Nel sovrapporsi delle parole di Lander, delle romanze di Belletti, non riuscivo a capire quale materia stesse spiegando. In realtà non stava insegnando nessuna materia poiché non era un'insegnante, Lalla era la rappresentante del “Movimento Studentesco” ed era lei che spiegava agli insegnanti cosa andava e cosa non andava nel liceo.
A me sembrava di essere capitato nel posto sbagliato che poi da un'ottica diversa mi sembrava essere il posto giusto, ma abituato alla scuola media-lager dalla quale provenivo, mi trovavo ad essere in uno stato di totale confusione mentale. Avete presente quando si sale una scala e si pensa di dover fare l'undicesimo gradino mentre i gradini sono dieci? Ecco io mi sentivo così.
Nella sala blu, la chiamo così per comodità ma anche perché mi ricordava più un hotel des alienés che una scuola, ci rimasi per circa due mesi. Di quei giorni ricordo altre due cose, oltre al colore della moquette: i vestiti dei compagni di scuola, i suoni delle parole. Era evidente che i pantaloni Facis li avessi solo io; quel che è peggio è che avevano un motivo pied de poule che secondo i canoni estetici dei miei genitori era molto adatto, non solo per frequentare un liceo, ma sopratutto ad andare “su in città”, vale solo la pena di ricordare che la città della pianura ha una parte bassa (dove stanno i poveri), e una parta alta (dove stanno i ricchi), che non si tratta poi di una grande invenzione. I miei compagni di liceo erano quasi tutti ricchi e rigorosamente vestiti da poveri, mentre i pochi poveri cercavano di vestirsi da ricchi. Erano le contraddizioni della società, mi spiegarono in seguito. Gli oggetti di culto erano l'eskimo, il montgomery e il loden. Lalla indossava un eskimo verde di tre taglie più della sua, il professor Monia, barbuto radical-chic (stavo imparando una sacco di parole nuove), oltre ad un sigaro Habana in bocca, indossava un montgomery; lui metteva i giornali in tasca col titolo del giornale in bella vista (l'Angelica non mi permetteva nemmeno di mettere le mani congelate nelle tasche del paletot). Di quei giornali conoscevo solo "l'Unità" che mio padre diceva che era meglio non leggere visto che lui era stato cacciato dall'aeronautica proprio perché suo padre leggeva l'Unità, boh cose misteriose della famiglia che non capivo bene. Gli altri giornali che spuntavano dalla tasca erano molto misteriosi: "Servire il popolo", "Il Manifesto", "Lotta Continua". Io a casa avevo visto per anni il nonno Giovanni leggere "La Gazzetta del Popolo" dove si parlava sempre di donne di Torino che volavano giù dal terzo piano pulendo i vetri o persone che cadevano sul selciato ghiacciato.
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