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Fu commissionata da Luigi XIV nell'ambito di una ridefinizione degli spazi destinati alla collezione d'arte più grande al mondo. Vien da chiedersi come il classicismo e il trionfante barocco europeo possano mirabilmente convolare a nozze nel più imponente batiment... Mmm, ora mi sfugge come dite voi in Italia...». Ormai ero entrato nel personaggio e tutti mi guardavano stralunati. Tutti meno Monia e Borsieri che gongolavano per aver saputo creare un piccolo mostro di erudizione artistica. Anche le Belle e maledette erano vagamente affascinate, mentre le Consapevoli del proprio ruolo dicevano che avevo "cagato il cazzo", ma si sa era gente abituata ai picchetti davanti alle fabbriche ed io ormai ero molto oltre la fabbrica. Fu lì che la Tasso disse che potevamo anche andare a pranzo.

Infatti pranzammo proprio dentro il Louvre, sfiniti dalle spiegazioni di Borsieri e dalle teorie di Monia, facemmo una pausa in un caffè proprio di fronte alla Nike di Samotracia (che era ancora la dea della vittoria e non la testimonial delle scarpe). Nel museo incontrammo anche l'altro pezzo della comitiva, la 4^A condotta da Paolo Faustino Belletti detto il Maestro e da Giuliano Gabardelli detto Sidol. Il Maestro aveva già messo a dura prova credulità di tutta la 4^A quando, davanti alla Libertà che guida il popolo di Eugène Delacroix, affermò perentorio che la bandiera francese in mano alla personificazione della libertà, la possedeva lui. Ma il Maestro era esattamente il contrario di uno stratega. Lui non pensava, o meglio non pensava prima di parlare. Non pensava nemmeno dopo aver parlato. Quello che gli passava per la testa diceva, ed infatti continuò dicendo che la bandiera gli fu donata da un partigiano francese che incontrò nella valle del Rodano mentre cercava escargots (lumache). Alla domanda di Mocio su cosa ci facesse nella Valle del Rodano, il Maestro imperturbabile rispose :«Cercavo lumache! Sei sordo?». Il Maestro era il contrario della Zattera della Medusa che sta proprio lì di fronte, lui era inaffondabile. La Tasso, che sarà stata anche perfida, ma non era stupida, ci consigliò di fingere di non conoscerlo, solo che lui conosceva noi e nel bel mezzo della collezione della pittura francese, agitando un foulard pavarottesco urlò «Salve connazionali! Comment ça va?». Si vergognò anche Franz, che era piuttosto temprato.

Per fortuna le nostre strade si divisero proprio alla Grand Galerie, dove la visita da impegnativa divenne ostica e la guida del gruppo passò da Borsieri a Monia che commentò quadro per quadro, da Benozzo Gozzoli a Caravaggio, tutto, non gli sfuggiva nulla. Arrivati a Monna Lisa, opera sulla quale ci sentivamo tutti piuttosto preparati, ci fece disporre a semicerchio e ci fece guadare la folla e non il quadro (del resto il quadro lo guardavano già tutti). Monia la prese piuttosto alla lontana:

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