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In quei quattro anni avevo fatto passi da gigante: avevo il trench, leggevo «L'Espresso», padroneggiavo Eco, mi mancavano solo tre cose: Parigi, la Montblanc e il sigaro Habana. L'ultimo era alla mia portata ma l'Angelica d il Renato mi avrebbero cacciato da casa (visto che fumavano le Nazionali senza filtro). Ma adesso anche Parigi sembrava a portata di mano. La Montblanc poteva aspettare.

Monia fece il nome dei possibili accompagnatori per la gita: Monia stesso e poi Borsieri. E la perfida Tasso con compiti di supervisione. La classe 4^A dei nostri nemici storici sarebbe stata accompagnata da Paolo Faustino Belletti detto il Maestro, E Giuliano Gabardelli detto Sidol. Tutto questo da ipotesi si trasformò nel giro di qualche settimana in una realtà.

Quando dissi all'Angelica e al Renato che avrei voluto partecipare alla gita a Parigi, mi risposero che per loro andava bene. Mio padre aggiunse «Tanto peggio di così...». Non sapevo a cosa si riferisse, anzi lo sapevo benissimo, si riferiva a quegli studi inutili che mi avrebbero portato a pernottare all'ufficio di collocamento. Ma se per qualcuno Parigi valse ben una Messa, figuriamoci se non valeva qualche sarcasmo di mio padre.

Non sapevo bene cosa infilare nella valigia. La valigia non era l'antenato del trolley, non solo perché non aveva le ruote, ma soprattutto perché chi faceva una valigia lo faceva con uno stato d'animo completamente diverso da chi prepara un trolley. La valigia presupponeva un'idea di partenza come distacco di lunga durata, il passaggio anche simbolico da un luogo all'altro. Il trolley di oggi è fatto per chi è abituato a saltare su e giù dagli aerei; nel trolley non c'è posto per quello che si infilava in una valigia: maglie di lana, cappelli, grucce, scarpe con la para, bretelle e cose del genere. Benché io fossi ormai diventato un essere intellettualmente evoluto, mia mamma Angelica mi fece la valigia e la prima cosa che ci i filò fu una scatola di supposte per il mal di schiena, niente ombrello, quello si portava a mano, molte maglie di lana ed uno spropositato numero di mutande. La lasciai fare ma poi, presi uno zaino (che per l'Angelica serviva solo agli alpinisti), e ci infilai le mutande (poche), due paia di jeans Levi's, tre camicie, un paio di maglioncini, il trench e mi comprai un ombrello portatile. Inaudito.

Il treno era un vagone a "cuccette" che passava dalla mia città per poi infilarsi dopo pochi chilometri nel traforo del Sempione. Altro che MPX e CGD delle etichette col codice a barre, allora il viaggio aveva ancora qualcosa di sanguigno e di leggermente avventuroso principalmente per la mancanza dei telefoni cellulari e dei trolley.


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