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Il Maestro infatti aveva una figlio piccolo e lui era solito uscire la sera per "impegni inderogabili presso abitazioni di discendenti di case reali di mezza Europa"; essendo il Maestro separato dalla moglie da molti anni, il bambino, Eurialo, doveva essere accudito. E così Elvis entrava in servizio al calar della sera. Si portava a casa del Maestro armato di Fender e appena Belletti usciva, il povero Eurialo veniva cacciato nello sgabuzzino delle scope con pane burro e marmellata ed ingozzato fino all'inverosimile. Approfittando della casa del Maestro, Luca Zaccagnini non resisteva alla tentazione di invitare qualche compiacente e disponibile compagna di scuola. La sinergia sembrava funzionare alla perfezione.

In un giorno prima delle vacanze di Natale, Giorgio Monia ci disse che in città era stata aperta una nuova galleria d'arte. Monia non si limitò a comunicarcelo, già che c'era non perse l'occasione di ribadire che non si trattava della solita galleria per pittori della domenica, o pitur come definiva lui sbrigativamente tutti coloro che si ponevano davanti ad una tela o ad un foglio con intenti creativi. La galleria d'arte che si chiamava Fuxia era stata aperta da Jiri Capeck, un architetto boemo e da sua moglie una ex antiquaria parigina, Françoise Millet nel cuore della città. Monia ci parlò di "artisti molto selezionati e di opere filologicamente corrette", niente robaccia kitsch per salumieri o parvenu d'ogni sorta. Quindi potevo andarci tranquillamente visto che salumiere non ero, arricchito nemmeno e non ero ancora pervenuto da nessuna parte. Alla vernice, Monia si esprimeva solo così, furono invitati solo alcuni "docenti decenti" e alcuni selezionatissimi studenti. Tra i "docenti decenti" c'erano Libero Borsieri, grande amico di Monia, Salvatore Pescofiorito, molto interessato al rapporto arte-tecnologia, la Perfida Tasso che era una vera signora milanese oltre che la vicepreside. Io ero fiero di far parte dei "selezionatissimi". Gli altri alunni fortunati furono Roby Paganelli detta la Rouge per ruolo ricoperto nella classe e nella scuola, Cristina Bentivegna detta Limousine per motivi di status, Enza Baguette Molinari che si sapeva comportare in ogni occasione, un paio di Belle e maledette che facevano sempre arredamento e Franz per motivi di ordine pubblico. Monia detestava la mondanità provinciale, quella che scimmiotta la mondanità vera, ed infatti il vernissage fu molto misurato, direi sobrio, anzi austero. La presentazione dell'artista fu fatta da Jiri Capeck. In tedesco. L'unico che capì qualcosa fu proprio Franz che aveva una nonna austriaca, anzi "austro-ungarica". Gli altri restarono in un mistico silenzio. Monia che padroneggiava tre o quattro lingue moderne, zampettava di qui e di là con un Martini con oliva che allora era il massimo dello chic. Ma chi era l'artista esposto? 

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Si trattava di un giovane austriaco, Walter Giers che naturalmente nessuno di noi conosceva e che Cristina Limousine Bentivegna, ricca ma idiota chiamò Giers con la "gi" dolce fulminata dallo sguardo di disprezzo di Monia. Walter Giers era un artista che creava pannelli elettrici pieni zeppi di luci, un light artist di difficile collocazione. Pescofiorito, anche lui insegnante di figura disegnata pentito, stravedeva per la tecnologia soprattutto quando applicata alle arti visive. L'insegnante che per primo ebbe l'ardimento di parlare di computer, quando nessuno sapeva bene di cosa si stesse parlando e quando sugli schermi apparivano ancora caratteri a lettere verdi che richiamavano gli extraterrestri. Lui aveva la passione per tutti i video artisti allora conosciuti da Fabrizio Plessi a Name June Paik. Ci portò dinnanzi ad uno dei pannelli più enigmatici che si intitolava Birne cioè, lampadina. Si trattava di un quadrato nero con una cornice di ciliegio e una lampadina al centro la cui luce variava di intensità. È davanti ad opere come queste che, ancora oggi, a qualche sprovveduto viene sempre da dire "Lo so fare anch'io". Questa volta la parte della deficiente toccò a Cristina Bentivegna detta Limousine. Nei pochi secondi di silenzio che seguirono, in una specie di piano sequenza al rallentatore si potevano vedere Roby Paganelli la Rouge abbassare lo sguardo, Enza Molinari fingere indifferenza, le Belle e maledette sciogliersi i capelli, Franz guardava me ed io scuotevo il capo. La reazione di Pescofiorito fu nella linea della tradizione dei pesci in faccia ma questa volta a prenderli fu la sola Cristina Bentivegna. Pescofiorito andò per le vie brevi: «Capisco che per una come te l'estetica è quella dell'estetista, ma per me la miglior dote di un' ignorante è saper stare zitta». Franz disse : "Mi associo", Enza Molinari per solidarietà femminile disse: «Certo che sei una bella cretina». Io ormai ero più di là che di qua (intendendo con questo che stavo quasi sempre dalla parte dei miei insegnanti). Per fortuna i due galleristi, François Millet e Jiri Capeck non sentirono o finsero di non sentire. E siccome finsero di non sentire, Franz richiamò la loro attenzione con un fischio e disse: «Scusate, ma qui c'è gente che è venuta solo per mangiare. Ah proposito c'è qualcosa da mangiare?». E così la tensione si sciolse, la lampadina di Walter Giers si spense e il rinfresco cominciò. Nei mesi successivi tornai alla galleria in compagnia di Mario Moioli, l'autore di PaoloVI trasformatosi in Stalin, che nel frattempo era diventato mio grande amico forse proprio perché io gli avevo offerto la mia spalla sulla quale piangere per la tragedia della trasformazione del Santo Padre in un feroce dittatore. Andammo spesso insieme alla Galleria Fuxia e facemmo anche amicizia con Françoise Millet. 

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Fu in quegli anni che imparai a dissimulare le mie origini. Portavo un bel paio di occhiali con montatura di tartaruga, avevo un bel ciuffo e portavo sempre il trench. Mario Moioli invece, di origini contadine, non dissimulava alcunché, anzi esagerava nello schermirsi. La Millet ci parlava come se anche noi fossimo nati nel terzo arrondissement, ci parlava del Marais che era rinato anche per via dell'attesa data dalla prossima apertura del Centre che "Renzo e Richard" stavano costruendo. Mario Moioli ed io annuivamo come due babbuini senza capire un accidente di cosa dicesse la fascinosa gallerista. La Millet ci invitò all'inaugurazione della mostra successiva: Scritture indecifrabili di popoli sconosciuti di Bruno Munari. Disse che teneva molto alla nostra presenza. Appena usciti dalla galleria Mario Moioli ed io ci guardammo come se la bella Françoise ce l'avesse data. Anzi eravamo anche un po' più contenti che se ce l'avesse data. Bruno Munari! Munari era uno di quei nomi per i quali avevo preso cazziatoni monumentali da Monia, da Bardi, da Borsieri. E adesso? Adesso una gallerista parigina ci invitava al vernissage alla Fuxia! Mi chiedevo cosa fosse accaduto alla mia miserabile vita, ma a volte è meglio non chiedersi niente. Meno ci si chiede e meglio si sta. E così arrivò il giorno della mostra. Mario Moioli ed io non stavamo più nella pelle; leggemmo tutto quello che era possibile leggere su Bruno Munari, guardammo tutte le sue opere, ci procurammo fotografie e disegni; allora, non bastava andare su Google. All'inaugurazione oltre a Monia, erano presenti i giornalisti dei giornali che avevamo visto solo nelle tasche di Monia e Borsieri. Venivano quasi tutti da Milano e da Torino. Cosa ci facevamo lì in mezzo noi due "risaioli"? Molto semplice, attiravamo l'attenzione di Munari che disse: «Mi piace questa terra che va dal riso al Rosa». Tutti sorrisero ma non avevano capito nulla e allora Munari che oltre che un grande artista, era un animo semplice disse: «Venendo in treno da Milano guardavo le risaie colme d'acque con i loro esili argini. Mi piacciono molto le risaie, sarebbero piaciute anche al mio amico Paul Klee». Paul Klee?! E così Mario Moioli ed io ci sentimmo per un attimo al centro del mondo: Bruno Munari, Paul Klee e noi, unici ragazzi di risaia. Mancava Giuseppe De Santis, Riso amaro e Silvana Mangano per sentirci come Toulose-Lautrec al Moulin Rouge.

Ma il rapporto tra il liceo artistico e Bruno Munari era destinato a non finire con la sua bella mostra alla galleria Fuxia. Monia riuscì a portare il grande designer al liceo per una lectio magistralis sul design.
Non saremmo stata la miglior scuola della città, nemmeno lontanamente, ma di sicuro eravamo la più vulcanica e non l’avrei certo cambiata né per l’Istituto tecnico “Ettore Villa” (quello del lavoro sicuro) e nemmeno con il Liceo classico Giuseppe Mazzini (quello dei Presidenti della Repubblica).


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Dopo Bruno Munari venne e tenere una serie di incontri con gli studenti anche Mario De Micheli. Le pagine dei libri si stavano personificando. Era la prima volta che vedevo qualcuno che avesse scritto dei libri. Era una sensazione strana. Quando portavo i pantaloni Facis pensavo che le persone che avessero scritto dei libri fossero tutte morte e sepolte, anzi qualche volta dubitavo anche che qualcuno li avesse realmente scritti mentre ero sicurissimo che qualcuno li avesse davvero letti. Bruno Munari arrivò a piedi dalla stazione ferroviaria che distava poco dalla sede del liceo. Entrò nella più grande aula di modellato accompagnato da Monia e Borsieri visivamente soddisfatti.

Era un uomo mite, con il tono di voce calmo e pacato, tanto per intenderci esattamente il contrario di quello della perfida Tasso che però lo accolse con grande cordialità facendo gli onori di casa e avvisandoci che Munari o non Munari, al primo segno di "cagnara" saremmo stati passati per le armi (per lei la scuola era così o non era).

Non ci fu bisogno delle armi, Munari affascinò subito tutti con una pelle di cipolla proiettata attraverso il vetrino di una diapositiva. Munari proiettava "diapositive preparate"; tra i due vetrini venivano inseriti materiali vari la cui proiezione su uno schermo dava vita a mondi immaginari e a paesaggi lunari. Persino Franz ammutolì e per fare ammutolire Franz occorreva essere o dei geni o degli ipnotizzatori (o magari tutte e due le cose). Il "piccolo grande uomo" ci parlò di tante cose ed io che occupavo un posto in prima fila potei fargli un sacco di domande. Lui non era uno che si fidava molto di quelli che indossavano eskimo o trench; o almeno non ci badava e a mio modo di vedere non gli sarebbe importato molto anche dei pantaloni Facis. Munari non era un esteta, era un “creativo” ma lo era quando ancora il termine “creativo" non esisteva. Cosa creava Munari? Immagini mentali, assonanze visive, oggetti immaginari; non ci invitava a sognare ma ad osservare l'esistente. I suoi sogni erano negli oggetti di tutti i giorni. Lui che fu tra gli inventori del concetto di design era esattamente il contrario di un designer o almeno dei designer di oggi, tutti presi da sé stessi più che dagli oggetti creati. Proponeva di istituire "Il compasso d'oro ad ignoti" (il compasso d'oro è il più importante premio che si attribuisce al miglior designer dell'anno). Munari considerava geniale l'inventore della sedia a sdraio che si vedeva in quegli anni su tutte le spiagge: molto resistente, comoda, occupava poco spazio e, non da ultimo, era molto economica. Le Belle per aver sottolineato la poeticità della sedia sdraio, le Consapevoli ammiravano Munari per aver posto l'attenzione su un oggetto fatto per le masse popolari, le Sorelle Materassi sorridevano perché secondo Franz i “materassi” erano parenti delle sedie a sdraio.


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Era evidente che Bruno Munari fosse qualcosa di diverso e di meglio del normale artista; Monia lo definì un caposcuola, ma definirlo così fu un passo falso poiché al momento delle domande Luigi Mondini detto Luserta chiesa: «Scusi signor Munari, ma un caposcuola è come un capoclasse?».L'idiozia è uno spettro sempre presente e non solo nelle scuole.

Dopo Munari fu la volta di un altro mostro sacro: Mario De Micheli, l'autore del memorabile Le avanguardie artistiche del Novecento. Il "De Micheli" era il testo che accomunava un po' tutti, Monia, Borsieri, Bardi, Pescofiorito, tutti lo consideravano una lettura fondamentale. Bardi che come Monia era abituato a calcare la mano ci diceva che «Non conoscere il De Micheli all'artistico gli'è come buttarsi in Arno senza saper nuotare. E non è detto che se vi si butta tutti in Arno sia poi questo gran danno». Comunque, io ormai sapevo nuotare tanto che "L'arte moderna non nasce per via evolutiva dai valori ottocenteschi, ma da una sua rottura con essi..." l'incipit del De Micheli lo avevo mandato a memoria, come aveva consigliato Bardi.

Mario De Micheli tenne la sua lezione sulle matrici ideologico-letteraria dell'eversione fascista , tema che sarebbe poi diventato un titolo di un suo libro. Al liceo di fascista ce ne era una sola Laura Loy detta Babe. Contro di lei era comparsa anche una scritta sul muro del liceo che diceva: "Babe fascista un po' troia", tanto che non si capiva se fosse peggio essere fascista o essere un po' troia. Franz sosteneva che era peggio essere fasciste perché un po' troie lo erano tutte, ma si sa che lui amava il paradosso. A Mario De Micheli però queste vicende un po' provinciali interessavano poco o nulla, solo che la suddetta Babe sedeva tra il pubblico e tra il pubblico sedevano anche tutti gli altri. Quando De Micheli accennò a decadentismo e futurismo in quanto movimenti che avevano già in nuce i sintomi prodromici del fascismo, Laura Loy detta Babe, che stupida non era, sbottò «Queste conferenze hanno sempre lo scopo di far tacere il dissenso. Si fa entrare nel liceo un docente universitario che poi si rivela essere un cavallo di Troia». Ma Franz di rimando disse «A proposito di troie guarda che sul muro c'era della posta per te». Monia, Borsieri, Bardi e Pescofiorito riuscivano a stento a soffocare il riso. Persino Mario De Micheli, anzi "il" De Micheli nascose un mezzo sorriso. 


Pagina 102 8 .Le paysan de Paris

Franz ormai era diventato come l'oracolo di Delfi. Solo che lui rispondeva anche se non interrogato. Quell'inizio dell'ultimo anno di corso ordinario fu davvero movimentato per la vicepreside Manuela Tasso. La Perfida era comunque uscita indenne da una notevole sfilza di seccature che avrebbero messo a dura prova chiunque, dalle piazze sempre occupate (e alle aule spesso vuote), fino all'arrivo di Luca Zaccagnini detto Elvis che ormai duettava sempre più spesso con Manuele Biancofiore detto Che Guevara e faceva coppia fissa con Paolo Faustino Belletti detto il Maestro.

Come in una routine collaudata, a ottobre ci si salutava, a novembre e dicembre si lottava, dopo le feste si cercava di salvare l'anno e in primavera si pensava alle gite. Era per noi il quarto anno di corso ordinario, dopo, per i nostalgici c'era ancora la possibilità di frequentare il quinto anno integrativo. Quasi nessuno lo frequentava per deliberata volontà di

ire gli studi, qualcuno per scrupolo, molti per nostalgia per quei quattro anni meravigliosi passati in quel liceo. Io fui tra i nostalgici, naturalmente. Tutto quello che è venuto dopo non è assolutamente degno di nota.
Verso la fine dell'inverno anche l'asprezza delle lotte sembrava attenuarsi. Dopo i "fatti di Marzo" e il “Convegno sulla repressione” a Bologna, anche al liceo la tensione si era leggermente stemperata anche se il 1977 restò un anno turbolento. Ma nella scuola ci sono riti e ritualità che vanno oltre ogni cosa e anche oltre ogni ideale. Uno di queste ritualità è la gita scolastica. Oggi la gita si chiama pomposamente viaggio d'istruzione come a sottolineare che non si tratta di tempo sprecato ma di tempo dedicato "all'istruzione". È una bugia colossale, la gita era, è e resterà una gita, con le chitarre, i cori sull'autobus, gli ubriachi, quelli che dànno di stomaco, quelli che si fumano spinelli, quelle che pensano di essere rimaste incinte . E anche quelle che ci rimangono davvero.

Nel marzo di quell'anno Monia e Borsieri stavano progettando di portarci in gita. L’ultimo anno, per nessun motivo al mondo era possibile non pensare alla gita. Erano in ballo tre mete: Roma, Barcellona e Parigi. A Roma avrebbe voluto andare Borsieri per via del Tempietto di San Pietro in Montorio di Donato Bramante, il cosiddetto "Partenone del Rinascimento". 

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Borsieri aveva un conto aperto con noi da quando, durante l'elaborazione di un esploso del tempietto, ad esplodere fu proprio lui portato all'esasperazione dalla totale incapacità della classe ad eseguire il lavoro. Un esploso è un'assonometria che prevede lo smembramento delle varie parti geometriche o architettoniche dell'oggetto rappresentato. È un lavoro molto complesso che oltre a righe e squadre richiede anche un'altro fondamentale strumento: la pazienza dell'insegnante. Borsieri di pazienza non ne aveva moltissima e, quella poca che aveva, veniva messa a dura prova dalle Sorelle Materassi che disegnavano come due gemelle siamesi (una la parte destra e una la parte sinistra dell'esploso), Luigi Mondini detto Luserta che chiedeva se l'esplosione avrebbe provocato danni e Franz che mangiava bruschette mentre disegnava masticando rumorosamente, cosa mandava in bestia Borsieri. Per punizione Borsieri avrebbe voluto portarci a Roma e farci genuflettere dinnanzi al tempietto bramantesco. Per fortuna Monia aveva altre idee, più che altro manie di grandezza. E fu quello che ci salvò, non tanto da Roma, quanto dalla voglia di feroce vendetta di Borsieri. Barcellona fu bollata come città per nullafacenti, Monia poi aveva una vera e propria idiosincrasia per la Sagrada Familia (oltre che per la famiglia in generale), e per tutta la paccottiglia Art Nouveau. Erano tempi severi anche nei giudizi: o si stava da una parte o si stava dall'altra, quindi Barcellona era fuori discussione. Rimase Parigi.

Parigi era la città dei mie sogni. Io avevo due desideri nella vita: vedere New York e vedere Parigi. La passione per New York me la trasmise mio nonno Giovanni. Lui, come ho già detto era veneziano di Casteo, e mi diceva sempre che il campanile di San Marco era talmente bello che a Nuova York avevano costruito i primi grattacieli proprio ispirandosi al Campanile di San Marco. Lui sapeva a malapena leggere e scrivere, ma quel poco che leggeva se lo ricordava. Leggeva "La Gazzetta del Popolo" un giornale noto per la sua assoluta inutilità. Qualche volta, oltre che occuparsi della cronaca della nostra nebbiosa città, si occupava, in un'apposita rubrica, delle "immagini dal mondo". Tra queste immagini vidi la costruzione del World Trade Center dell'architetto Minoru Yamasaki. Da allora incomincia a ritagliare le fotografie dei grattacieli di New York e ad appiccicarle su un quaderno. Avrei voluto vedere New York.

La passione per Parigi era più recente, risaliva al mio primo anno al liceo, quando proprio Monia mi disse che la mia vita, nonostante i pantaloni Facis, era del tutto superflua se non fossi andato almeno una volta all'anno a vedere le mostre parigine. Era evidente che lui avesse ragione ed io torto. 

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In quei quattro anni avevo fatto passi da gigante: avevo il trench, leggevo «L'Espresso», padroneggiavo Eco, mi mancavano solo tre cose: Parigi, la Montblanc e il sigaro Habana. L'ultimo era alla mia portata ma l'Angelica d il Renato mi avrebbero cacciato da casa (visto che fumavano le Nazionali senza filtro). Ma adesso anche Parigi sembrava a portata di mano. La Montblanc poteva aspettare.

Monia fece il nome dei possibili accompagnatori per la gita: Monia stesso e poi Borsieri. E la perfida Tasso con compiti di supervisione. La classe 4^A dei nostri nemici storici sarebbe stata accompagnata da Paolo Faustino Belletti detto il Maestro, E Giuliano Gabardelli detto Sidol. Tutto questo da ipotesi si trasformò nel giro di qualche settimana in una realtà.

Quando dissi all'Angelica e al Renato che avrei voluto partecipare alla gita a Parigi, mi risposero che per loro andava bene. Mio padre aggiunse «Tanto peggio di così...». Non sapevo a cosa si riferisse, anzi lo sapevo benissimo, si riferiva a quegli studi inutili che mi avrebbero portato a pernottare all'ufficio di collocamento. Ma se per qualcuno Parigi valse ben una Messa, figuriamoci se non valeva qualche sarcasmo di mio padre.

Non sapevo bene cosa infilare nella valigia. La valigia non era l'antenato del trolley, non solo perché non aveva le ruote, ma soprattutto perché chi faceva una valigia lo faceva con uno stato d'animo completamente diverso da chi prepara un trolley. La valigia presupponeva un'idea di partenza come distacco di lunga durata, il passaggio anche simbolico da un luogo all'altro. Il trolley di oggi è fatto per chi è abituato a saltare su e giù dagli aerei; nel trolley non c'è posto per quello che si infilava in una valigia: maglie di lana, cappelli, grucce, scarpe con la para, bretelle e cose del genere. Benché io fossi ormai diventato un essere intellettualmente evoluto, mia mamma Angelica mi fece la valigia e la prima cosa che ci i filò fu una scatola di supposte per il mal di schiena, niente ombrello, quello si portava a mano, molte maglie di lana ed uno spropositato numero di mutande. La lasciai fare ma poi, presi uno zaino (che per l'Angelica serviva solo agli alpinisti), e ci infilai le mutande (poche), due paia di jeans Levi's, tre camicie, un paio di maglioncini, il trench e mi comprai un ombrello portatile. Inaudito.

Il treno era un vagone a "cuccette" che passava dalla mia città per poi infilarsi dopo pochi chilometri nel traforo del Sempione. Altro che MPX e CGD delle etichette col codice a barre, allora il viaggio aveva ancora qualcosa di sanguigno e di leggermente avventuroso principalmente per la mancanza dei telefoni cellulari e dei trolley.


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 La perfida Tasso era una via di mezzo tra una docente e un cane poliziotto e prima di salire sul treno fummo tutti se non proprio perquisiti, almeno sottoposti ad una radiografia: niente radio, niente chitarre, niente birra, naturalmente niente sigarette e altro materiale; ma non solo, la Perfida ci aveva già messo sull'avviso che non avremmo frequentato né discoteche, né pub, né nessun locale di divertimento. Insomma visto così più che un treno di studenti diretti in gita a Parigi sembrava la tradotta per il Carso.

La notte passo tranquilla anche perché Manuela Tasso passeggiava nel corridoio come una sentinella di guardia ad una polveriera. La polveriera non esplose, ma tanti piccoli fuochi covavano negli scompartimenti. Ognuno aspettava di vedere la "sua" Parigi; tutti eravamo desiderosi di vedere il Louvre, la Montmartre degli Impressionisti e delle avanguardie, le Sorelle Materassi volevano vedere la Parigi di Peynet, le Belle e maledette bramavano di vedere la Fontana di St. Michel,e il Boul Mich, le Consapevoli volevano vedere i luoghi della Comune, io volevo vedere il Centre Pompidou, Franz voleva andare a Pigalle. Ma come ognuno ha sempre in mente un'idea di città, anche i nostri docenti avevano nella testa una loro Parigi; quella di Monia era la Parigi di Ferdinand de Saussurre e di Roland Barthes, del Beaubourg e dell'IRCAM, quella di Borsieri erano i Boulevard voluti da Hausmann, la Parigi di Guimard e quella di Labrouste o di Baltard, la perfida Tasso avrebbe voluto mostrarci il Pendolo di Foucault, ma anche portarci sul Bateau Mouche, perché, ci disse «Così alla prima cazzata vi posso affogare nella Senna», ma si sa lei aveva una concezione leggermente alcatraziana della scuola. Per essere sinceri, l'unica persona che temevamo davvero, era lei che aveva una sua filosofia sul ruolo del docente: «L'insegnante colto che non sa tenere la classe, non è un insegnante», diceva spesso e non aveva poi tutti i torti.

La notte passò in fretta, l'entusiasmo cresceva e la Gare de Lyon si stava avvicinando. Alloggiavamo in un piccolo hotel in Rue des Ecoles. Ero inebetito dal fatto di essere a Parigi e, come si dice in questi casi, non mi sembrava vero. Eppure era vero ed ero a Parigi con il professor Giorgio Monia, con colui che aveva instillato in me il tarlo dell'arte, della cultura, del teatro, del cinema, del savoir vivre, il mio modello di vita. Altro che fabbriche e sicurezze piccolo-borghesi, “La beauté sera convulsive ou ne sera pas...” come diceva André Breton o meglio come mi aveva detto Monia che aveva letto Breton. Ed io ero pronto a quella convulsione totale, continua, esistenziale. 

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Come Breton rincorreva nella notte la sua Nadja per le strade di Parigi, così io rincorrevo la convulsione della bellezza. Anch'io “cedevo all'adorabile vertigine cui mi inclinavano questi luoghi dove aveva avuto inizio tutto ciò che di meglio avrei potuto conoscere” solo che se quel luogo per Breton era il Marché aux fleurs dell'Ile de la Cité, per me fu la via Pietro Micca e il chiostro del liceo artistico. Avevo l'impressione, una volta arrivato a Parigi che Le Consapevoli del proprio ruolo, le Belle e maledette, le Sorelle Materassi, Franz e tutti i miei compagni fossero destinati a diventare il passato, come erano diventati il passato, i pantaloni Facis, la preside sciancata della scuola media e il mio quartiere di fabbriche e canali. Ora c'era Parigi, l'arte e il Boul Mich tutto davanti a me e tutto insieme.

Fummo assorbiti dal Louvre. Il vecchio ingresso era presso la cosiddetta Colonnade e lì cominciarono i primi guai intellettuali: «Chi ha progettato la Colonnade? Chi era il concorrente? Chi era il committente?», Borsieri, complice la frizzante aria della primavera parigina, era scatenato.

Qualcuno bofonchiò qualcosa di inesatto e di improprio, Borsieri masticava la pipa “magrittiana” che aveva sfoderato per la trasferta parigina. Guardò al di sopra degli occhiali di tartaruga e sentenziò: «Se siete venuti a Parigi credendo di vivere di rendita con quella quattro nozioni lette sulla guida del Touring, avete sbagliato in pieno. Qui si fanno lezioni di architettura applicata, qui si pensa, si medita e si riflette. Quindi poche balle e cerchiamo di tener un atteggiamento consono, propositivo e costruttivo». Era in quei momenti che bisognava saper tacere e invece Luserta disse: «Ma io ho fame, non abbiamo nemmeno fatto colazione!». Borsieri rovesciò gli occhi come se stesse per trapassare ma il Luserta insisteva: «Cerchiamo almeno un bar, una tavola calda, una mensa». Era quasi implorante. Intervenne prontamente la perfida Tasso che, sempre molto ben disposta verso le esigenze fisiologiche degli studenti decretò: «Va bene facciamo colazione! Poi cagate, pisciate e tutto il resto, perché fino a stasera non ci fermiamo più!». Fummo tutti più rassicurati, tanto che il Luigi Mondini detto Luserta, esclamò: «In fondo Parigi val ben una mensa». Monia lo compatì, Borsieri sbuffò, la Tasso lo prese a calci nel culo.

Comunque la lezione sul campo proseguì. Toccò a me trarre tutti d'impaccio e salvare la 4B da un crollo della propria autostima: «La cosiddetta Colonnade è uno dei capolavori dell'architettura classicista francese, opera di Claude Perrault, che la costruì tra il 1667 e il 1670, sbaragliando la concorrenza di Gianlorenzo Bernini. 

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Fu commissionata da Luigi XIV nell'ambito di una ridefinizione degli spazi destinati alla collezione d'arte più grande al mondo. Vien da chiedersi come il classicismo e il trionfante barocco europeo possano mirabilmente convolare a nozze nel più imponente batiment... Mmm, ora mi sfugge come dite voi in Italia...». Ormai ero entrato nel personaggio e tutti mi guardavano stralunati. Tutti meno Monia e Borsieri che gongolavano per aver saputo creare un piccolo mostro di erudizione artistica. Anche le Belle e maledette erano vagamente affascinate, mentre le Consapevoli del proprio ruolo dicevano che avevo "cagato il cazzo", ma si sa era gente abituata ai picchetti davanti alle fabbriche ed io ormai ero molto oltre la fabbrica. Fu lì che la Tasso disse che potevamo anche andare a pranzo.

Infatti pranzammo proprio dentro il Louvre, sfiniti dalle spiegazioni di Borsieri e dalle teorie di Monia, facemmo una pausa in un caffè proprio di fronte alla Nike di Samotracia (che era ancora la dea della vittoria e non la testimonial delle scarpe). Nel museo incontrammo anche l'altro pezzo della comitiva, la 4^A condotta da Paolo Faustino Belletti detto il Maestro e da Giuliano Gabardelli detto Sidol. Il Maestro aveva già messo a dura prova credulità di tutta la 4^A quando, davanti alla Libertà che guida il popolo di Eugène Delacroix, affermò perentorio che la bandiera francese in mano alla personificazione della libertà, la possedeva lui. Ma il Maestro era esattamente il contrario di uno stratega. Lui non pensava, o meglio non pensava prima di parlare. Non pensava nemmeno dopo aver parlato. Quello che gli passava per la testa diceva, ed infatti continuò dicendo che la bandiera gli fu donata da un partigiano francese che incontrò nella valle del Rodano mentre cercava escargots (lumache). Alla domanda di Mocio su cosa ci facesse nella Valle del Rodano, il Maestro imperturbabile rispose :«Cercavo lumache! Sei sordo?». Il Maestro era il contrario della Zattera della Medusa che sta proprio lì di fronte, lui era inaffondabile. La Tasso, che sarà stata anche perfida, ma non era stupida, ci consigliò di fingere di non conoscerlo, solo che lui conosceva noi e nel bel mezzo della collezione della pittura francese, agitando un foulard pavarottesco urlò «Salve connazionali! Comment ça va?». Si vergognò anche Franz, che era piuttosto temprato.

Per fortuna le nostre strade si divisero proprio alla Grand Galerie, dove la visita da impegnativa divenne ostica e la guida del gruppo passò da Borsieri a Monia che commentò quadro per quadro, da Benozzo Gozzoli a Caravaggio, tutto, non gli sfuggiva nulla. Arrivati a Monna Lisa, opera sulla quale ci sentivamo tutti piuttosto preparati, ci fece disporre a semicerchio e ci fece guadare la folla e non il quadro (del resto il quadro lo guardavano già tutti). Monia la prese piuttosto alla lontana:

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«Monna Lisa è vittima del suo mito. È una delle poche vere icone al mondo. Altre? Marylin Monroe, difficilmente riesco a trovarne un'altra. Un'icona non è semplicemente un'immagine famosa. Un'icona è un' immagine "venerata" che è qualcosa di molto diverso. Alle persone non interessa quasi "vederla", vuole "fotografarla" vuole testimoniare di averlo fatto e di essere stato lì. In epoca di macchine fotografiche alla portata di tutti, nessuno resiste alla tentazione. E ancora una volta le teorie di Walter Benjamin appaiono corroborate dalla realtà dei fatti: l'aura dell'opera esiste e come. L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica fu un testo premonitore. Monna Lisa è la grande ammaliatrice dell'umanità. Non reggono il confronto né le rock star, né le pornodive, la Gioconda è lì, è essa stessa la realtà e la sua rappresentazione. Un tempo i meno ferrati nella materia si accontentavano di cercare di svelare il segreto del suo apparente sorriso oppure di spostarsi ingenuamente per vedere se lo sguardo di Monna Lisa li seguisse davvero, oggi non più. Oggi essere al suo cospetto è la miglior testimonianza anche verso sé stessi di non aver sprecato il denaro per fare un viaggio a Parigi, magari da uno sperduto angolo della terra. Insomma è la donna più guardata e ammirata al mondo. Anzi, la donna italiana più guardata e ammirata al mondo».

Praticamente tenne una conferenza. Le Consapevoli erano annichilite, le Belle estasiate, le Sorelle Materassi sorridevano come Monna Lisa, Franz disse : «Monna Lisa è strabica». Ma non era finita lì. Borsieri che finora era rimasto in disparte con la perfida Tasso, tentò il colpo sotto la cintura: «Adesso qualcuno di voi, cari intelligentoni, sa dire chi era Vincenzo Perruggia?». E così mi costrinse al knock-out: «Era il 21 agosto 1911, quando l'italiano Vincenzo Perruggia, dopo essersi nascosto abilmente in uno stanzino di servizio del museo, penetrò nella sala e si impadronì del quadro più famoso del mondo. Dopo averla staccata dalla cornice, uscì dal museo e montò su un autobus per scendere davanti a casa sua in Rue de l'Hopital-Saint-Louis, dove nascose Monna Lisa. Del furto furono anche accusati Guillaume Apollinaire e Pablo Picasso. L'autore del furto fu scoperto nel 1913 quando Perruggia pensò bene di vendere Monna Lisa a un mercante d'arte fiorentino purché restasse in Italia. Perruggia fu arrestato e condannato». Tutti sbalordirono, Franz mi chiese se avessi mangiato la Treccani.

Se la visita al Louvre fu vissuta da tutti o quasi, più come un dovere che come un piacere, l'attesa per vedere la nuova creatura dell'architettura contemporanea cresceva di giorno in giorno.