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 La perfida Tasso era una via di mezzo tra una docente e un cane poliziotto e prima di salire sul treno fummo tutti se non proprio perquisiti, almeno sottoposti ad una radiografia: niente radio, niente chitarre, niente birra, naturalmente niente sigarette e altro materiale; ma non solo, la Perfida ci aveva già messo sull'avviso che non avremmo frequentato né discoteche, né pub, né nessun locale di divertimento. Insomma visto così più che un treno di studenti diretti in gita a Parigi sembrava la tradotta per il Carso.

La notte passo tranquilla anche perché Manuela Tasso passeggiava nel corridoio come una sentinella di guardia ad una polveriera. La polveriera non esplose, ma tanti piccoli fuochi covavano negli scompartimenti. Ognuno aspettava di vedere la "sua" Parigi; tutti eravamo desiderosi di vedere il Louvre, la Montmartre degli Impressionisti e delle avanguardie, le Sorelle Materassi volevano vedere la Parigi di Peynet, le Belle e maledette bramavano di vedere la Fontana di St. Michel,e il Boul Mich, le Consapevoli volevano vedere i luoghi della Comune, io volevo vedere il Centre Pompidou, Franz voleva andare a Pigalle. Ma come ognuno ha sempre in mente un'idea di città, anche i nostri docenti avevano nella testa una loro Parigi; quella di Monia era la Parigi di Ferdinand de Saussurre e di Roland Barthes, del Beaubourg e dell'IRCAM, quella di Borsieri erano i Boulevard voluti da Hausmann, la Parigi di Guimard e quella di Labrouste o di Baltard, la perfida Tasso avrebbe voluto mostrarci il Pendolo di Foucault, ma anche portarci sul Bateau Mouche, perché, ci disse «Così alla prima cazzata vi posso affogare nella Senna», ma si sa lei aveva una concezione leggermente alcatraziana della scuola. Per essere sinceri, l'unica persona che temevamo davvero, era lei che aveva una sua filosofia sul ruolo del docente: «L'insegnante colto che non sa tenere la classe, non è un insegnante», diceva spesso e non aveva poi tutti i torti.

La notte passò in fretta, l'entusiasmo cresceva e la Gare de Lyon si stava avvicinando. Alloggiavamo in un piccolo hotel in Rue des Ecoles. Ero inebetito dal fatto di essere a Parigi e, come si dice in questi casi, non mi sembrava vero. Eppure era vero ed ero a Parigi con il professor Giorgio Monia, con colui che aveva instillato in me il tarlo dell'arte, della cultura, del teatro, del cinema, del savoir vivre, il mio modello di vita. Altro che fabbriche e sicurezze piccolo-borghesi, “La beauté sera convulsive ou ne sera pas...” come diceva André Breton o meglio come mi aveva detto Monia che aveva letto Breton. Ed io ero pronto a quella convulsione totale, continua, esistenziale. 

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