Ma cosa ci facevo io a casa di un futuro candidato al Nobel? Mangiavo castagne secche e preparavo la tesina della maturità.
L’esame di Maturità incominciava il primo di luglio con la prova di italiano, poi la seconda prova scritta di architettura; era una prova grafica che consisteva nell’elaborazione di un progetto completo con pianta, prospetti, spaccato, prospettiva, planimetria e una relazione su quanto progettato. Le prove scritte si svolgevano nella palestra del liceo, quella dove si erano svolte anche le infuocate assemblee, dove aveva cantato Francesco Guccini e dove, tra le atre cose, qualche volta facevamo ginnastica. La palestra, in luglio era una specie di forno crematorio. L’esame di architettura durava tre lunghissimi giorni e metteva a dura prova la resistenza psico-fisica di tutti, docenti compresi. Una tortura vera e propria. Chissà per quale arcano motivo le prove di esame in Italia si debbano svolgere nelle palestre e nei corridoi. Ufficiosamente vien detto per impedire di copiare (anche se copiare un progetto di architettura sarebbe un po’ complicato). La scuola è il primo banco di prova del dovere: se si impara a non copiare a scuola poi si diventa cittadini modello; come si impara a non copiare così si impara ad essere onesti, a non rubare, a non corrompere e a non essere corrotti. La scuola è sempre stata un’ottima palestra di vita, è risaputo. Infatti in l’Italia quasi nessuno copia a scuola, come diceva Franz.
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