La visita proseguì, ma pochi metri dopo ci imbattemmo in un quadro di Max Ernst, La vestizione della sposa un'opera del 1939 e, come prevedibile, la scenetta si ripetè. L'anima della scuola era così e gli anni erano quel che erano, tutti discutevano su tutto, le Sorelle Materassi sorridevano (su tutto). Davanti a quel quadrone terrificante le Belle e Consapevoli dissero subito che non ci stavano: la donna oggettificata e mistificata, l'idea stessa di matrimonio, la simbologia, i volatili pennuti rappresentati, insomma tutto concorreva a svilire l'immagine della donna e a renderla oggetto rituale e oggetto di scambio del potere fallocratico e capitalista. Non c'erano margini di dialogo. Tutti restarono basiti. Persino Luigi Mondini detto Luserta, solitamente isolato nell'ambito della classe, rimase incantato dalla convincente filippica delle Consapevoli. Bardi grande sostenitore del Surrealismo non la digerì, ma inghiottì l'amaro boccone. Fu la volta di Alchimia di Jackson Pollock e come in un melodramma dove ad ogni tenore, baritono, soprano è affidata una romanza, fu la volta di Giorgio Monia; questo terreno "segnico" era il suo e guai a chi ci avrebbe messo becco.
Le consapevoli tentarono il consueto approccio "comiziesco", ma Monia non mollò l'osso. «Qui siamo di fronte ad una comunicazione segnica e gestuale» attaccò, «E nessuno cerchi di mettere un cappello politico a Pollock che politico non era, o meglio lo era, ma non in maniera becera ed esplicita. Sia ben chiaro che è questa l'arte politica che prediligo, non il Realismo Socialista di cui qualche anima bella della classe sembra sentire la nostalgia».
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