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Mentre Bardi e Monia discutevano animatamente, Le Belle si schierarono con Bardi, Le consapevoli con Monia, le Sorelle Materassi sorridevano, Franz mangiava un panino. E io? Cercavo di prendere tempo prima che Bardi o Monia cercassero il mio sguardo in attesa di consenso o dissenso. Dalì non mi piaceva, ma non volevo prendere posizione. A quel punto Roby Paganelli che mi lesse nel pensiero disse che in fondo fare politica significava "prendere posizione". Le dissi che lì non stavamo facendo politica, ma solo guardando una mostra. Ma Roby Paganelli detta la Rouge, non aspettava altro e improvvisò il solito comizio anche a casa della signora Peggy Guggenheim. La solfa era sempre la stessa e cominciava con "nell'ottica dialettica" e "nella misura in cui" e avanti con tutta la retorica femminista e terminava con la solita conclusione che "anche il privato è politico". Avevo abbassato la guardia per un momento davanti a quella melassa di Dalì e la Rouge mi abbatté come in un tiro al piccione. Per fortuna Franz finì il panino e disse alla Rouge che avrebbe dovuto parlare quando pisciano le galline.

La visita proseguì, ma pochi metri dopo ci imbattemmo in un quadro di Max Ernst, La vestizione della sposa un'opera del 1939 e, come prevedibile, la scenetta si ripetè. L'anima della scuola era così e gli anni erano quel che erano, tutti discutevano su tutto, le Sorelle Materassi sorridevano (su tutto). Davanti a quel quadrone terrificante le Belle e Consapevoli dissero subito che non ci stavano: la donna oggettificata e mistificata, l'idea stessa di matrimonio, la simbologia, i volatili pennuti rappresentati, insomma tutto concorreva a svilire l'immagine della donna e a renderla oggetto rituale e oggetto di scambio del potere fallocratico e capitalista. Non c'erano margini di dialogo. Tutti restarono basiti. Persino Luigi Mondini detto Luserta, solitamente isolato nell'ambito della classe, rimase incantato dalla convincente filippica delle Consapevoli. Bardi grande sostenitore del Surrealismo non la digerì, ma inghiottì l'amaro boccone. Fu la volta di Alchimia di Jackson Pollock e come in un melodramma dove ad ogni tenore, baritono, soprano è affidata una romanza, fu la volta di Giorgio Monia; questo terreno "segnico" era il suo e guai a chi ci avrebbe messo becco.

Le consapevoli tentarono il consueto approccio "comiziesco", ma Monia non mollò l'osso. «Qui siamo di fronte ad una comunicazione segnica e gestuale» attaccò, «E nessuno cerchi di mettere un cappello politico a Pollock che politico non era, o meglio lo era, ma non in maniera becera ed esplicita. Sia ben chiaro che è questa l'arte politica che prediligo, non il Realismo Socialista di cui qualche anima bella della classe sembra sentire la nostalgia».  

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