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A questo punto, il mazzo di fiori aveva perso, dal nostro utilitaristico punto di vista, qualsiasi utilità. Luigi Mondini, detto Luserta ebbe, per una volta, un’idea geniale: disdire i fiori. Aderimmo con entusiasmo. In fondo il matrimonio della Pino non era tra le nostre priorità. Com’è noto però il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Infatti mentre Milva Pino si sdilinquiva nei ringraziamenti circondata da tutte le ragazze, tranne le Consapevoli che mantenevano un algido distacco, le Sorelle Materassi chiesero dove fosse il mazzo di fiori “dei ragazzi”. Il Luserta, col tono di chi può spiegare ad un condannato a morte come funziona la ghigliottina, spiegò alla Pino che era stato disdetto. Milva Pino serrò le labbra, si invelenì al punto giusto e disse «Ah ecco…». Franz prese le Materassi per le ascelle e le fece sedere nella vasca della creta. I giorni che seguirono furono turbolenti poiché i genitori delle sorelline volevano adire le vie legali. Per fortuna la Perfida Tasso intercedette per noi e fummo salvati per il rotto della cuffia. L’episodio non guastò i preparativi per la cena di classe di fine anno scolastico, anzi la cena della Maturità che per un adolescente, insieme al servizio militare, faceva parte dei riti di passaggio dall’età adolescenziale all’età adulta. Il liceo artistico faceva un po’ storia a sé ma per tutti coloro che sostenevano la Maturità all’Istituto Tecnico Industriale “Ettore Villa” la fine della scuola coincideva con l’ingresso in fabbrica e lì, si diventava grandi per forza. La fabbrica era l’orizzonte perenne e costante della vita dei miei coetanei nati e cresciuti nel quartiere oltre il ponte della ferrovia. Il liceo artistico era stato per me una vacanza da quel mondo, un tentativo di fuga da un destino segnato. Tra tutti i miei compagni della scuola elementare, solo Franz ed io avevamo avuto l’incoscienza di frequentare il liceo artistico, per gli altri si erano aperte le porte dell’istituto tecnico industriale, per qualcuno l’istituto per geometri o ragionieri e solo per pochissimi ardimentosi il liceo scientifico; il liceo classico lo frequentò solo la figlia della maestra. Ma era evidente che la scelta del liceo artistico era considerata una bizzarria o addirittura una scelleratezza. Io invece ero molto contento del mio tentativo di fuga. Ero contento almeno di averci provato. Per il militare c’era ancora tempo, poiché ero fermamente convinto che avrei dovuto proseguire gli studi, magari la facoltà di architettura oppure un corso di laurea in storia dell’arte. Sognare non costava nulla, lo dissi anche a mio padre che invece molto più prosaicamente disse: «Sognare costa eccome!" 

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Prima di tutto quando si sogna non si guadagna e se non si guadagna non si mangia e se non si mangia si muore e noi siamo condannati a vivere», era un inguaribile ottimista. Ma se il servizio militare poteva aspettare, la cena di fine anno era davvero dietro l’angolo. Si scontrarono due scuole di pensiero: quella che diceva che avremmo dovuto festeggiare il nostro ultimo giorno insieme al ristorante o in qualche casa di montagna o del lago di una compagna ricca e chi sosteneva che avremmo dovuto fare qualcosa di assolutamente eccezionale. Naturalmente optammo per la cosa eccezionale, non era nemmeno necessario sottolinearlo. Ora si dibatteva su cosa fosse una cosa eccezionale. Non era tempi di Rave Party, né di Flash Mob e questo riduceva di molto il campo di azione. Bisogna poi ricordare che allora al termine “evento” veniva attribuito un significato preciso: era qualcosa di memorabile, che lasciava tracce nella storia, potremmo dire che lo sbarco sulla luna o la presa di Porta Pia erano considerati eventi. Franz propose di legare sui binari le Sorelle Materassi, ma anche in questo caso non si sarebbe trattato di un evento ma di un semplice assassinio premeditato. Così toccò a dar fondo all’immaginazione. Ma io un’idea ce l’avevo, ed era un’idea piuttosto precisa: avremmo preso parte ad un happening. Lo proposi alla classe nell’ultima assemblea. Avevo le idee chiare. Forse influenzato dalle chiacchierate che avevo fatto con Françoise Millet alla Galleria Fuxia, avevo colto nell’happening l’unico modo degno di festeggiare la fine del nostro corso di studi. In particolare avevo pensato ad un reading che coinvolgesse anche i nostri docenti. L’idea era quello di dare vita ad una pubblica lettura con cena (magari concerto finale). Era evidente che essere stato per quattro anni a contatto con Monia, Borsieri, Bardi, lo Scrittore Masselli, ma anche con le stramberie del Maestro Belletti, o con la voglia di “materia” di Luciano Gabardelli detto Sidol, aveva influenzato il mio modo di vivere ma soprattutto il mio modo di pensare. Era naturale che non potevamo accontentarci della cena con brindisi e abbracci. Buttai lì la mia idea durante l’ultima, svogliata assemblea di fine anno e, come sempre accadeva, si cominciò a discutere sul dove, sul come e sul quando. Sul dove fu presto detto, la serata si sarebbe potuta svolgere all’interno del cortile porticato della Galleria Fuxia che era a pochi passi dal liceo, proprio sotto l’imponente campanile della Basilica del Santo patrono della città. 

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Luogo pieno di fascino ed anche molto simbolico. Cosa si sarebbe dovuto leggere? La scelta fu solo mia: i Diari di Andy Warhol. Naturalmente ci fu il solito dibattito dove ormai le posizioni erano già delineate prima di incominciare a discutere. Le Belle erano tiepidamente d’accordo, le Consapevoli contrarie, le Materassi avevano ritrovato il sorriso dopo la disavventura della vasca della creta. Franz, che assomigliava un po’ ad Andy disse «Meglio i Diari di Warhol che altre puttanate». Forse avevo alzato un po’ troppo l’asticella delle mie aspettative. La classe però nel suo complesso non sembrava entusiasta, a parte Manuele Biancofiore detto Che Guevara, anche per il fatto che Andy Warhol lo conosceva in via indiretta poiché aveva nel repertorio anche Sweet Jane dei Velvet Undergorund per i quali Andy Warhol disegnò la celeberrima banana sbucciata. Mondini chiese a Manuele Biancofiore cosa c’entrassero le banane ma per fortuna Manuele Biancofiore aveva la risposta molto meno pronta di Franz. Comunque fu propri Luigi Mondini detto il Luserta a trovare la soluzione che andasse bene a tutti: «E se andassimo a mangiare una pizza?». Ovazione della classe, Belle e Consapevoli comprese. Fu lì che compresi che le nostre strade si stavano dividendo. «Voi andate da una parte ed io dall’altra, avete scelto il conformismo borghese più trito e ritrito io invece ho scelto Walk on the Wilde Side!», dissi con grande enfasi facendo riferimento alla canzone di Lou Reed. A quel punto però Manuele Biancofiore si alzò ed intonò un «du-du du-du du» con un conseguente ed un inevitabile «Ma va a cagare...» di Franz che non era solo un compagno di classe ma un anti-depressivo vivente.

La cena nella pizzeria fu una vera fetecchia. Le Belle e maledette avevano abbandonato le gonnellone a fiori e le zoccole (in senso di calzature), e si presentarono con dei patetici abiti lunghi e scollature da paese. Le Consapevoli, sembravano un po’ meno consapevoli e non sembravano più sapere quale fosse il proprio ruolo; sembravano essersi dimenticate che in quei mesi a Milano, a Roma e in mezza Italia feroci scontri tra estremisti e polizia causavano decine di morti. Le Sorelle Materassi sembravano andassero alla Prima comunione, Manuele Biancofiore era abbracciato alla chitarra, Franz era armato. Comunque dopo qualche imbarazzo iniziale la cena andò bene, eravamo un’allegra beata e la vita era ancora beata. 

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Dopo le abbandonati libagioni ci toccarono un paio di “Locomotive”, tre versioni di Satisfaction e poi “bocche di rose” a profusione, decine di “acque chiare” e tutto ciò che aveva in repertorio Manuele Che Guevara Biancofiore, Lou Reed e Velvet inclusi. Ormai erano sbronze anche la Sorelle Materassi che oltre che essere paonazze strillavano come la povera Regan ne L’esorcista. Anche la Perfida Tasso aveva abbandonato il ruolo di can buldog e sembrava divertirsi un mondo. Monia, Borsieri, Bardi e Masselli erano stati prudenzialmente separati prima di sedersi a tavola per evitare che Roland Barthes o Bruno Zevi prendessero posto delle risate e dei cori. Insomma fu una bella serata di cagnara e compresi che era vero: il re è nudo. Masselli lo Scrittore lo aveva sempre sostenuto, «Dia retta a me, davanti ad una bottiglia di barbera anche la semiotica va a farsi benedire». Arrivammo tutti a casa sani e salvi e fu anche stipulata la pace tra Franz e le Sorelle Materassi che addirittura avrebbero voluto baciarlo ma fu salvato da Luigi Mondini detto Luserta che si immolò al suo posto (anche se dopo vomitò ma forse era stato il vino).

La tesina sul dadaismo filava spedita, la macchina Antares Parva non mi aveva tradito, almeno finora. Fare una ricerca sul dadaismo nel 1977 e, naturalmente, anche prima, non era come fare una ricerca oggi. Me ne rendo conto anche mentre racconto questa strampalata storia dei miei anni e di quelli del mio liceo artistico. Ho tutto a disposizione: date, immagini, circostanze; l’unica cosa che il web non mi offre è la mia storia personale e le battute di Franz. Nella ricerca avrei voluto inserire qualche cenno a Quattordici lettere a Cristo di Johannes Baader, personaggio che mi aveva molto affascinato e così animato dall’entusiasmo adolescenziale mi avviai verso la biblioteca civica della mia città. Avrei voluto cercare tutto il materiale esistente sul dadaismo. Già all’ingresso l’addetta al prestito dei libri mi aveva guardato di traverso per via del fatto che a lei il termine “dadaismo” era sconosciuto e le sembrava strano, anzi direi proprio sospetto. Gli studenti della città chiedevano in prestito libri su Tacito, Orazio, Dante, Manzoni, trattati di storia, di economia. Chi mai avrebbe potuto cercare libri sul “dadaismo”?! Mi fissò più volte e fu percorsa dal dubbio che la stessi menando per il naso. Quando poi precisai che in particolare ero interessato alle opere di Joahnnes Baader allora non si trattenne più: «Scusa ma che razza di scuola frequenti tu?».  

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Dovevo ponderare bene la risposta perché immaginavo già la reazione dell’impiegata della biblioteca. «Frequento l’Istituto Tecnico Industriale “Ettore Villa” e Johannes Baader è un famoso tornitore tedesco, l’inventore del tornio a filettatura incrociata...», mi sembrava plausibilissima come risposta. La poveretta impazzì passando una ad una le schede del repertorio per autori aprendo e chiudendo i cassetti con la delusione stampata in volto. «Non c’è questo Johannes Baader, ma sei proprio sicuro che esista?». Ero sicurissimo che fosse esistito e che avesse scritto Quattordici lettere a Cristo ma se avessi detto che cercavo un libro che si intitolava in quel modo avrei perso anche quel pochissimo di credibilità che la bibliotecaria, per dovere, mi aveva concesso. Ma la sgamatissima bibliotecaria mi incalzò: «Ma sei proprio sicuro che sia un tornitore tedesco? A me non sembra proprio che tu sia un futuro perito industriale. Guarda che nella vita bisogna sempre dire la verità!». Mi stavo chiedendo perché dovessi dissimulare la verità solo per fare una ricerca per la maturità. E così decisi di “confessare”: «Sì, ha ragione, faccio l’artistico e Johannes Baader è un teorico del dadaismo che ha scritto Quattordici lettere a Cristo». La poveretta mi guardò interdetta e disse: «Ah ecco mi sembrava che tu fossi uno di quei matti dell’artistico. Belle porcherie vi insegnano in quella scuola! Fossi stato mio figlio non ti avrei certo mandato in quel covo di matti. Comunque questo Baader qui non c’è, noi siamo una biblioteca seria e questo qui, certo serio non era per aver tempo di scrivere simili stupidaggini.», sentenziò senza possibilità di replica. Ci sarebbe voluto Franz, io ero più educato ed anche un po’ timido e non mi restava che la rassegnazione non avendo la possibilità di andare a casa e cercare su Google o nel mare magnum del web. La vita dello studente era molto più dura (ma anche quella della bibliotecaria).

Con grandissima fatica riuscii a mettere insieme una specie di apparato iconografico fatto di ritagli di vecchie riviste d’arte che mi aveva regalato Monia, qualche sparuta fotocopia (che allora erano ancora fatte su carta fotosensibile, leggermente gommosa), riproduzioni di opere fotografate da Borsieri in qualche esposizione in giro per l’Europa. Insomma un discreto numero di illustrazioni in un’epoca e in una città in cui non era facilissimo trovarne. 

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Franz mi disse che nello stesso tempo  lui aveva messo insieme più di mille fotografie di famose conigliette di «Playboy», ma era evidente che il materiale fosse di più facile reperibilità.
Diciamo pure tutta la verità, mi interessavano solo le materie umanistiche ed in particolare la letteratura e la storia dell’arte. Ero nato sotto il segno di Saturno anche se l’Angelica e il Renato continuavano a dire che il mio posto sarebbe stato sotto il ponte della ferrovia. Si aveva un bel dire che i genitori devono incoraggiare le aspirazioni dei propri figli, nel mio caso o avevo sbagliato tempo o avevo sbagliato genitori. Ma non potevo certo pretendere che per chi avesse passato la vita nei ring, come mia mamma Angelica, la parole arte potesse provocare chissà quale sconvolgimento. I ring erano macchine infernali del cotonificio dove lavorava l’Angelica. Si trattava di macchinari che dipanavano il filo del cotone da un rocchetto. Avevano un aspetto inquietante e vagamente antropomorfo tanto che quando l’Angelica mi mostro una fotografia del suo reparto di lavoro, io dissi: «Che belli, sembrano le macchine celibi di Marcel Duchamp». Dovetti spiegare all’Angelica cosa fosse un macchina celibe, ma non fu affatto semplice ma soprattutto la mia affermazione dimostrava che mi stavo allontanando dal mondo dove i miei genitori erano cresciuti ed avevano vissuto, per avvicinarmi ad un universo di cui non conoscevano l’esistenza e che, nonostante i miei entusiasmi e i miei tentativi di coinvolgerli, sembrava loro estraneo, oscuro, ostile. Era un atteggiamento molto comune tra le persone del “mio ambiente”; l’arte non era qualcosa di serio e per il solo fatto che poteva anche essere leggera o addirittura frivola, veniva messa nel novero delle cose “pericolose”. Era contro il senso comune, contro l’utile, in fondo anche contro la morale, poiché la morale dei poveracci era la stessa dei loro padroni e sfruttatori e cioè che l’uomo è nato per lavorare e non certo per baloccarsi con simili stramberie e se divertimento doveva esserci, doveva rientrare negli schemi mentali comuni. Per divertirsi alla domenica c’era la “balera” o il circolo, al massimo il bar, non certo “l’arte”. In fondo cosa mi aveva detto la bibliotecaria? Ero io uno zuccone e non volevo capirlo. E ho continuato a non capirlo.


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L’estate era arrivata e il caldo della pianura ottundeva la mia capacità di studiare. Rivalutavo le strampalate teorie di Montesquieu, con quel caldo micidiale e con le zanzare, nella mia città non avrebbe mai potuto nascere il Dadaismo, ma del resto io dovevo solo studiarlo. Sebastiano Masselli lo Scrittore, intanto, ci invitò a casa sua per mettere a punto gli ultimi dettagli sulla nostra preparazione. Non ci saranno state le e.mail ma comunicare con i nostri docenti era molto più semplice ed enormemente più “umano”. Andare a casa degli insegnanti, era un’abitudine abbastanza consueta al liceo artistico; se non era l’abitazione era lo studio o l’atelier. Anche in questo, il nostro liceo non aveva paragoni. Non credo proprio che i miei coetanei che frequentavano l’austero Istituto tecnico industriale “Ettore Villa” fossero mai stati a casa di un loro insegnante, nemmeno a casa di un impiegato o di un bidello. Masselli invece ci invitava spesso, così come Monia mi aveva invitato nel suo fascinosissimo studio-biblioteca. Masselli abitava in una casa antica, Villa Massa. Era l’antica dimora di una delle famiglie più conosciute della città, era opera di un celebrato architetto neoclassico che noi avevamo studiato sul “Carli Dell’Acqua” prima e poi sul famigerato “Argan”. Entrare in Villa Massa era un po’ come entrare in un museo e la casa di Sebastiano Masselli era un museo nel museo. Lui ci riceveva nella sua biblioteca dove gli scaffali, alti fino alle volte affrescate del soffitto incutevano timore solo a guardarli. In autunno, quando non riusciva a finire un argomento durante le lezioni mattutine, era solito invitarci a casa nel pomeriggio. Ci offriva vino e castagne e ci leggeva i Quaderni dal carcere di Antonio Gramsci; noi ci sedevamo dove capitava, sui tappeti con le gambe incrociate, sui tavoli, sui divani polverosi e pieni di libri. Non dico che somigliasse alla Scuola di Atene ma certo non sembrava nemmeno la scuola media della preside “sciancata” dove avevo imparato solo ad avere paura dei miei professori. Masselli leggeva poche righe e si fermava a commentare. Naturalmente il commento era molto più esaustivo delle poche righe lette. Il professor Sebastiano Masselli era un grande professore. Su quella casa, così piena di mistero e costruita da un architetto massone, molti anni dopo ci scrisse un libro che lo portò agli onori della cronaca letteraria. Ma c’è di più, divenne uno scrittore famoso, vinse il premio Strega ed ebbe molti riconoscimenti, tra questi l’indicazione alla candidatura al premio Nobel per la letteratura, avanzata proprio dalla Svenska Akademien, l’Accademia Svedese.

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Ma cosa ci facevo io a casa di un futuro candidato al Nobel? Mangiavo castagne secche e preparavo la tesina della maturità.

L’esame di Maturità incominciava il primo di luglio con la prova di italiano, poi la seconda prova scritta di architettura; era una prova grafica che consisteva nell’elaborazione di un progetto completo con pianta, prospetti, spaccato, prospettiva, planimetria e una relazione su quanto progettato. Le prove scritte si svolgevano nella palestra del liceo, quella dove si erano svolte anche le infuocate assemblee, dove aveva cantato Francesco Guccini e dove, tra le atre cose, qualche volta facevamo ginnastica. La palestra, in luglio era una specie di forno crematorio. L’esame di architettura durava tre lunghissimi giorni e metteva a dura prova la resistenza psico-fisica di tutti, docenti compresi. Una tortura vera e propria. Chissà per quale arcano motivo le prove di esame in Italia si debbano svolgere nelle palestre e nei corridoi. Ufficiosamente vien detto per impedire di copiare (anche se copiare un progetto di architettura sarebbe un po’ complicato). La scuola è il primo banco di prova del dovere: se si impara a non copiare a scuola poi si diventa cittadini modello; come si impara a non copiare così si impara ad essere onesti, a non rubare, a non corrompere e a non essere corrotti. La scuola è sempre stata un’ottima palestra di vita, è risaputo. Infatti in l’Italia quasi nessuno copia a scuola, come diceva Franz.

Pagina 137 Capitolo 10. Non è questo che volevo dirvi

Il primo di luglio una folla vociante riempiva la piccola via Micca. Eravamo noi. Inutile fare l’appello, tutti presenti. La temperatura della palestra alle ore otto era già consona ad una cottura a fuoco lento. Ci posizionammo nei grandi banchi che avrebbero dovuto servire anche per la successiva prova di architettura. Ero a metà della fila, accanto a me Roby Paganelli detta la Rouge e dall’altra parte Manuele Biancofiore detto Che Guevara. Dopo le operazione di consegna delle buste da parte di agenti di pubblica sicurezza alla Perfida Tasso (in Italia era la polizia a portare le tracce del tema, e questo la dice abbastanza lunga), cominciò la prima prova dell’esame di Maturità dell’anno scolastico 1976/1977. Le tracce (anche il termine “traccia” aveva un non so che di poliziesco e di indagatorio), erano quattro, come da tradizione. La prima era di carattere letterario, la seconda di carattere storico, la terza era un argomento di attualità e l’ultima variava a seconda dei tipi di scuola, per noi era un tema di storia dell’arte. Sarebbe stato troppo scontato puntare sulla storia dell’arte e siccome la Maturità era fatta anche di sottili giochi psicologici avevo preferito il tema sull’attualità, che non cimentarmi in una prova di argomento artistico, in previsione dell’orale, dove di arte avrei parlato abbondantemente. L’attualità di quel periodo verteva quasi esclusivamente su un solo argomento: il terrorismo. Il 1977 era stato un anno terribile: scontri di piazza, scioperi, contestazioni, ma soprattutto, riassumendo in due parole chiave “Autonomi” e “Terroristi” ed era prevedibile che il ministero volesse proporre ai giovani maturandi un tema sull’argomento. Tema rischiosissimo che costringeva ad esporsi. Non eravamo all’Essere o non essere, ma poco ci mancava. Bisognava schierarsi, come si diceva: rinnegare anni di lotte e “prese di coscienza” oppure spendere qualche parola a favore di quel Movimento che stava naufragando in preda ai deliri di onnipotenza dei terroristi. Oggi si direbbe che era una sfida, allora era solo un tema. Presi il foglio, guardai verso le travi di legno del soffitto della palestra e tutto d’un fiato scrissi per due ore filate. 

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Avevo sempre fatto così, senza pensarci troppo, troppo pensiero faceva morire la scrittura, me lo ripeteva spesso Sebastiano Masselli.

Scrissi di molte cose che avevo visto passare davanti ai miei occhi in quei quattro anni al liceo artistico. Non era stato però “uno specchio della società”, come si dice in questi casi, era stato specchio solo di una parte di essa, quella dove mi ero trovato a vivere. Mi sono reso conto, molti anni dopo, che per molte persone il 1968 o il 1977 o probabilmente qualsiasi periodo della storia, è stato uguale a tutti gli altri. Si tratta dei “poveri di spirito” ma non quelli di cui è pieno il Regno dei Cieli, ma quelli che quaggiù hanno sempre attraversato tutto con la massima indifferenza, pensando solo a sé stessi. Nel tema parlai di loro come di Toni Negri, di Dario Fo, come del ministro Cossiga, condannai allo stesso modo il terrorismo spietato delle Brigate Rosse e l’indifferenza colpevole della società piccolo borghese. Insomma, vista la mia età e visti l’aderenza delle tematiche trattate, potrei affermare che si trattò di un buon tema. Ne fu conferma il fatto che anche lo scrittore Sebastiano Masselli, nostro “membro interno”, lo indicò alla commissione esaminatrice come uno scritto maturo, «Come le banane di Andy Warhol», ribadì Franz.

A proposito di Franz, fu la seconda prova, quella di architettura, a vederlo protagonista assoluto ed elemento dirompente e destabilizzante. Il primo dei tre giorni della prova, Franz era assente. Non ci capacitavamo, le Belle lo piangevano già come un eroe che aveva deciso di scomparire al momento decisivo della battaglia, le Consapevoli lo consideravano un vile, le Sorelle Materassi erano sollevate poiché finalmente avrebbe avuto la giusta punizione, Manuele Biancofiore suo grande amico non si dava pace; non erano tempi in cui le scuole ti venivano a cercare, se non c’eri, eri assente e peggio per te. Tutti gli altri erano presenti e già sudati prima di cominciare ad appoggiare la punta del rapidograph sul foglio. Il tema era il progetto di un asilo per duecento bambini. Dopo l’apertura della busta contenente tutte le indicazioni tecniche su cosa dovesse contenere il progetto, il commissario esterno di architettura chiese se vi fossero domande o richieste di chiarimenti e Luigi Mondini detto il Luserta non si fece attendere: «Si possono fare anche duecento piccole costruzioni per bambini singoli?». Cristina Bencivenga detta Limousine, figlia di un architetto chiese di

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cambiare posto per non essere vicina ad un “simile deficiente” (così si espresse), le Consapevoli continuavano a considerare il povero Luigi Mondini un infiltrato delle destre mandato a provocare, le Sorelle Materassi attendevano la risposta del commissario con la più grande naturalezza mentre Libero Borsieri, presente nella palestra per le mansioni di assistenza, strabuzzava gli occhi e aveva infilato un paio di canini nel bocchino della pipa di radica fino a farla urlare dal dolore.

Il primo giorno era dedicato alle cosiddette ex tempore, cioè lo schizzo generale del progetto fatto a mano libera che non poteva poi più essere modificato nel suo impianto di base. L’elaborato veniva messo in una busta trasparente e sigillato. In quella prova si evidenziava la capacità di elaborazione dell’alunno e soprattutto quella di sintetizzare in uno schizzo tutto ciò che poi si sarebbe andato a realizzare nel disegno architettonico. Il secondo giorno quello schizzo sarebbe diventato la base del lavoro; non avere quel disegno d’insieme significava essersi giocati un terzo di tutta la prova di architettura. Franz comparve il secondo giorno e fu circondato da tutti. C’era chi chiedeva spiegazioni sulla sua assenza, chi lo incoraggiava, chi lo commiserava e chi lo piangeva come se non fosse più tra noi. Franz con le mani infilate nei jeans, i capelli sugli occhi ascoltava con attenzione, aspettò che i clamori e le commiserazioni fossero terminarti e disse: «Fatevi i cazzi vostri». A me disse semplicemente che non era venuto il primo giorno perché non ne aveva voglia ed aveva preferito andare a fare una passeggiata sul lago. La qual spiegazione, conoscendo bene Franz, suppongo sia stata assolutamente vera. Franz però, nonostante la strafottenza e l’annoiata indifferenza con la quale affrontava la vita scolastica, era un genio; almeno, lo era quando prendeva in mano una matita. E così sistematosi nel banco da disegno alle spalle di Manuele Biancofiore e dopo aver chiesto un paio di delucidazioni preliminari, si rimboccò le maniche, e non solo in senso metaforico, e appoggiata la punta della matita sul foglio Fabriano non la alzò che a lavoro terminato. E il lavoro terminato era una meraviglia assoluta. L’asilo di Franz sembrava la Casa sulla cascata di Frank Lloyd Wright. Costruzione arditissima, fughe prospettiche da brivido, segno deciso, senza esitazioni, chiaroscuro suggestivo, ambientazione ideale. Franz era carente solo nel giustificare ciò che produceva e nella relazione, una volta eseguito alla perfezione il progetto,

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scrisse: «Asilo per figli di architetti ricchi». La commissione era, per usare un termine fuori moda, “costernata”. Borsieri invece, sorprendentemente, gongolava: ex tempore perfette, progetto altrettanto, relazione ironica, tanto bastava per essere provocatori con garbo e lasciare basita la commissione. Solo il presidente, un austero docente di italiano, dopo aver ammirato il progetto fece un appunto sulla relazione chiedendo spiegazioni a Franz Mauer su cosa volesse intendere con quella definizione. Ma Franz era un osso duro: «Vuol dire che se si chiama un architetto per fare un asilo o si hanno soldi da buttare via oppure i bambini sono ricchi». Era difficile spuntarla.

Il mio elaborato del progetto era di buon livello ma nulla di eccezionale. Io ero convinto che a diciotto anni non si possa progettare una costruzione convincente e lo spiegai chiaramente nella relazione finale. Le Belle e maledette se l’erano cavata senza infamia e senza lode, le Consapevoli del proprio ruolo costruirono un “asilo socialista” con tanto di sol dell’avvenire su un pannello decorativo nella mensa dei bambini. Luigi Mondini detto Luserta e Manuele Biancofiore detto Che Guevara, avevano scopiazzato il progetto da Corso di disegno di Leonardo Benevolo. Le Sorelle Materassi piangevano: la prova non era stata terminata. Franz rideva.

Tra gli scritti e gli orali venivano comunicati i voti. In architettura il voto più alto lo prese Franz il più basso Cristina Bencivenga detta Limousine, la figlia dell’architetto ricco. Pensai che la giustizia esisteva e lo dissi a Franz, lui però pensava che «la Limousine aveva sempre una bella carrozzeria ma che disegnava col culo». Non era mai molto convinto di ciò che faceva, ma sempre convintissimo di ciò che diceva. Il mio voto fu piuttosto buono ma quello di italiano fu ancora meglio, il più alto di tutta la classe col risultato di essere odiato da tutti i “compagni” di classe e anche da molti “compagni” che però non erano della mia classe (sociale). Naturalmente i maschietti se ne fregavano altamente del mio bel voto, a parte Franz che diceva che avrei dovuto «fargliela pagare». Adesso era tempo della volata finale che ci avrebbe portati al colloquio orale su due materie. Era prassi che per farsi un’idea dell’interrogazione si assistesse a quelle dei compagni che sarebbero stati interrogati per primi e il primo ad essere interrogato fu Luigi Mondini detto Luserta seguito da Roby Paganelli detta La Rouge e via via tutti gli altri. L’interrogazione del Luserta fu 

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uno di quegli episodi che nella vita si raccontano ai figli e ai nipoti quando si è all’ospizio. Luigi Mondini si presentò con un pullover blu di lanetta leggera e camicia color carota che urlava che il povero Luserta di cose estetiche aveva sempre capito poco e, come già gli aveva rimproverato da tempo Giorgio Monia, se indossava certe porcherie, non si comprendeva come avrebbe potuto capire Piet Mondrian, al massimo avrebbe potuto dire qualcosa circa i Nabis ma ci sarebbe stato poco da illudersi. Sembrava anche dello stesso parere la commissione esaminatrice che iniziò a torturarlo con uno studio di funzione, visto che il Luserta si sentiva particolarmente ferrato in matematica. Fu uno strazio. La commissaria di matematica, un cuore tenero e dallo sguardo simile a quello del Luserta e che Franz aveva soprannominata la Volpe, in contrapposizione con quella di italiano e storia, detta il Drago, per via del suo aspetto poco attraente, cercò di dare la colpa di quella defaillance all’emozione e al caldo, una spiegazione che è sempre andata bene in tutte le epoche e in tutte le parti del mondo (meno che in Alaska).

Dalla seconda materia del Luserta, storia dell’arte, ci si sarebbe aspettati una boccata d’aria e Luigi Mondini infatti, sembrava molto più sicuro di sé tanto che la commissaria di storia dell’arte, soprannominata da Franz, l’Azzurra per via del colore degli occhi, sembrava accondiscendente verso l’argomento a piacere che stava esponendo Luigi Mondini. Peccato che, alla seconda domanda dell’Azzura, il Luserta diede il meglio di sé su un argomento all’apparenza, più che abbordabile: le caratteristiche della pittura di Antonio Canal detto il Canaletto, che secondo Luigi Mondini detto il Luserta non erano poi così specifiche in quanto disse in maniera piuttosto stringata che era di Venezia e fin qui, eravamo nel quasi-ovvio. Non aggiunse gran ché a parte che era “molto preciso” nei suoi paesaggi e che dipingeva utilizzando la camera ottica che suppongo il Luserta pensava essere una stanza con un cannocchiale. Alla terza domanda la catastrofe fu totale, l’Azzura, un po’ carognescamente, chiese al povero Luserta se non avesse mai sentito parlare della Macinatrice di cioccolato di Marcel Duchamp. Era ovvio a tutti, docenti, compagni di classe, segretarie, bidelli e vigile urbano in servizio davanti alla liceo, che Luigi Mondini mai e poi mai avrebbe potuto rispondere ad una domanda del genere. 

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Ma l’Azzura era una commissaria esterna che veniva da Roma e che non conosceva gli studenti e men che meno il Luserta. Così lui cercò di arrampicarsi sugli specchi. E’ in questi casi che si vede la bontà dell’animo umano. La commissaria di storia dell’arte non era buona poiché, non solo lo stette ad ascoltare ma lo incitava a continuare sulla via delle scempiaggini più impensabili. «Possiamo dire che la Macinatrice di cioccolato serve a macinare il cioccolato, è un bellissimo oggetto di design che si compone di due parti: la macinatrice e il cioccolato. Ma in questo oggetto è importantissimo il ruolo giocato dall’uomo che deve azionare la manovella per macinare il cioccolato, un esemplare di questo oggetto, se non mi ricordo male, si trova al “Mona” di New York». L’Azzura senza pietà lo incalzava anche se dopo “Il Mona” di New York, Franz disse «Qui il Mona sei tu, Luserta», ma si sa lui aveva sense of humor. Trattenendo a stento il riso la professoressa chiese: «In che senso possiamo dire che la Macinatrice di cioccolato sia una macchina celibe?» la risposta non poteva essere che è una: «Ma scusi, essendo una femmina sarà una macchina nubile semmai. Comunque credo sia rimasta nubile perché non ha ancora trovato una macchina simile per farle compagnia, magari una caffettiera», concluse soddisfatto il Luserta. I compagni che assistevano all’interrogazione del Luserta erano divisi: alcuni ridevano mentre altri confortavano il Luserta. Ridevano le più boriose tra le Belle e maledette e le più carogne tra le Consapevoli del proprio ruolo. Anche le Sorelle Materassi ridevano, ma quella non era una novità. Franz non rideva, diceva che, per ridere, aspettava di vedere quando il marito le avrebbe mollate incinte in mezzo alla strada. Sempre un tantino crudele. Anche se ci fu qualche altra interrogazione gustosa, nulla poteva eguagliare quella del Luserta. Roby Paganelli detta la Rouge che venne interrogata subito dopo sfigurò, poiché dopo un eccesso, nel bene e nel male, la normalità appare sempre prevedibile e, in fondo, mediocre. Via via che passavano quei bollenti giorni di luglio si avvicinava il giorno della mia prova. Fui interrogato il ventiquattro luglio, l’estate era quasi finita e Franz diceva che era già ora di andare per funghi. Il destino volle che fossi l’ultimo e, di conseguenza, la platea fosse sempre più esigua e svogliata. 

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Ma, con mia grande sorpresa a rimpiazzare i compagni di classe furono i miei insegnanti: Monia, Borsieri, Bardi che aveva addirittura rimandato la partenza per Firenze perché disse che non voleva perdersi la mia interrogazione «Magari anche per farsi due risate», aggiunse tra il serio e il faceto. Anche Manuela Tasso, detta la Perfida era tra i presenti. Sebastiano Masselli invece, nostro membro interno, sedeva tra i membri della commissione e mi fissava, quasi timoroso di quello che avrei potuto dire.

L’interrogazione di storia andò via spedita, tra Congresso di Vienna e moti insurrezionali del 1820-21; più che un’interrogazione una piacevole conversazione con il commissario di italiano e storia detta il Drago. In realtà più che ad essere io San Michele, fu lei ad essere poco drago. Si dimostrò interessata alla mia esposizione e addirittura sembrava guardarmi con gli occhi dolci o almeno quella fu la mia impressione. Al termine dell’interrogazione di storia fu la volta del commissario di storia dell’arte, l’Azzurra. Come di prassi mi chiese di cominciare con un argomento a piacere; non ebbi dubbi: Giovan Battista Piranesi. «Scelta molto particolare», disse lei già ben disposta ed incuriosita. «Come mai questo autore così insolito?», aggiunse cercando di fare una bella figura agli occhi dei colleghi. Dal fondo dell’aula, prima che potessi profferire parola, Franz fulminò tutti: «Perché non lo conosce nessuno, guardi che lui è furbo, mica come quelle quattro galline». Era vero, avevo studiato a fondo, molto a fondo alcuni autori e argomenti insoliti come Piranesi, Fragonard e Antonelli. Cosa li legava? Nulla, mi ero ispirato alle farneticazione di Paolo Faustino Belletti detto il Maestro che ci aveva detto qualche anno prima che «il filo rosso della storia dell’arte passa attraverso tre grandi nomi: Policleto, Rembrandt e Matisse». Volendo ed essendo molto, molto abili, avrei potuto trovare delle impensate ed impensabili connessioni anche tra Piranesi, Fragonard ed Antonelli. Non ce ne fu bisogno ma Monia, mi aveva sempre detto che le connessioni esistono sempre, basta trovarle. L’Azzurra però restò letteralmente stordita dal mio fendente, tanto che dopo pochi minuti della mia esposizione dell’opera di Piranesi, mi disse che poteva bastare e mi invitò a discutere brevemente la mia tesina. «Mi ha sorpreso molto che lei abbia trovato il tempo di elaborare una tesina così corposa; ma quel che mi ha stupito è che lei ha saputo approfondire le tematiche del Dadaismo che è un movimento assai complesso». La strada era tutta in discesa.

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 Presi tra le mani il “malloppone” intitolato: Le vacche stanno sedute sul filo del telegrafo  ovvero Dada, il funerale dell’arte. Le vacche di cui si parla nel titolo era una citazione tratta da Dadaphone rivista fondata dai più noti esponenti del dadaismo, tra i quali Tristan Tzara, Marcel Janco, Hans Arp, Francis Picabia ed altri. La professoressa di storia dell’arte era in evidente difficoltà. Vedevo con la coda dell’occhio Giorgio Monia che si era tolto l’Habana dalla bocca, sentivo il ghigno sardonico di Libero Borsieri ed anche lo sguardo soddisfatto di Andrea Bardi. Erano i miei “numi tutelari”. In fondo dovevo tutto a loro. Davanti a me anche Sebastiano Masselli sorrideva leggermente. Terminai la mia esposizione e la commissaria di italiano mi disse che la prova scritta era quanto di meglio avesse mai letto in un esame di Maturità. Lesse agli altri membri della commissione d’esame una mia espressione che la colpì molto: «I terroristi hanno gettato infamia sul movimento operaio e sulle lotte degli studenti. Io resto convinto che si possa sparare anche con il teatro di Dario Fo...» Il mio esame finì in quel momento e quando mi alzai e mi girai loro erano tutti lì, compiaciuti e soddisfatti; Monia, Masselli, Borsieri, Bardi e anche Manuela Tasso. Ero stato di gran lunga il migliore di tutti, proprio io, quello dei pantaloni Facis. Franz disse «Oh finalmente li hai coperte di merda». Lui abitava, come me oltre il ponte della ferrovia.

In realtà non avevo mai nutrito nessun sentimento di rivalsa verso nessuno, ero capitato lì per caso e mi ero divertito per quattro anni. Presi il voto più alto di tutti, e non tutti la presero bene, ma fummo tutti promossi, per intervento della provvidenza anche il povero Luigi Mondini detto Luserta. Il giorno dell’esposizione dei risultati fu anche il giorno dei saluti e della fotografia di fine anno.

Non erano tempi di fotografi, men che meno al liceo artistico poi, dove le macchine fotografiche erano di casa. Fabrizio Bongo Rangoni era stato incaricato a “furor di popolo” di fotografare i maturandi di quell’anno. Nessuna divisione di classe, anche perché in quel remoto 1977 a sostenere la maturità furono solo due classi, noi la 4^B e i nostri nemici-amici storici della 4^A. Fabrizio Bongo Rangoni per un giorno lasciò a casa le percussioni e s’impossessò della Hasselblad 1600 F di Giorgio Monia munita di apposito cavalletto e la posizionò al centro del chiostro del liceo. 

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Ma era buio, Franz disse che sarebbe a diventato ancora più buio se non ci fossimo decisi su come metterci. Tutti dissero la loro e gli schieramenti furono subito chiari: da una parte le Belle e maledette e altri cani sciolti, dall’altra le Consapevoli che erano per un posizionamento più militante, tipo quello dei “cordoni” nelle manifestazioni. Per le Sorelle Materassi non ci sarebbero stati dubbi, le avremmo messe dietro a tutti. La bagarre andò avanti per un po’ fino a quando la Perfida Tasso, che in alcune occasioni oltre che perfidissima diventava risolutiva, disse: «Adesso basta! Adesso restate tutti come siete e tu Bongo scatta ‘sta cacchio di fotografia altrimenti vi caccio tutti fuori a calci!». E così Fabrizio Bongo Rangoni premette sul flessibile dello scatto e la Hasselblad 1600 F fece “Clack”, sì fece “Clack” quella era una macchina seria. C’erano tutti Lalla De Ambus, Roby Paganelli detta la Rouge, Simonetta Barbierato detta Ciclostile, Marco Birbanti detto Mocio con il pugno chiuso, le Belle e maledette con le “mirette” nei capelli, Noemi Pencherle abbracciata a Manuele Biancofiore detto Che Guevara che impugnava la bandiera cubana da una parte e la chitarra dall’altra tanto da sembrare un manifesto di Woodstock. Poi le professoresse Milva Pino e Maria Teresa Durante accanto a Paolo Faustino Belletti detto il Maestro. Nelle prime file, Enza Molinari detta Baguette abbracciata a Tiziana De Collibus detta Ibarruri, a fianco a loro molte delle Consapevoli del proprio ruolo, Luigi Mondini detto il Luserta sotto braccio a Libero Borsieri con la pipa in bocca, poi Franco Brugliano detto Bru-Bru, Fernando Tortiglioni detto Hare Krisnah, Sidol, Salvatore Pescofiorito, Cristina Bencivenga detta Limousine, il professor Orlando Ravanelli lo scultore in doppiopetto che teneva un braccio intorno alle spalle a Luca Zaccagnini detto Elvis. Davanti, in un angolo, Desirée ed Evelina Ragni, ovvero le Sorelle Materassi e subito dietro il professor Sebastiano Masselli detto lo Scrittore. Restammo tutti immobili e zitti come mai eravamo stati in quattro anni. Se fossimo stati in un film la macchina da presa si sarebbe librata in volo con un dolly e si sarebbe allontanata mostrando a volo d’uccello la 4^B di quel 1977; avrebbe ripreso dall’alto il cortile del liceo artistico di Via Micca e avrebbe mostrato i tetti della città per poi inquadrare la grande pianura, le Alpi e la Francia, avrebbe indugiato su Parigi vista dall’alto da dove si sarebbe visto emergere il Centro Pompidou che ospitava l’Orinatoio di Duchamp e Matisse, Leger, tanti altri e come in un famoso disegno di Saul Steinberg si sarebbe visto l’Oceano Atlantico fino a New York dove si riconoscevano il Guggenheim di F.L. Wright e il MoMa e dove c’era Jasper Jones, Andy Warhol e le Demoiselles d’Avignon, tutto quello che avevo imparato a conoscere al liceo artistico...

Ci abbracciammo e ci salutammo, quegli anni, come tutti gli altri, non sarebbero più tornati, ma era stato bello passarci dentro. Spuntò qualche lacrima e Franz rivolto al folto gruppo disse: «Sarà davvero triste non vedervi più. Da domani la vita ricomincia e ricomincia in un modo molto diverso da come è stata negli ultimi quattro anni. Saremo tutti più soli e separarmi da voi è per me davvero triste ma sarebbe stato ancora più triste non avervi mai incontrati. Ma non è questo che volevo dirvi. Quello che volevo dirvi è andate tutti a cagare», dimostrando ancora una volta che, come diceva la Gestalt, l’insieme è molto di più della somma delle parti.