo l'edificio che gli studenti del pregiatissimo liceo classico, i futuri avvocati, notai e medici della città, ci lasciarono.

In quei giorni non si parlava che del trasloco. Ma naturalmente ognuno ne parlava a suo modo. Il professor Borsieri si sdilinquiva per parlarci delle prospettive dell'architettura democratica, erano infatti quelli gli anni di Magistratura democratica, del cinema democratico, della medicina democratica ecc. ecc. Non esisteva scienza umana che non avesse una componente democratica. Così sentii parlare per la prima volta di progettazione partecipata. Cos'era? In sintesi estrema (dote assai rara in quegli anni), la progettazione partecipata era che ognuno potesse dire la sua e l'architetto, dopo aver ascoltato tutti, faceva come gli pareva.

Al professor Borsieri venne la brillante idea di coinvolgere, nella progettazione degli spazi del futuro liceo due classi: la mia, la 1^B e la nostra classe rivale, che come accadeva in tutte le scuole della Repubblica non poteva che essere la 1^A. La prima riunione avvenne nella sala blu. Il docente di disegno geometrico e architettura della 1^A era il professor Franco Brugliano, detto Bru- Bru a causa dell'aspetto curato della persona e del birignao della parlata, architetto molto conosciuto in città e persona “alla moda”. 

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Borsieri introdusse le principali problematiche inerenti la progettazione in spazi pre-esistenti e passò la parola a Bru-Bru che a sua volta si dimostrò aperto alla nuova esperienza e invitò le due classi al dibattito. Le due classi in realtà si guardavano già leggermente in cagnesco poiché le disfide goliardiche di quei primi mesi di scuola ci avevano messi "l'un contro l'altro armati". Il professore Brugliano aveva un reggicoda, il classico studente primo della classe che annuiva ad ogni parola che Bru-Bru pronunciava che infatti prese la parola per la 1^A.

Lui era Marco Birbanti che Franz soprannomino Mocio a causa della capigliatura di tipo truciolare. Birbanti calzava scarpe Barrow e “maglioncioni” peruviani da finto andino che costavano come la tredicesima di papà Renato. Completava l'arredo umano un paio di occhiali verdi con le lenti a goccia che si chiamavano Ray Ban che portavano solo i fascisti o gli estremisti di sinistra (si sa che gli estremi si toccano). Mocio esordì nel peggiore dei modi, chiedendoci quali problemi avesse incontrato la 1^B nell'approccio alla progettazione partecipata. Il tono era saccente, il modo borioso, l’intento quello della sfida. Rispose Franz: «Nessun problema». Birbanti sorrise sardonico e ribadì, «In questo caso significa che siete tutti dei caproni!» Franz, autonominatosi sul campo portavoce ufficiale, rispose: «Caprone sarai tu con quel bel maglione da pecoraio e caprone è il tuo professore, tanto per cominciare». Scoppiò un putiferio, le Belle si alzarono indignate dal comportamento delle donne della 1^A che avevano cominciato a sollevare sospetti sul vero mestiere che esercitavano le nostre Belle e maledette. Le Consapevoli urlavano come matte di non cadere nella provocazione del sistema che ci voleva uno deboli e divisi. Le Sorelle Materassi sorridevano. Il nostro professor Borsieri cercava di sedare la rissa verbale. Insomma la riunione di lavoro finì in vacca e la progettazione partecipata come disse Bru-Bru rischiava di finire nella poubelle o come si dice a Roma, nella monnezza.

Ma comunque il trasloco s'avea da fare e si fece. Fu un po' come la traversata del Mar Rosso per il popolo eletto, solo che il Mar Rosso era la via principale della città e noi eravamo tutto meno che un popolo eletto. Eravamo talmente poco eletti che nemmeno i nostri eletti rappresentanti di Istituto riuscirono ad intercedere presso gli amministratori locali per il San Martino. Del liceo non si sarebbero dovuti trasportare solo banchi sedie e lavagne, ma una pletora di oggetti strani che non rientravano nella categoria degli arredi scolastici, almeno non in quelli di una scuola normale. E così impacchettammo tutto e facemmo da soli. 

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Il calco di gesso della Dama del mazzolino lo portò personalmente il professor Bardi, i tecnigrafi dell'aula di disegno geometrico furono smontati a caricati sulla Fiat multipla del professor Borsieri, l'ingranditore fotografico lo prese in custodia il professor Monia, la professoressa Durante la custodia della sua penna Aurora, tutti portavano qualcosa tra la curiosità o la disapprovazione dei passanti: pedane e stufette elettriche per la modella, taglierine, armature per il modellato, tavolette, lampade, panneggi insomma una specie di caravanserraglio che sembrava non avere fondo. Il ciclostile lo portò con sé gelosamente Roby Paganelli detta la Rouge.

In via Micca, nella nuova sede non era pronto niente. Ci sarebbe stati da stupirsi del contrario. Nessuno in città voleva quella scuola squinternata e superflua. Questa era una terra di meccanici e tornitori, agricoltori o, al massimo, di ragionieri (detti ragiunat). A cosa sarebbero serviti poi questi artisti? Anche l'Angelica e il Renato nutrivano più di un dubbio sul fatto che io avrei potuto diventare un artista. Anzi, per essere precisi, nutrivano più di un dubbio che io sarei potuto diventare qualsiasi cosa. Comunque per favorire la mia formazione mi avevano comperato il Levi's, mi lasciavano acquistare «l'Espresso» e mi permisero di frequentare quella scuola inutile. Comunque, tra tante difficoltà la nuova sede prendeva forma. Il problema era, semmai, che forma prendesse. La forma interna della scuola faceva sorgere più di qualche preoccupazione. Gli oggetti mano a mano che arrivavano venivano sistemati a casaccio (alla faccia della progettazione partecipata), ma anche su questo si aprì l'immancabile dibattito che si tenne nella "palestra" del liceo. Per essere sinceri, quella che chiamavamo palestra era stata la stalla dell’ex convento della Maddalena dove le suore andavano a mungere il latte e, a parte il nome, non sembrava aver cambiato destinazione d'uso. Anche sul trasloco le varie anime della scuola fecero sentire la propria voce. Molti protestavano perché nel trasloco, si erano accumulati una quantità e una varietà di oggetti e suppellettili che ostacolavano lo svolgimento della lezione. La portavoce di questa posizione era la professoressa di matematica Milva Pino che raccoglieva il consenso dei pochi insegnati e dei pochissimi studenti “moderati”. Ma a fare chiarezza (in quegli anni c'era sempre qualcuno che voleva fare chiarezza tanto che sembrava di essere nell’Illuminismo), ci pensò il professor Monia che biascicando con il suo Habana tra le labbra spiegò ai codini e ai qualunquisti con la testa da ragioniere che quel caos era il caos della creazione stessa. Giá che c'era colse l'occasione per ricordare a noi poveri somari che in fondo quello non era altro che un Merzbau. Cos'era il Merzbau? Nessuno ebbe il coraggio di fare la domanda, ma era palese che nessuno lo sapesse. 

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Monia scuotendo il capoccione barbuto guardò verso i colleghi Bardi e Borsieri ai quali non parve vero di scuotere a loro volta il capo in segno di compatimento. Anche Franz scuoteva la capoccia ma per fortuna (loro), non profferì parola. Monia cominciò una filippica sul Dadaismo, su Kurt Schwitters e sul concetto di Merz. Detto tra noi merz era un pezzo della parola Commerz Bank, stampata su un pezzo di carta che questo Schwitters aveva trovato per terra. Non è che Schwitters facesse lo spazzino, era solo uno che raccattava tutto, come mio nonno Giovanni, solo che mentre nel 1916 Schwitters fondò il Dadaismo, mio nonno Giovanni andava sul Piave e questo gli impedì di diventare un artista (forse non solo questo).

Beh insomma così come raccoglieva pezzi di carta, Kurt Schwitters raccoglieva e portava a casa tutto quello che capitava come mio nonno Giovanni ma lui (Kurt), trasformava tutto in un bel Merzabau cioè un ammasso di cianfrusaglie che poi diventarono arte. Con tutto quell’ammasso di cianfrusaglie anche il liceo artistico sembrava un Merzabu (e questo era meglio che l'Angelica e papà Renato non lo sapessero).

Pagina 30 3. Dal Feng-shui al Gruppo 63

Il trasloco andò avanti per qualche settimana e alla vigilia delle feste natalizie, il liceo artistico aveva un nuovo indirizzo stradale ma anche un nuovo indirizzo di studi perché proprio in occasione dello spostamento della scuola il professor Salvatore Pescofiorito mise in piedi un corso sperimentale di rilievo (pittorico e architettonico). Il professor Pescofiorito era, per così dire, un accademico pentito, quelli che, dopo aver studiato o come si direbbe oggi, compiuto un percorso di studi, all'Accademia delle Belle Arti, si rendevano conto che Artes non dant panem, e se non dava il pane, figuriamoci il companatico. Insomma, come tanti altri, il professor Pescofiorito si annoiava a ripetere «sempre la stessa lezione con le stesse parole» come diceva un cantautore di sinistra e con i Ray-Ban allora molto in voga, tale Antonello Venditti. A ben guardare i docenti del liceo si potevano tranquillamente dividere in apocalittici e integrati per usare una distinzione che faceva l'Eco (Umberto), parlando dei fumetti e della letteratura. Agli integrati il liceo andava benissimo com'era, con le infinite ore di copia dal vero dai gessi e della modella vivente, con gli sfumini, la carta martellata, l'olio di lino e l'anatomia artistica. L'arte andava esercitata possibilmente in una soffitta, dopo averla appresa era necessario andare a bottega e poi esporre. Morire di fame era parte dell'arte stessa. Se non si era morti di fame almeno una volta nella vita, non si era nemmeno veri artisti. L'altra anima del liceo era quella degli apocalittici. Per loro il liceo doveva cambiare strada e non in senso topografico; il trasloco da Piazza dei Martiri (nomen omen), in Via Micca doveva anche essere occasione di rinnovare la scuola. Semiotica, urbanistica, progettazione partecipata, sociologia, grafica, fotografia, videotapes. Altro che balle, altro che Bohème e “gelide manine”. Il trasloco portò le due anime se non a scontrarsi almeno a mandarsi cordialmente a quel paese.

Ma il dibattito culturale era aperto. Le mura del vecchio convento della Maddalena avrebbero dovuto sentirne delle belle, perché oltre ad aprirsi, il dibattito culturale si radicalizzò. Ormai anche certe espressioni non mi spaventavano più anche perché oltre ai Levi's, all'Umberto Eco, all'«L’Espresso» nella saccoccia, avevo anche un paio di Ray-Ban nuovi fiammanti che l'Angelica mi aveva comperato facendo la cresta sulla spesa, se mi concedete il ricordo intimo e personale. Ero anche convinto che il personale fosse politico, insomma ero un estremista di sinistra fatto e quasi finito).