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Borsieri era l’esatto contrario di Franco Brugliano detto Bru-Bru, due modi di concepire l’architettura e la progettazione agli antipodi. Mentre Borsieri si occupava del valore simbolico dell’architettura e, appunto della sua funzione sociale, Bru-Bru si occupava solo di chi avrebbe potuto pagare una parcella all’architetto. Anche nelle lezioni dei due docenti rivolte alle rispettive classi queste due visioni dell’architettura si percepivano, non per nulla Bru- Bru insegnava nella classe dei nostri nemici. Anche nella nostra classe però qualche emulo di Bru- Bru c’era: Cristina Bentivegna detta Limousine era una di questi. Lei non sopportava di dover sentir parlare di Bauhaus o di Metzleinstalerhof o del Karl-Marx-Hof, a Vienna, complessi di case operaie che hanno fatto la storia dell’architettura (almeno quella sociale appunto). La Limousine avrebbe voluto progettare solo piscine; per lei la piscina era un po’ come la brioche per Maria Antonietta, la gente non era felice perché viveva in case senza piscine (io ero felice perché non avevo la piscina ma almeno avevo il gabinetto). Insomma, il dibattito ferveva e le complicazioni dell’architettura sociale alla fine ricadevano su di noi. Tutto questo per colpa di Trinacria e per quella "disturbata della Ferrarese", Franz dixit.

I mesi passavano veloci e dopo i Levi's e l'eskimo, adesso avevo anche le mie belle Clarke. Quando entrai in casa con le mie nuove scarpe la mamma Angelica e mio papà Renato mi guardarono con profondo disprezzo. Ma ormai io non ero più il bambino nato oltre la ferrovia e in mezzo alle rane. Io ero uno studente del liceo artistico e questo non era cosa da poco. Così spiegai a quei due "sottoproletari" che le Clarke furono create nel 1825 da Cyrus e James Clark e che il modello Desert Boot fu calzato da Steve Mc Queen nel famoso film La Grande fuga e poi furono ai piedi degli studenti sul Boul Mich nel maggio francese. Mio padre disse che se avessi fatto l'Istituto Tecnico Industriale “Ettore Villa” a quest'ora avrei avuto ai piedi un bel paio di scarpe anti- infortunistiche che non mi avrebbero fatto somigliare a un deficiente. Nei suoi giudizi apodittici, a volte, mio padre mi ricordava un po' Franz.

La primavera del 1975 fu caratterizzata dalla mia prima vera gita scolastica. Fino ad allora il mondo finiva sul Lago di Garda ma ora la musica era cambiata, si andava oltre: Venezia.
L'idea congiunta del Professor Monia, di figura disegnata, del professor Bardi di ornato disegnato, e del professor Borsieri di disegno geometrico, doveva avere in sé qualcosa di ferocemente punitivo perché alla Venezia della nostra immaginazione popolata di ponti di Rialto, piazze San Marco, Arlecchini, Colombine e Carnevali si sarebbe dovuta sostituire la Venezia della Biennale e della casa-museo di Peggy Guggenheim. Del resto ci fu subito chiaro, dalle parole di Monia che non sarebbe stata una scampagnata.


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Un giorno entrò in classe e ci disse: «Il professor Bardi, il professor Borsieri ed io abbiamo pensato di proporvi una visita a Venezia. Naturalmente noi visiteremo un'altra Venezia, quella che le vostre famiglie non vi mostreranno mai. Andremo ai Giardini della Biennale per il settore teatro-musica perché sia chiaro, che le arti vivono ormai in un contesto pluri-disciplinare e che se fosse per i programmi scolastici ministeriali voi rimarreste qui dentro a baloccarvi su quattro foglie morte, due bottiglie e una modella con la cellulite. Invece avete avuto la fortuna di incontrare me e i colleghi Bardi e Borsieri, fortuna della quale nemmeno vi rendete conto. Comunque sia, oltre alla Biennale teatro-musica, vi porteremo a visitare la casa di Peggy Guggenheim, naturalmente, saprete di chi sto parlando». Sapevamo di chi stava parlando? No, non lo sapevamo, ma ormai avevamo capito dove si sarebbe andati a parare e, dalle Belle alle Consapevoli, dalle Sorelle Materassi a Manuele Biancofiore detto Che Guevara, tutti annuivano leggermente col capo. Ma Monia era quello che, in linguaggio studentesco, si dice benevolmente, un po' bastardo e allora si grattò la barba, tolse l'Habana dalle labbra, guardò Manuele Biancofiore e disse: «Per esempio, tu sai vero, chi è Peggy Guggenheim?». Manuele si girò verso le Belle e maledette sedute appena dietro le quali si girarono verso le Consapevoli del proprio ruolo che a loro volta interrogarono con lo sguardo le Sorelle Materassi che sorridendo fissarono Franz che disse: «No».

Ci salvò la campanella ma era evidente che la questione non fosse finita lì, Monia non era il tipo da sorvolare su simili sacche di ignoranza, infatti all'ingresso di Bardi, come in un passaggio di consegne, Monia lo informò del fatto inaudito: nessuno di noi conosceva Peggy.
E così cominciò il supplizio (parte seconda). Il Torquemada di turno che era Bardi, ricominciò il giro di domande con una considerazione: «Io credo che se si sceglie un percorso di studi artistici non si possa prescindere da un motivato interesse verso certe tematiche». Bardi si aggirava nell'aula con le mani dietro alla schiena e fissava di volta in volta tutti con lo sguardo minaccioso. Faceva lunghe pause silenziose anzi, "silenziate" cercando di trattenersi, ma stava per esplodere e infine cedette: «Ma ssicché voi non si sa nemmeno chi l'é la Peggy Guggenheim! Gli vien da chiedersi se conoscete almeno il nome della vostra mamma e del vostro babbo!» 

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Eravamo su una china pericolosa ma ormai Belle, Consapevoli, Sorelle, maschietti, tutti avevamo "preso coscienza" di essere degli analfabeti dell'arte.

Partimmo alla volta di Venezia. Come in tutte la gite che si rispettino c'era allegria e confusione. Sul treno Manuele Biancofiore attaccò una versione di Satisfaction dei Rolling Stones che iniziò a Milano Rogoredo e finì a Mestre, il professor Monia in un altro scompartimento affascinava le Belle e maledette mostrando loro un portento della tecnica; si trattava di una macchina fotografica che si chiamava Hasselblad 1600 F. Monia ne parlava come fosse una persona per dire la verità "le" parlava. Le belle lo ascoltavano estasiate, qualcuna si era sciolta anche i capelli togliendo il Rapidograph Koh-i-noor dallo chignon per sembrare più interessante. Nel corridoio Borsieri con abito gessato grigio chiaro, pipa e Nikolaus Pevsner tra le mani leggeva ignorando la caciara. Alla gita partecipava anche la professoressa Manuela Tasso alla quale più avanti Franz troverà un soprannome adeguato: la Perfida. La nuova insegnante di chimica aveva preso il posto della povera Emiliana Ferrarese in lutto stretto per la morte della cagnolina Trinacria. La nuova docente di scienze e chimica veniva da Milano, e dopo poche settimana si era guadagnata sul campo il soprannome tutto meritato coniato da Franz. A Franz piaceva, perché diceva che almeno avrebbe fatto piangere le Belle e maledette ma soprattutto le Consapevoli del proprio ruolo; le Sorelle Materassi no, tanto quelle sorridevano sempre. La Tasso era stata preceduta dalla sua fama, poiché era stata l'anno prima insegnante dei nostri nemici della classe 1^A. Durante il viaggio si capì subito che aria tirava: interrogava anche sul treno.

A Venezia eravamo sistemati in un hotel al Lido, all’Hotel Villa Mabapa quegli alberghi che ospitano comitive di studenti e in cui la promiscuità diveniva la regola, Tasso permettendo. Il primo giorno già dal trasbordo dal Lido verso la Punta della Dogana si capì che non si sarebbe trattato di una passeggiata. Monia incominciava a dare i primi segni di disprezzo per il fatto che qualcuno si faceva fotografare sul vaporetto.

Naturalmente il professor Monia non avrebbe sprecato uno scatto della sua Hasselblad 1600 F per fotografie demenziali come quelle; va ricordato che non essendo tempi di cellulari o macchine fotografiche digitali, gli scatti si centellinavano, anche perché la pellicola costava e i rullini avevano 12, 24 o, al massimo, 36 pose; situazione da paleolitico della fotografia, ma Monia si sentiva Nadar, Bardi Stieglitz, Borsieri, Cartier-Bresson. 

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Però anch'io nel mio piccolo, con la mia Rolleiflex, nuova di pacca regalatami da papà Renato, dopo la riparazione di matematica a settembre, mi sentivo un fotografo. Immortalavo la periferia del mio quartiere operaio, canali, ferrovie, ciminiere. Insomma ero una dignitosa via di mezzo tra Mario Sironi e Gabriele Basilico.

Monia, naturalmente non ammetteva ammiccamenti verso la fotografia turistica e quel trasbordo diventò una lezione sulla fotografia. Si partì da Camera Work e si arrivò a Roland Barthes con la sua Camera Chiara. «La fotografia ha a che fare con la morte! », tuonava Monia sul vaporino che navigava sul Canale della Giudecca, e ribadiva, «Mentre ci scattano la fotografia ci uccidono, non esistiamo più noi, ma esiste solo il nostro ricordo, la fotografia di noi, la fotografia di noi morti.». Le Belle erano affascinate, le Consapevoli perplesse, le Sorelle Materassi sorridenti, Franz si toccava.

Al nostro arrivo all'approdo della Chiesa della Salute, il professor Bardi dopo alcuni cenni su Baldassarre Longhena, incominciò ad urlare che «S'ha da ringraziare l'ambasciatore del Duca di Mantova che portò la peste a Venezia, che fece sì che poi, pe' voto s'avesse a costruire una tale meraviglia di chiesa come quella che s'ha dinnanzi». Franz continuava a toccarsi, perché tra fotografie di morti e peste bubbonica, la situazione cominciava ad essere psicologicamente pesante. La Collezione di Peggy Guggenheim era lì accanto e dopo pochi minuti eravamo al cospetto del cancello della casa-museo. Manuele Biancofiore, partì male chiedendo: «Suoniamo?», lui pensava sempre a suonare. Bardi, ribadì un concetto abbastanza chiaro, «Siccome 'gli è che voi siete tutti dei somari patentati adesso vi si mette buonini buonini in un cantuccio e vi si passa a prendere tra un paio d'ore; con noi si porta solo holoro che non ci frantumano gli zebedei». Nessuno se la sentì di frantumare gli "zebedei" del professor Bardi o di deludere Monia o Borsieri, quindi armati di santa pazienza ci avviammo alla scoperta della collezione.

Poco dopo l'ingresso Bardi ci riunì davanti a La nascita dei desideri liquidi di Salvador Dalì. A volte Bardi sembrava andarsele a cercare. «Sembra proprio che per un destino malandrino al Dalì piacessero le hose molli a cominciare dagli orologi», disse Bardi.
Lui pover'uomo, non nutriva un vero e proprio disprezzo per la nostra ignoranza, era più incline alla pena che non al disprezzo. La sospensione del discorso del professor Bardi portò con sé prevedibili risolini. Ma qui nacque uno scontro epocale, visto che Monia considerava Dalì un buono a nulla che visse alle spalle di una "metafisica da mercato rionale". 

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Mentre Bardi e Monia discutevano animatamente, Le Belle si schierarono con Bardi, Le consapevoli con Monia, le Sorelle Materassi sorridevano, Franz mangiava un panino. E io? Cercavo di prendere tempo prima che Bardi o Monia cercassero il mio sguardo in attesa di consenso o dissenso. Dalì non mi piaceva, ma non volevo prendere posizione. A quel punto Roby Paganelli che mi lesse nel pensiero disse che in fondo fare politica significava "prendere posizione". Le dissi che lì non stavamo facendo politica, ma solo guardando una mostra. Ma Roby Paganelli detta la Rouge, non aspettava altro e improvvisò il solito comizio anche a casa della signora Peggy Guggenheim. La solfa era sempre la stessa e cominciava con "nell'ottica dialettica" e "nella misura in cui" e avanti con tutta la retorica femminista e terminava con la solita conclusione che "anche il privato è politico". Avevo abbassato la guardia per un momento davanti a quella melassa di Dalì e la Rouge mi abbatté come in un tiro al piccione. Per fortuna Franz finì il panino e disse alla Rouge che avrebbe dovuto parlare quando pisciano le galline.

La visita proseguì, ma pochi metri dopo ci imbattemmo in un quadro di Max Ernst, La vestizione della sposa un'opera del 1939 e, come prevedibile, la scenetta si ripetè. L'anima della scuola era così e gli anni erano quel che erano, tutti discutevano su tutto, le Sorelle Materassi sorridevano (su tutto). Davanti a quel quadrone terrificante le Belle e Consapevoli dissero subito che non ci stavano: la donna oggettificata e mistificata, l'idea stessa di matrimonio, la simbologia, i volatili pennuti rappresentati, insomma tutto concorreva a svilire l'immagine della donna e a renderla oggetto rituale e oggetto di scambio del potere fallocratico e capitalista. Non c'erano margini di dialogo. Tutti restarono basiti. Persino Luigi Mondini detto Luserta, solitamente isolato nell'ambito della classe, rimase incantato dalla convincente filippica delle Consapevoli. Bardi grande sostenitore del Surrealismo non la digerì, ma inghiottì l'amaro boccone. Fu la volta di Alchimia di Jackson Pollock e come in un melodramma dove ad ogni tenore, baritono, soprano è affidata una romanza, fu la volta di Giorgio Monia; questo terreno "segnico" era il suo e guai a chi ci avrebbe messo becco.

Le consapevoli tentarono il consueto approccio "comiziesco", ma Monia non mollò l'osso. «Qui siamo di fronte ad una comunicazione segnica e gestuale» attaccò, «E nessuno cerchi di mettere un cappello politico a Pollock che politico non era, o meglio lo era, ma non in maniera becera ed esplicita. Sia ben chiaro che è questa l'arte politica che prediligo, non il Realismo Socialista di cui qualche anima bella della classe sembra sentire la nostalgia».  

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Le Belle e maledette avevano già sciolto i capelli in preda alla fregola estetico-intellettuale per Monia, delle Materassi sapete già, Franz ghignava, io parteggiavo per Monia. Ormai ero convinto che l'arte non fosse cosa per tutti e più le opere risultavano essere ostiche, più mi interessavano. Avevo compreso, in quei due primi anni di liceo artistico che l'arte non era la spiegazione del mondo, bensì era la domanda dell'uomo verso l'incomprensibilità del mondo. Del resto ormai avevo solo trench in primavera, la T-shirt Fiorucci in estate, giacche di velluto con toppe in autunno ed eskimo in inverno, non vedo come avrei potuto pensarla diversamente. Bevevo il té senza zucchero (come tutti quelli di sinistra, mentre, com'è noto quelli di destra bevevano solo il caffè senza zucchero), citavo Jean Baudrillard ed ero cosciente che la moda non vendeva vestiti o oggetti, ma "segni" e quindi ero a posto. L'unico problema era far capire ai miei genitori che non avrebbero avuto in casa un tornitore ma un intellettuale e che non potevo certo continuare ad andare a giocare la schedina della Sisal per mio padre. Ero portato per altre cose e aspettavo di andare a Parigi altrimenti "sarei vissuto invano" come mi aveva detto Monia dopo una settimana di scuola. Per ora mi accontentavo di Venezia e della casa-museo di Peggy Guggenheim.

Dopo schermaglie ideologiche e filosofiche davanti ad ogni opera, arrivammo nel giardino delle casa. Qui il Professor Borsieri, tenutosi fuori fino a quel momento dall'agone estetico-politico, incominciò a tessere le lodi del mecenatismo statunitense, del collezionismo, di Ernest Hemingway, Dos Passos, Gertrude Stein, Djuna Barnes, del Jazz, fino ad arrivare al concetto più pregnante: ma noi, dove eravamo vissuti? E dove continuavamo a vivere?

Nel bel giardino delle dimora trovava posto anche un anfratto piuttosto curioso, una specie di hortus conclusus (come ricorda Wittgenstein "i limiti del linguaggio sono i limiti del mondo" ed io mi avviavo a non averne più). Il Luserta mi chiese cosa fosse un hortus conclusus, ed io, che ormai mi consideravo appena un gradino sotto Monia (in fondo non fumavo ancora l'Habana, non avevo la Montblanc e non ero ancora stato a Parigi), dissi: «Senti Luigi, non puoi pensare sempre e solo che l'orto sia quello di tua sorella Fiammetta e che i frutti dell'orto siano solo i rapanelli e i finocchi, con rispetto parlando». Il Luserta che era un rozzo, giocava ancora al pallone, non andava al Cineforum e fischiava dietro alle donne, mi guardò e mi rispose che lui avrebbe voluto fare il ragioniere, ma la fermata dell'autobus era scomoda...Comunque nell'hortus conclusus, era stato allestito un cimitero per cani. 

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Peggy Guggenheim era un personaggio eccentrico, ci spiegò Monia e il suo amore per  l'arte contemporanea lo dimostrava ampiamente, ma questa era una chicca, la ciliegina sulla torta. Nel mio quartiere si diceva «Fürtünà me un can in gesä», ovvero fortunato come un cane in chiesa. Il detto si usava per definire la sfortuna per antonomasia. Infatti un cane in chiesa era semplicemente la cosa sbagliata nel posto sbagliato. I cani non erano fatti per un luogo sacro come una chiesa o un camposanto. Qui invece, tutti i cani di Peggy avevano un loro piccolo sarcofago. Chissà cosa avrebbero pensato l'Angelica e il Renato; avrei fatto bene a raccontargli di aver visto il Ponte di Rialto, le gondole e tutto l'armamentario turistico-odeporico ma non certo di aver visto il luogo dove erano sepolti Honk Kong, Baby, Gypsy, Emily, e Cappuccino, i suoi amati cagnolini. E pensare che anche la professoressa Ferrarese avrebbe voluto seppellire la povera Trinacria nel cortile del liceo artistico e le fu vietato. Il mondo era proprio da cambiare.

Non riuscivo a capire perché le mostre d'arte non si potessero fare tutti gli anni. Forse per non annoiare troppo? Non potevo porre una domanda di questo genere né a Borsieri, né a Bardi, né, tanto meno, a Monia. Mi avrebbe spento l'Habana nelle pupille. Comunque mi rassegnai a visitare, dopo la Triennale di Milano, anche la Biennale di Venezia che quell’anno era dedicata alla sezione cinema e teatro.

La prima notte fu movimentata. Con grande umanità Monia, Borsieri e Bardi ci concessero, dopo cena un po’ di svago che andammo a cercare in un’osteria veneziana. Naturalmente eravamo accuditi e sorvegliati da Manuela Tasso che non ci mollò un attimo. Ci rifugiammo in un’osteria che in veneziano si chiama bàcaro del Sestiere di Castello, oltre il Ponte di Rialto, anzi Castéo, come diceva mio nonno Giovanni che era veneziano ed era nato proprio a Castéo. Finalmente c’era qualcosa sulla quale potevo dire la mia senza timore. Ma al Bàcaro dei do Mori, così si chiamava l’osteria, tra cicheti e ombrete la situazione divenne presto elettrizzante. Il vino bianco e fresco fece presto eccitare gli animi che rimasero eccitati nonostante le bacchettate (non solo metaforiche), della Tasso. Sul vaporino che a notte fonda ci riportava verso il Lido, Manuele Biancofiore detto Che Guevara sembrava nutrire una particolare attenzione per Roby Paganelli detta la Rouge e sembrava essere qualcosa di più e di diverso che non una semplice convergenza di visioni politiche, tanto che all’Hotel Villa Mabapa che ci ospitava al Lido, la disposizione degli alunni nelle camere sembrava essersi leggermente modificata. 

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Manuele Biancofiore, dopo una serie di spostamenti che sembravano quelli del cubo di Rubik riuscì a sistemarsi in camera con la Paganelli che non sembrava essere nel pieno possesso delle sua facoltà. Chi invece era nel pieno possesso delle proprie facoltà era la Tasso che urlava come un’aquila «Datemi subito il roaming!». La Tasso era una grande viaggiatrice e così imparai che il roaming altro non era che la disposizione degli alunni nelle camere (certo che se non avessi fatto l’artistico queste cose non le avrei mai imparate). Dopo aver avuto tra le mani il roaming, la Tasso partì per una spedizione punitiva che avrebbe dovuto riportare lo status quo nell’occupazione delle camere. Ma si sa che l’amore o meglio, il desiderio, fa superrare ogni barriera e così Manuele Biancofiore riuscì ad insinuarsi nella camera di Roby Paganelli e al momento dell’irruzione della Tasso si nascose sul cornicione di fianco al balcone sotto la pallida luce della luna veneziana. Si potrebbe dire che sembrava Giacomo Casanova ma Franz disse «Se ‘sto coglione vola di sotto va a finire che dobbiamo andare al funerale». Complice qualche ombreta di troppo la Paganelli non sembrava nemmeno più la Rouge ma Giulietta Capuleti, secondo la versione di Franz “una cagna in calore”. Comunque sia sembravano esserci proprio tutte le condizioni perché il misfatto a carattere sessuale si consumasse. Ma se Venere, Bacco e tabacco spesso vanno insieme non è detto che poi tutto funzioni a meraviglia, infatti mentre tutti erano in attesa nelle rispettive stanze dell’esito del “convegno amoroso” tra i due , Manuele Biancofiore uscì nel corridoio, leggermente barcollante ed urlò: «Non mi viene duro!». Il corridoio fu pervaso dalla delusione e dallo sconcerto di tutti tranne che quello di Franz che abbassandosi i pantaloni prontamente rispose: «Entra il numero tredici!». Proprio in quell’istante uscì dalla stanza anche Manuela Tasso della quale non sto a riportare l’intervento ma che succintamente diceva che essendo noi un gruppo di decerebrati avremmo avuto un trattamento obbligatorio adeguato alla situazione creatasi e che sarebbe stato posto in essere a partire dal giorno dopo. La Paganelli e Biancofiore vennero separati e vivisezionati, riposizionati nei rispettivi letti, le porte delle stanze si richiusero, il corridoio tornò ad essere silenzioso ed anche un po’ malinconico. Manuela Tasso montò la guardia per tutta la notte come un vopos su una torretta di Berlino Est, mancava solo il filo spinato.

Il giorno dopo, sembrava di essere in una prigione di Pankow negli anni Sessanta. Ce l’eravamo cercata ma la gita continuò anche se la Tasso con lo sguardo torvo non ci rivolse la parola per tre giorni.
In quel giugno del 1975 alla Biennale era di scena il settore musica e spettacolo. 

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Mi sembra superfluo spiegare che fino ad allora io, ma anche buona parte della classe e a ben vedere quasi tutto il liceo, aveva un'idea di spettacolo che partiva dai film di Stanlio ed Olio e finiva al Circo Togni. Un giorno il professor Sebastiano Masselli, lo Scrittore, mentre ci parlava di Karl Valentin e dei cabaret berlinesi, alla mia domanda su cosa fosse un cabaret, mi rispose, «Non quello dei pasticcini». La risposta mi gettò nello sconforto: il cabaret poteva essere quello di Karl Valentin a Berlino quello del Dadaismo a Zurigo ma anche quello della pasticceria Bertagni nel centro della città. Le parole erano ambigue come le immagini, ma ora, dopo tutte quelle martellate di cultura prese sulla testa non avrei certo fatto domande banali o superflue. Così quando i nostri insegnanti ci dissero che ci avrebbero portati a vedere un'opera epocale, mi limitai ad annuire, che era sempre la cosa migliore. Annuiì io, annuirono Consapevoli, Belle, Materassi, persino Franz che però dopo aver annuito fece un rutto.

La seconda sera di permanenza a Venezia fummo portati, adeguatamente catechizzati, e ripuliti a dovere, niente meno che al Gran Teatro La Fenice, dove andava in scena, proprio per la Biennale Teatro-Musica, Ziggurat su musiche di un tipo che rispondeva al nome di Karlheinz Stockhausen. Si trattava di un balletto. Le coreografie erano di tale Glen Tetley, che secondo Monia solo gli analfabeti e i pastori sardi non conoscevano (allora non si andava troppo per il sottile con né con il politically correct, né con il genius loci). Le più entusiaste si dimostrarono le Belle e maledette, molto meno le Consapevoli, indifferenti le Sorelle Materassi, preoccupato il Luserta, nervoso Franz, Biancofiore suonava L'avvelenata. Io non stavo nella pelle perché qualche mese prima Monia mi aveva consigliato di mollare i Pink Floyd (che a me parevano già tanto, visto che nel mio quartiere pieno di calabresi tutti ascoltavano Mino Reitano), per incominciare ad ascoltare musica elettronica e atonale, al massimo dodecafonica. Tranquillizzato dal fatto che avrei potuto dedicarmi anche alla "dodecafonica" dal mattino alla sera nella mia stanza, risuonavano le note (note si fa per dire), di Pierrot Lunaire e dei Gurrelieder di Schönberg. L'Angelica voleva mandarmi dallo psichiatra, papà Renato diceva che sarei diventato un frocio. Invece, dopo un ascolto "matto e disperatissimo" io, unico nella classe e forse nel liceo, ero l'unico pronto per Ziggurat di Karlheinz Stockhausen.

La classe vestita da teatro faceva una figura a dir poco patetica. Ci sistemammo in un angolo della seconda galleria dove i posti erano più economici; prima di entrare Monia, Bardi e Borsieri ci avevano fatto le raccomandazioni di prammatica sulle norme comportamentali da tenere in un teatro di quel genere. 

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Del resto questa non fu che la prima uscita in grande stile in un teatro importante; negli anni successivi la professoressa Manuela Tasso di scienze e chimica, grande appassionata di teatro ci portò spesso al Piccolo Teatro e al Teatro Lirico di Milano, ma le sue raccomandazioni erano molto stringate: «Se fate cagnara vi sbatto fuori a calci nel culo e il giorno dopo vi interrogo su tutta la chimica inorganica», il "metodo Montessori", insomma.

Nella platea le luci si stavano abbassando e Franz sbadigliava già sonoramente. Va detto che ascoltare Stockhausen a quindici o sedici anni potrebbe risultare magari un po' impegnativo, ma abbiamo avuto la fortuna o sfortuna, dipende dai punti di vista, di avere un corpo docente a metà tra l'Afrika Korps e l'armata Brancaleone. Dell'Afrika Korps facevano indubbiamente parte a pieno titolo Giorgio Monia, Libero Borsieri, Andrea Bardi, Sebastiano Masselli, Salvatore Pescofiorito, Milva Pino ed ora anche la professoressa Manuela Tasso. Dell'armata Brancaleone gli altri.

Mentre i primi armonici di Ziggurat salivano dal golfo mistico tutti ci rendemmo conto che avevamo davanti qualche oretta di sofferenza e, prevedibilmente, qualche settimana di reprimende. La coreografia di quel tale con il nome che sembrava un wiskey, Glen Tetley non erano poi così male, le scene, le luci e l'insieme del teatro sprofondato nella notte veneziana, tutto, mi emozionava profondamente. Certo non era come ascoltare Mino Reitano con i calabresi che festeggiavano San Pantaleone nel mio quartiere e nemmeno come sentire Manuele Biancofiore detto Che Guevara che suonava Satisfaction, ma del resto io non ero nemmeno più quello con i pantaloni Facis, se vogliamo essere precisi.

All'intervallo le luci che si riaccendevano mentre la platea applaudiva in estasi la seconda galleria appariva nel seguente modo: nelle prime file Monia, Bardi, Borsieri e la Perfida Tasso applaudivano convinti (anche se, secondo me la Tasso di musica contemporanea non capiva una cippa, ma avendo un ferreo senso del dovere, applaudiva con i colleghi). Nella seconda fila le Belle e maledette, con i capelli sciolti sulle spalle, facevano "occhioni" per simulare il rapimento estetico; al loro fianco sulla sinistra le Consapevoli del proprio ruolo capeggiate da Roby Paganelli detta la Rouge cercavano un ciclostile per produrre volantini da gettare dalla galleria alla platea con scritto: «Stockhausen servo dei padroni!». Dietro di loro le Sorelle Materassi sorridevano, i maschietti sbadigliavano, Franz applaudiva convinto. Franz applaudiva convinto? Com'era possibile?