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Peggy Guggenheim era un personaggio eccentrico, ci spiegò Monia e il suo amore per  l'arte contemporanea lo dimostrava ampiamente, ma questa era una chicca, la ciliegina sulla torta. Nel mio quartiere si diceva «Fürtünà me un can in gesä», ovvero fortunato come un cane in chiesa. Il detto si usava per definire la sfortuna per antonomasia. Infatti un cane in chiesa era semplicemente la cosa sbagliata nel posto sbagliato. I cani non erano fatti per un luogo sacro come una chiesa o un camposanto. Qui invece, tutti i cani di Peggy avevano un loro piccolo sarcofago. Chissà cosa avrebbero pensato l'Angelica e il Renato; avrei fatto bene a raccontargli di aver visto il Ponte di Rialto, le gondole e tutto l'armamentario turistico-odeporico ma non certo di aver visto il luogo dove erano sepolti Honk Kong, Baby, Gypsy, Emily, e Cappuccino, i suoi amati cagnolini. E pensare che anche la professoressa Ferrarese avrebbe voluto seppellire la povera Trinacria nel cortile del liceo artistico e le fu vietato. Il mondo era proprio da cambiare.

Non riuscivo a capire perché le mostre d'arte non si potessero fare tutti gli anni. Forse per non annoiare troppo? Non potevo porre una domanda di questo genere né a Borsieri, né a Bardi, né, tanto meno, a Monia. Mi avrebbe spento l'Habana nelle pupille. Comunque mi rassegnai a visitare, dopo la Triennale di Milano, anche la Biennale di Venezia che quell’anno era dedicata alla sezione cinema e teatro.

La prima notte fu movimentata. Con grande umanità Monia, Borsieri e Bardi ci concessero, dopo cena un po’ di svago che andammo a cercare in un’osteria veneziana. Naturalmente eravamo accuditi e sorvegliati da Manuela Tasso che non ci mollò un attimo. Ci rifugiammo in un’osteria che in veneziano si chiama bàcaro del Sestiere di Castello, oltre il Ponte di Rialto, anzi Castéo, come diceva mio nonno Giovanni che era veneziano ed era nato proprio a Castéo. Finalmente c’era qualcosa sulla quale potevo dire la mia senza timore. Ma al Bàcaro dei do Mori, così si chiamava l’osteria, tra cicheti e ombrete la situazione divenne presto elettrizzante. Il vino bianco e fresco fece presto eccitare gli animi che rimasero eccitati nonostante le bacchettate (non solo metaforiche), della Tasso. Sul vaporino che a notte fonda ci riportava verso il Lido, Manuele Biancofiore detto Che Guevara sembrava nutrire una particolare attenzione per Roby Paganelli detta la Rouge e sembrava essere qualcosa di più e di diverso che non una semplice convergenza di visioni politiche, tanto che all’Hotel Villa Mabapa che ci ospitava al Lido, la disposizione degli alunni nelle camere sembrava essersi leggermente modificata. 

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