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Beh, Franz non era né un qualunquista, né un cialtrone, né tantomeno uno stupido; era piuttosto un "bastian contrario" (oggi si direbbe un "antagonista"). Se qualcuno voleva mettersi in mostra, come facevano spesso le Consapevoli o le Belle, lui faceva esattamente il contrario.

Il secondo atto della coreografia andò liscia come l'olio anche perché metà della classe si addormentò. Al termine di Ziggurat dalla seconda galleria Franz urlava convinto «Bis! Bis!», mentre le Consapevoli lo guardavano con fiero disprezzo. Nel foyer Monia e Bardi facevano grandi gesti di approvazione, Borsieri sembrava spiegare qualcosa alla Tasso, noi uscivamo come dopo una seduta di chemioterapia.

Il giorno dopo, pensavamo di aver evitato il dibattito, ma bastò un attimo di debolezza durante una sosta in Campo San Polo, dopo la visita alla Scuola Grande di San Rocco che Monia si avvicinò e, come un aguzzino incarognito chiese «Vorrei qualche vostro giudizio circostanziato su Ziggurat visto ieri sera...». Tutti guardarono altrove, ma io, ormai divenuto il pupillo di Monia, incominciai una tirata su Stockhausen, Max Webern, l'atonalismo, la dodecafonia, Edgar Varése, John Cage con collegamenti che arrivavano fino all'Intonarumori futurista a Luigi Russolo e poi ancora alcuni cenni sui Ballet Russes su Nijnsky su Diaghilev fino a Maurice Bejart. Purtroppo non conoscevo l'organigramma del Teatro La Fenice, ma fu sufficiente per incantare classe e docenti. I miei compagni sembravano il popolo eletto dopo che Mosè fece scaturire l'acqua da una roccia, l'episodio dipinto dal Tintoretto che avevamo appena visto nella Scuola Grande di San Rocco. La Tasso minacciosa mi disse, che visto che sapevo tutto, mi avrebbe sistemato lei con la stechiometria e l'acido desossiribonucleico Chissà perché poi. Ma intanto la Repubblica di Venezia era stata conquistata.


Pagina 61 5.L'Avvelenata

L'arrivo della Tasso effettivamente, aveva un po' sconvolto gli equilibri tra i docenti e noi che in quei primi due anni di scuola si erano instaurati. Manuela Tasso era un'insegnante di formazione scientifica, molto chiara nelle spiegazioni ma molto esigente nelle interrogazioni e intransigente nelle valutazioni. Insomma una stronza. Ce ne accorgemmo subito durante una interrogazione quando il povero Luigi Mondini, detto Luserta durante un interrogazione fu passato sulla graticola solo perché ad una domanda di astronomia della Tasso aveva risposto "asterischi" anziché "asteroidi". La perfida Tasso urlava come un'ossessa dicendo che se pensavamo di aver scelto il liceo artistico per evitare di aver a che fare con la scienza avevamo sbagliato indirizzo. Il povero Luserta, che non era poi tanto sveglio disse «Va beh era quasi giusto», facendo sbraitare ancora di più la Tasso.

Insomma, col terzo anno le cose si complicavano poiché a dar man forte alla professoressa Milva Pino di matematica era arrivata anche questa iena. Vestiva come una collegiale aveva una gonna tartan con spilla che chiudeva uno spacco molto castigato, scarpe marca Prosio con fibbia, trench registro sotto il braccio, classica ragazza milanese di buona famiglia. Pare che fosse approdata al liceo grazie al consiglio della nostra professoressa di storia dell'arte, Maria Teresa Durante, quella con la pelliccia di marmotta e la penna Aurora nella custodia. Era sempre sorridente, non amava massacrarci con lo sguardo truce, preferiva sorridere, ma il risultato ero lo stesso. I voti andavano dallo zero all'otto con una spiccata predisposizione per quelli dal quattro in giù. Naturalmente le più brave nella materie scientifiche erano le due sorelle Ragni Desirée e Ragni Evelina, dette le Sorelle Materassi. La Tasso era scientifica anche nelle interrogazioni e nelle votazioni: nessuna interrogazione programmata, voti con media matematica e compiti nella borsa. Cos'erano il compiti nella borsa? Semplice erano una serie di compiti in classe che la Tasso portava sempre con sé e che sottoponeva agli studenti che bigiavano le lezioni. Lei si appostava fuori dai bagni, aspettava le prede e con un colpo secco recapitava loro, seduta stante, il compito di chimica che il malcapitato pensava di aver schivato con una bella bigiata (o come diceva Bardi, "sega a scuola").


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La nostra classe, tutto sommato, non dispiaceva alla Tasso; come nel caso della professoressa di matematica, Milva Pino, i maschietti erano i meno tartassati con la sola eccezione del povero Luserta che aveva la pessima abitudine di ripeter tra sé e a voce alta, i concetti che non comprendeva o i princìpi che non condivideva.

La Tasso amava consigliare Lugi Mondini detto il Luserta di "ciucciare il pomo dell'ombrello", così avrebbe avuto la bocca occupata. Il rapporto con la professoressa Manuela Tasso non era cominciato nel migliore dei modi anche per via dello spiacevole episodio accaduto nell’hotel di Venezia. Al termine della prima lezione dove la Tasso aveva già prospettato un paio di annetti "lacrime e sangue", al suono della campanella quella vera, non la sveglia della nonna usata dal Luserta per far finire prima la lezione della Ferrarese, la Tasso raccolse registro e borsa e prima di toccare la maniglia della porta dal fondo una voce in falsetto sussurò «Ciao bella gioia...». L'indagine fu rapida e quasi indolore. Se nel giro di quindici secondi non ci fosse stato un reo confesso, la settimana successiva la Tasso avrebbe impartito un bel compito in classe su tutto il sistema solare con particolare riguardo al "Diagramma H-R sull'evoluzione delle stelle". È in questi casi che si vede la tempra delle persone e la solidarietà di classe si manifesta in tutta la sua forza, infatti le Sorelle Materassi, con una gestualità simmetrica che ricordava le gemelline di Shining, indicarono Tiziana De Collibus detta Ibarruri, una delle più convinte Consapevoli e dissero: «È stata lei!».

La Tasso si disse felice che il colpevole era stato rintracciato e ammirò la compattezza della classe infatti disse, "Non importa, il compito lo fate tutti, tanto, male non vi farà". Fu lì che Franz disse "La Tasso è perfida" E da allora Perfida rimase.
Il rapporto tra le materie cosiddette culturali, comprendenti anche quelle scientifiche, e quelle cosiddette artistiche era un tema di continuo scontro e divisioni. Il liceo era diviso in due scuole di pensiero. Della prima facevano parte quelli che Monia con sommo disprezzo chiamava "i pitur" (i pittori). quelli che erano convinti di essere artisti. Ne facevano parte Paolo Faustino Belletti detto il Maestro. Il più convinto, il più tenace, il più pittore, ma anche tanti altri come Bruno Lander il primo docente che vidi nella sala con la moquette blu, che dipingeva monumenti della città ma anche castagne, canestri, e gran produttore di targhe e trofei per il circolo di poesia, diplomi, araldica varia. Paolo Gandolfini, pittore di murge, tavolieri, foreste umbre, albe tramonti e compagnia bella. Faceva su e giù per lo stivale per spostare tavolozze, tele, cavalletti. Si definiva un "pendolare del pennello". Franz lo definiva un facchino, ma si sa, lui andava sempre per le spicce.


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Cesare Spagnolini, anche lui insegnante di figura disegnata prediligeva donne velate, con ventagli, mezze nude e un po' troie, come suggeriva Franz. Insomma quelli che avremmo potuto diventare anche noi se non avessimo seguito i consigli di Monia.

C'era anche un nutrito schieramento di scultori che insegnavano le materie figura modellata e ornato modellato. Come non ricordare Fernando Tortiglioni, scultore-guru, gran produttore di statue di Buddah, Siddharta, dee Calì e tutto l'olimpo delle religioni d'oriente. Franz lo chiamava Hare Krishna ma le Belle e maledette ne erano in costante venerazione (per l'occasione avevano sostituito le matite negli chignon con delle barrette di incenso).

Altro scultore-modellatore era Orlando Ravanelli, scultore in doppiopetto; mai visto senza il suo bell'abito blu notte, cravatta e pochette in tono, scarpe di vernice da gran sera. Praticamente un lord. Lui era "avanti", per lui la scultura era un fatto del tutto "teorico", il contrario di Michelangiolo Buonarroti, insomma. Orlando Ravanelli, neoplatonico al contrario, sosteneva che non fosse l'anima delle figure ad essere imprigionata nella materia, ma al contrario che era la materia a rompere i coglioni con tutta quella polvere, quei frammenti e, soprattutto, quella fatica. Ravanelli preferiva restare uno scultore teorico, aveva delle intuizioni plastiche, le elaborava, le trasformava, ma restavano tutte inesorabilmente sulla carta, ed era meglio così. Franz lo chiamava il croupier, visto il suo abbigliamento più adatto al Casino di Montecarlo che non a una cava di marmo.

A proposito di marmo invece, va citato uno scultore materico vero, convinto, con le mani distrutte dallo scalpello e la polvere di marmo sulla testa, Giuliano Gabardelli. Lui voleva portare le sue classi in gita solo a Carrara, anzi dentro le cave di marmo. Il suo abbigliamento preferito era la tuta da lavoro e il cappello di carta fatto col giornale. Scolpiva in continuazione figure gigantesche che poi non sapeva dove mettere. Terminate le opere le guardava e piangeva, tanto erano riuscite bene. Era la passione delle Consapevoli del proprio ruolo perché vedevano in lui l'ultima bandiera del realismo socialista. Fondeva anche piccole forme scultoree astratte alla Henry Moore del quale diceva di essere stato amico. Passava ore ed ore a lustrare ottoni e bronzi di quelle piccole composizioni. Franz lo chiamava Sidol


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Questo gruppo che potremmo definire dei "nudi e puri" per fortuna era compensato dagli "intellettuali", quelli che in fondo preferivo, gruppo di cui facevano parte Monia, Bardi, Borsieri ed anche per la modellazione e la scultura Paolo Manini. Scultore eclettico, trovarobe, assemblatore. Mi piacque subito: la scultura poteva essere raccontata partendo dalla Grecia arcaica, attraverso la grande statuaria romana, fino al Quattrocento, al Rinascimento per poi arrivare alla leziosità settecentesca e alla scultura storica dell'Ottocento, per approdare alle avanguardie a al Novecento. Lui invece cominciò dal Big Jim. Un insegnante pop si potrebbe definire. E dopo il giocattolo della Mattel arrivarono, Tinguely, Niky de Saint Falle, Calder, Arp e in un percorso al contrario ci ritrovammo ad avere a che fare con l'Hera di Samo solo pochi giorni prima della maturità. Paolo Manini era gay, come diceva Franz, «Solo un invertito poteva invertire la storia dell'arte», ma a lui la gente troppo prevedibile non andava a genio, e nemmeno a me.

Gli architetti facevano storia a sé. A metà strada tra il genio e la razionalità, erano spesso l'ago della bilancia nei confronti delle idee e nel "dibattito culturale". Tra questi, quello che aveva più il phisique du rôle era certamente Libero Borsieri e non solo per il papillon della "corporazione" degli architetti, lo era in tutto. Non c'era muro che lui non avesse voluto "rimodulare", non c'era spazio da ri-progettare, né territorio sul quale non si dovesse prevedere un intervento. Dalla tasca della giacca spuntavano sempre un piccolo calibro, un rapidograph e una pipa. Più architetto di così...

Ma di architetti ve ne erano altri a cominciare da Franco Brugliano detto Bru-Bru. L'eleganza fatta persona, si occupava solo di arredamenti sui generis yacht, "Wunderkammer" ludotedche, «Ma 'na casa questo quando la fa?», diceva sempre Franz. Era sempre circondato da uno stuolo di adoratrici che erano, solitamente, le ragazze più ricche del liceo che Franz chiamava "le pulcine" e che Bru- Bru che stupido non era, allevava per poi raggiungere loro mamme "le galline" (sempre a detta di Franz), che avevano case sul lago e in montagna, arredate solo da architetti di grido.

Storia dell'arte, come ho già detto era affidata alla professoressa Maria Teresa Durante e alla sua penna Aurora d'oro con custodia nonché al famigerato Carli-Dell'Acqua, un testo ferocemente contestato da tutti i professori di sinistra. La Durante invece sembrava apprezzarlo molto: aveva riproduzioni delle opere solo in bianco/nero ed era un piacere sentire Luigi Mondini detto il Luserta alle prese con il colorismo veneto guardando le illustrazioni del testo che di colore non avevano nemmeno l'ombra. La professoressa Durante, diceva che era meglio così, poiché parlare di colore davanti ad immagini in bianco/nero sarebbe stata "un'ottima palestra per la mente".


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Dovrei spendere qualche parola anche per i due insegnanti che in una scuola non contano praticamente nulla: quello di religione e quello di ginnastica. Il primo in realtà, per noi contava molto, eravamo noi che contavamo poco per lui. Si chiamava Luigi Usuretti ed era laureato in teologia e in sociologia. Ci dettava appunti come una mitraglia. Ci parlava dei prigionieri politici e delle prostitute e anche dei problemi dei figli delle prostitute. Franz diceva che stava parlando delle Sorelle Materassi ma loro sorridevano lo stesso. Il docente di ginnastica (allora non avevano ancora inventato il misterioso termine di "scienze motorie"), si chiamava Angelino Paracchini, praticamente un disoccupato perché la palestra serviva a tutto, assemblee, concerti, cineforum, anche a limonare con le compagne, ma non certo a fare ginnastica. Allora la forma fisica, gli addominali scolpiti, l'aerobica, non erano delle priorità o come diceva Franz, facevano cagare. L'autunno del 1975 trascorse senza troppi clamori. Solite manifestazioni, solite lezioni, solite schermaglie. Ormai al liceo artistico mi divertivo troppo. Stavo progettando di farmi bocciare per restarci un anno di più. Il liceo artistico aveva quattro anni di corso ordinario più un anno che veniva chiamato integrativo; quello era l'anno dei pentiti, poiché la preparazione del liceo artistico era calibrata per due sbocchi universitari: la facoltà di architettura e l'Accademia delle Belle Arti. Il professor Monia diceva che se non volevamo restare in questo stato di pietosa ignoranza avremmo dovuto almeno frequentare l'anno integrativo e poi proseguire, naturalmente, gli studi all'estero: Parigi, Londra, New York o almeno la FHNV di Basilea (Accademia di Art e Design). Quando dissi all'Angelica e al Renato che volevo andare a Basilea mi dissero che quando sarei andato mi avrebbero dato la lista della spesa perché portassi a casa i dadi per il brodo, il cioccolato e le sigarette perché là costavano meno. Avevo il vago dubbio che mi stessero menando per il naso, che era già un buon risultato, visto che di solito mi menavano e basta. Comunque era prematuro pensarci e come diceva Franz portava anche un po' sfiga.

Quello fu l'anno dell'architettura. Al terzo anno il programma scolastico prevedeva che il disegno geometrico si trasformasse in "architettura". Borsieri era convinto che noi fossimo delle irrecuperabili rape, ma questa non era una novità. Quell'anno mise mano alla Teoria del campo di Attilio Marcolli e non ci fu nulla da fare. Tenendo conto che non esisteva ancora Amnesty International fummo costretti a chinare il capo e subire quanto ci fosse da subire. Borsieri era un fanatico della teoria ed era un ammiratore del suo autore. 

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Un giorno ci disse: «Vorrei ricordarvi che Attillio Marcolli decise di diventare architetto a sedici anni quando diresse i lavori dell'ex campo di concentramento di Bolzano.) E noi? E io? Cosa sapevo fare a sedici anni? Almeno le sorelle Materassi sapevano sorridere, io non avevo ancora capito bene quali studi avrei intrapreso o su quali marciapiedi sarei finito, ma di una cosa ero certo, ormai ero un militante del movimento, un intellettuale organico, un teorico dell'arte, quasi quasi direi anche un esteta. Franz diceva "vegna giò dal fic" che tradotto dal vernacolo locale significava più o meno "scendi dall'albero del fico dove ti sei andato a posizionare per renderti più visibile". Detto così aveva tutto un altro spessore.

A me Marcolli piaceva. Anzi mi piaceva Borsieri che leggeva e ci spiegava Marcolli. Ricordo che prima di mettere mano al volume Teoria del campo, Borsieri lesse da un appunto preso sul suo quadernetto una citazione": «Io sono meno impaziente del vento, tuttavia devo andare. Per noi, viandanti eternamente alla ricerca della via più solitaria, non inizia il giorno dove un altro giorno finisce, e nessuna aurora ci trova dove ci ha lasciato il tramonto!». Era una citazione di Gibran. Naturalmente eravamo tutti pronti alla domanda «Voi conoscete Gibran, vero?!». E naturalmente Borsieri era pronto a sentirsi dire le sciocchezze più varie; ma, naturalmente anche Franz era pronto a ribattere alle parole di Borsieri, così come Le Belle e maledette stavano già covando una battuta, le Consapevoli stavano coniando uno slogan, persino le Sorelle Materassi erano pronte a sorridere. Era una guerra di posizione, insomma. La classe ricordava una trincea che aspettava che il nemico sparasse il primo colpo. Ma il primo colpo lo sparò Luigi Mondini detto Luserta che disse: «Chi è l'Aurora?».

Borsieri cominciò ad eruttare fumo dalla pipa, gli occhi si rivoltarono come quelli di Regan nel film L'Esorcista che tutti in quegli anni andavano a vedere per stare male. Insomma, diciamo che la risposta del Luserta lo aveva leggermente imbufalito. Dopo essersi tramutato in Mr. Hyde, il professor Borsieri cominciò a leggere il Marcolli per due ore filate e alla fine disse: «Studiate da pagina 22 a pagina 144 e non rompete i coglioni, tanto con voi tutto è inutile!».

Spiace dirlo, ma allora il docente aveva un vocabolario ragionato dai termini da usare con la classe che andava molto oltre quello dell'Accademia della Crusca. Erano gli anni in cui "petaloso" non era ancora stato inventato e nel Dizionario dell'Accademia non si facevano troppo concessioni, quindi i nostri docenti più che al dizionario attingevano alle loro conoscenze personali, al linguaggio gergale di porti, postriboli, mercati (coperti e scoperti), fiere del bestiame. 

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Tutto questo per renderci partecipi del fatto che anche la scuola, come il calcio, non era affare per signorine (e su questo concetto le Consapevoli del proprio ruolo allestivano blocchi stradali).

E così studiammo il Marcolli, ma fummo torturati anche da Monia con una new entry, si trattava dell'indispensabile a suo dire, di Arte e percezione visiva di Rudolph Arnheim, e se la bestia nera per il Marcolli erano i "sette contrasti di colore" per Arnheim era sicuramente il "campo gestaltico". Vorrei che a spiegarvelo fossero le parole di Franz: «Il campo gestaltico è come una matrioska, dentro un campo ce ne sta un altro. Se pensi di aver visto tutto perché guardi solo il campo che hai davanti, senza considerare che è parte di un altro campo, vuol dire che non hai capito un cazzo».. Succinto, preciso, perentorio.

Sì più o meno si trattava di questo, ma solo un fine intellettuale, quale io stavo diventando, poteva rispondere a Monia, con tono confidenziale: «Professore è ben evidente che il tutto è molto di più dell'insieme delle parti, eh eh...». Monia mi guardava compiaciuto, si accendeva l'Habana e diceva che io ero il frutto ormai maturo del suo duro lavoro. La Sorelle Materassi non sorridevano più. Arrivò la primavera e con essa, anche a causa di tempo più mite, le lotte si intensificarono; del resto a parte la Rivoluzione d'Ottobre quasi tutto avvenne con la bella stagione, dalla primavera di Praga al maggio francese e su questo bisognerebbe interrogare Montesquieu (che non era un compagno di classe, ma uno che la sapeva lunga in materia di climi e accidenti del genere). Anche al liceo artistico in primavera arrivò la rivoluzione (“L'arrivo della lozione” che sciacqua via la forfora come cripticamente diceva Sebastiano Masselli detto lo scrittore in un suo romanzetto sperimentale). Nel marzo di quell'anno la situazione sembrò precipitare o anche decollare, sempre questione di punti di vista. Ormai ero "dialettico e criticista" oltre che un sacco di altre cose; i tempi dei pantaloni Facis erano morti e sepolti.

Dopo una serie di scioperi, blocchi stradali, cortei gli studenti del liceo trovarono la forza di occupare la scuola. La sede di via Pietro Micca divenne un bivacco e, come diceva Lalla De Ambus avremmo portato i cavalli dei cosacchi ad abbeverarsi nei bagni del liceo. Roby Paganelli, detta la Rouge preferiva un'altra metafora: la scala del liceo era la scalinata di Odessa, (la sua cultura cinematografica era vicina allo zero, ma io ero il suo consulente per l'immagine e con le mie metafore faceva sempre la sua "porca figura"; l'unica pecca era che non avevamo la carrozzina da scaraventare giù dalla scala. 

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Qualcuno suggerì di far volare giù dalle scale lo scheletro su rotelle  usato dalla docente di anatomia artistica, ma sarebbe sembrato un film di Tim Burton ante-litteram, quindi si decise di soprassedere alla questione.

La palestra divenne il dormitorio degli occupanti. Naturalmente anche una specie di alcova, come in ogni occupazione che si rispetti, ci si "occupava" anche di altro e non solo di assemblee e prese di posizione. Il cuore nevralgico dell'occupazione però era il chiostro del liceo. Era il luogo di incontro e scontro; tutte le febbrili attività cominciavano dal chiostro. Nel chiostro permanevano durante il giorno molti studenti: anarchici, movimentisti, comunisti, "pidiuppini"; prima che sia Franz a spiegarvi cosa significhi "pidiuppino", lo faccio io: si trattava degli studenti che si riunivano sotto le bandiere del Partito di Unità Proletaria per il Comunismo; allora di partiti comunisti ve n'erano per tutti i gusti. Nessuno lo era davvero, ma tutti dicevano di essere quello originale. Il chiostro era anche un luogo di svago e relax, per esempio ci stazionava perennemente Manuele Biancofiore detto Che Guevara che ormai da diversi giorni suonava l'Avvelenata di Francesco Guccini come un disco rotto. Un giorno Enza Molinari, detta Baguette, una compagna della classe 1^A che io conoscevo dai tempi dell'asilo e che ancora oggi considero la mia amica più antica, ebbe una folgorante illuminazione. In quei giorni al palazzo dello sport della città doveva tenere un concerto proprio Francesco Guccini, quale occasione migliore di salire sul palco durante l'esibizione del grande cantautore e chiedere di leggere un comunicato?! Allora la lettura di un comunicato non si negava a nessuno, un po' come oggi un Tweet o uno "stato" su Facebook; le logiche erano simili: tutti leggevano comunicati e tutti gli altri, dopo un'ovazione, se ne fregavano completamente. Oggi avviene lo stesso sui social network, ma allora era tutto molto più passionale e sanguigno.

Durante il concerto, al palasport, dal folto gruppo degli studenti dell'artistico presenti, fu fatta salire sul palco Enza Baguette Molinari e l'immancabile Lalla De Ambus. Lessero il comunicato dove si annunciava l'occupazione ad oltranza del liceo artistico, in lotta per ottenere una miglior struttura, ma, naturalmente anche contro la scuola dei padroni, la disoccupazione, i diritti della donne, la pace nel mondo e un sacco di altre cose. Il risultato dell'accorato appello però non fu solo l'ovazione di rito, i pugni alzati e l'Internazionale. Francesco Guccini si alzò, prese il microfono dalle mani di Enza Molinari e disse: «'Mo ci vengo a suonare anch'io al liceo artistico.». 

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Guccini, vale la pena ricordarlo, faceva parte di quella schiera di cantautori cosiddetti “impegnati” che fecero la storia della canzone italiana di quegli anni e per i quali l’onta maggiore della quale chi faceva musica in Italia avrebbe potuto macchiarsi era partecipare al Festival di San Remo. Guccini come De André, Lucio Dalla, Francesco de Gregori, Claudio Lolli, Gianfranco Manfredi, Ricky Gianco erano per antonomasia la musica di qualità in contrasto con la musica d’evasione, quella del Festival di Sanremo per intenderci.

E così nella mia scuola, dopo le parole di Monia, di Borsieri, di Bardi, di Pescofiorito, dopo le urla della Perfida Tasso, avrei ascoltato anche le canzoni di Guccini, per una volta non sbraitate da Manuele Biancofiore detto Che Guevara, ma da Francesco Guccini in persona; chi l’avrebbe mai detto che Via Pietro Micca si potesse trasformare in "Via Paolo Fabbri."

Il diciassette marzo Francesco Guccini suonò al liceo artistico occupato. La giornata fu lunga e convulsa. In città la notizia si era diffusa con una certa velocità pur non essendo i tempi di Facebook o di Whatsapp, erano comunque i tempi dei chiacchieroni e dei pettegoli davanti ai bar. In una riunione mattutina degli occupanti, Enza Molinari, Lalla De Ambus e Roby Paganelli diedero disposizioni per il concerto. Si cominciò dal servizio d'ordine, la cosa più improbabile che si potesse concepire al liceo, completamente disordinato. In quegli anni il servizio d'ordine era una fissazione. Solitamente i "servitori dell'ordine" erano presi tra i più scalmanati e tra i fautori del disordine. Io per esempio non avrei mai potuto far parte di un servizio d'ordine, prima per via dei pantaloni Facis, poi per via delle troppe teorie che avevo nella testa; il "servitore dell'ordine" doveva essere estremista ruspante, io ero un estremista di ritorno, costruito in laboratorio, per così dire, un esperimento di ingegneria genetica operato involontariamente da Borsieri, Bardi, Masselli e, soprattutto da Monia.

Alla riunione partecipavano anche studenti degli altri istituti, il più famoso dei quali era sicuramente Massimo “Zak" Zaccaria, denominato anche Anarchia. Era bello, occhio azzurro, capello biondo cenere lungo, tipo Jesus Christ Superstar. Era un fenomenale venditore di fumo e di giornali. Non intendo riferirmi alle sostanze stupefacenti, ma proprio al numero spropositato di parole con il quale riusciva a rimbesuire chiunque. Davanti alla scuola con un sola sistemata ai capelli e l'occhio languido riusciva a vendere centinaia di copie di "Umanità Nova", periodico degli anarchici; in città di anarchici ce n'erano diverse centinaia ma non in pari numero delle copie del giornale vendute da Zak solitamente alle ragazzine che, con un repentino cambiamento, passavano dalla lettura di "Ciao 2001" al terrificante "Umanità Nova". 

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Tutto merito suo. Io, Zak lo conoscevo bene poiché  vivevamo nello stesso quartiere di disperati e sua madre somigliava un po' all'Angelica. Per lui il mondo era diviso esattamente in tre parti: i “fascisti”, i “pezzi di merda” e lui. Della prima categoria appartenevano tutti quelli di destra, ma in fondo non erano molti, alla seconda categoria tutti quelli non esplicitamente di sinistra e poi c'era lui che era la perfezione fatta persona. Oggi si direbbe che aveva una buona dose di autostima.

La riunione organizzativa fu subito presa in mano da Massimo Zak Zaccaria detto Anarchia. Era fin troppo evidente che lui si sarebbe occupato della formazione del servizio d'ordine. «È probabile», disse, «...Che al concerto possano arrivare dei provocatori fascisti, dovremmo quindi poter rispondere in maniera ferma e militante». A Roby Paganelli detta la Rouge non pareva vero di poter dar manforte a Zak; a guardare bene oltre che man forte, la Rouge avrebbe voluto dare anche dell'altro a Zak ma sorvoliamo, anche se il personale era politico non era il caso di drammatizzare. E così fu. Era necessario stabilire dei parametri per consentire ai compagni di tutte le scuole di assistere al concerto, escludendo reazionari, fascisti, e qualunquisti. Va da sé che i parametri furono scelti da Zak. Non avrebbero potuto entrare le seguenti categorie di persone: «Quelli con le basette troppo corte»; all'epoca infatti per i fascisti e sanbabilini era di moda portare basette rasate cortissime fino a confondersi con la capigliatura. Come si vede un parametro che aveva un suo perché, anche se magari un po' labile nelle motivazioni ideali. “Le facce da idioti"; questa era la categoria di più difficile individuazione; per qualcuno una faccia era da idiota per altri meno. Sulla terza categoria di persone da non far entrare al concerto la discussione fu un po' più articolata e verteva su quelle compagne, che nei loro atteggiamenti, avrebbero dato adito a pensare che fossero piuttosto predisposte, per mero piacere o per una qualche forma di altro interesse, ad intrattenere relazioni effimere ma ripetute con compagni sempre diversi; Franz riassunse e disse: «Le zoccole».. Ci fu subito una reazione delle Consapevoli del proprio ruolo che tacciarono di maschilismo il povero Franz che ribadì la sua netta posizione al riguardo paventando che di questa ultima categoria potessero far parte appunto anche le Consapevoli. Intervenne comunque Zak che ricordando che non si sarebbe dovuto fare l'interesse dei reazionari, propose la terza categoria: i professori. Eh no! Tutto si poteva vietare, ma non certo ai professori, o meglio ai “nostri” professori di assistere al concerto di Guccini nel liceo occupato. 

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E qui l'anima della scuola si manifestò come accadeva sempre nei momenti "topici". Prese la parola Lalla De Ambus e con un'appassionata arringa degna di un principe del foro disse: «Noi non siamo come tutti gli altri. "Noi" siamo un po' come gli "ebrei" o "gli irlandesi", quelli che fanno storia a sé. Infatti. Sì perché in questa sonnacchiosa città, noi rappresentiamo la voglia di lottare per degli ideali. Quando "voi" sedevate nei banchi, "noi" sperimentavamo nelle camere oscure, quando "voi" ascoltavate Pascoli, "noi" arringavamo le folle, quando "voi" facevate la foto di gruppo "noi" suonavamo Jimy Hendrix, quando "voi" facevate il tema "noi" leggevamo "Andy Warhol",quando "voi" andavate in discoteca "noi" occupavamo la scuola. Quando "voi" andrete all'università, "noi" andremo a fare l'autostop. Naturalmente quando "voi" andrete a lavorare "noi" rimarremo disoccupati. Ma la differenza tra "noi" e "voi" è che noi riusciamo a dar vita ai sogni e questo lo facciamo anche con i nostri professori o non lo faremo con nessuno! ». Fu l'apoteosi. Un discorso che sanciva però anche una rottura (in quegli anni le rotture non davano fastidio, anzi erano molto "trendy"), con il resto degli studenti della città.

Per fortuna, per una volta Massimo Zak Zaccaria fu ecumenico e disse che studenti e professori erano su una stessa barricata e attaccò con la lotta di classe, la scuola dei padroni, e tutto il resto. Una cosa però era certa, ad ascoltare L'Avvelenata ci sarebbero stati anche i nostri professori che per una volta l'avrebbero subita non nella versione di Manuele Biancofiore detto Che Guevara ma da Francesco Guccini in persona.

Così tra un litigio e una presa di posizione si arrivò alla sera. Il concerto si sarebbe tenuto, naturalmente, in palestra. Il bivacco notturno fu rimosso e la palestra attrezzata con amplificatori e microfoni portati da Roberto Prinetti detto Bungiga, (quello della Fiat Cinquecento che guidava le manifestazioni). Tutti erano elettrizzati. Io uscii di casa appena dopo pranzo e l'Angelica mi disse di tornare a casa "diritto" appena finito il concerto. Io dovevo sempre portare a casa il resto quando l'Angelica mi dava dei soldi, andare con quelli meglio di me (non si capiva però bene, poiché se anche le mamme degli altri avessero detto di andare con quelli meglio dei propri figli, con me alla fine non sarebbe venuto nessuno, ma sorvoliamo) e poi, soprattutto, dovevo cambiarmi sempre la maglia intima, perché se mi fossi sentito male almeno non ero puzzolente. Così con un po' di soldi in tasca, con quelli meglio di me e la canottiera pulita, mi avviai verso il liceo.

La palestra era ormai off-limits, ma Roby Paganelli con un gesto del megafono fece fendere la folla come Dio fece aprire un varco nel Mar Morto al popolo d'Israele. 

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Ormai se non eravamo proprio nel mito, eravamo a tutto diritto nella leggenda. Mi posizionai proprio accanto ad una delle due casse  acustiche appoggiate al "quadro svedese"; il mio compito era quello di sorvegliare una piccola porta che dava sullo stanzino degli attrezzi della palestra. Nel tardo pomeriggio la palestra era già affollata. Lalla De Ambus sembrava una figlia dei fiori all'isola di Wight; le Consapevoli secondo Franz sembravano delle figlie di puttana all'isola ecologica. Insomma c'erano tutti. Si poneva il problema dei gruppi di supporto per far passare il tempo prima dell'arrivo di Guccini senza che si cadesse nella tentazione del "dibattito".

Qualcuno propose Orlando Ravanelli, lo scultore in doppiopetto, in veste di presentatore, ma il "comitato di salute pubblica" presieduto da Roby Paganelli la Rouge cassò l'idea senza il minimo senso dell'umorismo. I primi ad esibirsi furono Graziano Giannoni, Paola Gallina e Domenico Mimmo Paoloni che avevano formato un gruppo che si chiamava Venus in Furs. La venere era naturalmente Paola Gallina e le pellicce, suppongo Graziano e Domenico per via delle barbe irsute e i capelli fluenti. Non sapevano fare nulla, tantomeno cantare ma, per fortuna, le introduzioni ai pezzi duravano dai venticinque ai quaranta minuti, cosicché il pezzo suonato diventava una mera formalità. Suonavano un improbabile rock "sassone", così dicevano, una via di mezzo tra La Lionetta e Lou Reed. Loro dicevano di aver suonato anche al Folk studio di Roma. Franz diceva che suonarono il campanello ma era chiuso.

Le Belle e maledette avevano preso parte alla stesura della "scaletta" proponendo anche una nostra compagna di classe vicina ideologicamente alle Sorelle Materassi; si chiamava Lorella Moffola ma Franz la chiamava Anita. Essendo la Moffola coinvolta in una questione di spaccio di sostanze stupefacenti, Franz diceva che in fondo era l'unica "eroina" che conoscesse. La Moffola suonava il piffero, ma le Consapevoli erano per la tutela delle minoranze e quindi si trovò un posto anche per il piffero. Il "comitato di salute pubblica" riuscì tuttavia a dissuadere Manuele Biancofiore dall'intonare L'Avvelenata per evitare confronti drammatici con il cantautore. Al suo posto, poco prima dell'arrivo di Guccini fu la volta di Giorgio Poldo con la sua Fender e Fabrizio Bongo Rangoni, inutile dirlo, alle percussioni. La palestra era il loro ambiente naturale. Prima delle assemblee, alle feste, durante l'occupazione, era sempre stata il loro habitat. In palestra facevano di tutto (tranne la ginnastica, ovviamente). 

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Giorgio Poldo attaccò con Eric Clapton, mentre Bongo Rangoni come morso da una tarantola percuoteva tutto il percuotibile compresa la custodia del piffero della Moffola.

Il pubblico si dimostrava paziente oltre ogni misura. Nelle prime file accovacciate per terra le Belle e maledette, a loro fianco le Consapevoli del proprio ruolo, in seconda fila tutta la sezione A con in bella mostra Marco Birbanti detto Mocio, Paoletto Morandi detto il Brillantina lo studente più figo del liceo. Mescolati tra gli studenti tutti i nostri insegnanti.

Finalmente qualcuno spense la luce e Bungiga accese un "occhio di bue" (a casa mia l'occhio di bue era un uovo nel padellino ma, ormai non avevo più i pantaloni Facis e parlavo come un intellettuale di sinistra anch'io). La palestra piombò in un'oscurità carica di attesa, piena di urla, fischi, applausi ritmati. Francesco Guccini arrivò seguito e preceduto dai miei compagni del servizio d'ordine che sembravano essere loro i protagonisti del concerto; Franz diceva che si era già rotto i coglioni (e in effetti si stava andando un po' per le lunghe). Quando arrivò sul palco con la chitarra in mano e l'eskimo addosso ci fu un boato ed io mi resi conto che avevo davanti una epifania (non quella che diceva l'Angelica per cui dovevo mettere Gaspare, Baldassarre, Melchiorre nel presepe; un'altra che avevo imparato a conoscere in questi anni di semiotiche e cortei). I compagni applaudivano freneticamente e lanciavano slogan contro la scuola dei padroni. Le Sorelle Materassi lanciavano sorrisi, Franz lanciava le Sorelle Materassi (sì perché, essendosi sistemate proprio davanti a lui le spintonò malamente per riuscire a vedere il palco). Andrebbe precisato che il palco era costituito da una decina di "bancali" e coperto dalla moquette blu ereditata dalla vecchia sede (bisognerebbe dire la mitica moquette blu). Il fondale del palco era un enorme murales (non erano tempi di Street Art), che riproduceva la copertina del primo disco degli Inti Illimani. Insomma tutto sembrava un'epifania e una vigilia rivoluzionaria. Invece era solo un concerto in un liceo occupato, ma la differenza non era poi molta.

Quando il clamore cessò, prese il microfono Enza Molinari detta Baguette che chiamava Guccini confidenzialmente col nome di battesimo: «Compagni, dopo quindici giorni di lotte, incominciate con l'occupazione del liceo da parte degli studenti dell'artistico e sostenuti da tutti gli altri studenti delle scuole della città, noi, come Movimento degli studenti nell'ottica di una dialettica unitaria con le lotte del movimento operaio, in appoggio a tutta la sinistra extra-parlamentare che in questi anni...». Insomma Enza Molinari stava rievocando a ritroso brevemente gli ultimi duecento anni di storia delle rivolte e delle rivoluzioni poiché, di quel passo, sarebbe arrivata nel giro di tre-quattro ore di introduzione alla presa della Bastiglia, a Robespierre, Danton e magari oltre.  

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Per fortuna Bungiga tolse la voce all'impianto e Franz disse «Meglio tardi che mai». Enza Molinari allora cominciò a strillare come un'ossessa e con quanta voce aveva in gola urlò: «Compagni, Francesco Gucciniiiiii!!!!"» altro boato. Guccini salì sul palco e disse: «"Oh mò me, ma che cagnara...» Guccini incominciò a suonare Dio è morto. Era dai tempi dell'oratorio del mio quartiere e di Don Armando, che non osavo nemmeno mettere in discussione la parola "Dio", solo che ai tempi di Don Armando avevo dubitato dell'esistenza di Dio perché mia nonna Fedora aveva detto che "solo i dimenticati da Dio" avevano ancora la turca e i fiuron ai vetri della finestra. Per i non addetti ai lavori (assistenza ai poveri), "la turca" era il gabinetto con poggiapiedi e catena dello sciacquone, mentre i fiuron erano fiori di ghiaccio che si formavano sui vetri di casa a causa della condensa. Ora però Francesco Guccini sembrava spararla ancora più grossa affermando che, «Ai bordi delle strade Dio è morto...». Mi sembrava davvero un'immagine un po' forte ma, ero o non ero ormai un fine intellettuale di sinistra, con l'eskimo o il trench, i Levi's, "Il Manifesto" e tutta l'altra chincaglieria?! E allora mi toccava starci. Le più "prese" dal pezzo erano le Belle e maledette per via del romanticismo della canzone, di Dio che era morto. Le meno partecipative erano le Consapevoli: poca analisi politico-economica, nessuna vera presa di posizione e, soprattutto, nessuna mozione da votare sulla morte di Dio. Nel mezzo c'erano le Sorelle Materassi che non solo non sapevano che Dio fosse morto, ma nemmeno che stesse poco bene e tantomeno sapevano chi era Guccini. Lalla De Ambus, risucchiata dalla platea ondeggiava battendo le mani, Roby Paganelli detta la Rouge piangeva, Marco Birbanti detto Mocio roteava la testa in preda ai demoni della rivolta canterina, ma tra tutti, uno solo era in coma vigile: Manuele Biancofiore detto Che Guevara, emulo ed adoratore del cantautore bolognese. Lui, come l'Armando di Jannacci era "piantato nella notte" con l'occhio barrato. Per Enza Baguette Moinari, Manuele era "tenerissimo", per Franz era solo caduto dal seggiolone da bambino. Comunque sia, tutti erano incantati da Francesco Guccini. Anche i professori sembravano gradire il concerto (allora non essendoci "eventi" ci si doveva accontentare dei concerti). Bardi ritmava con le mani, Borsieri sorrideva, Monia guardava scettico, la perfida Basso guardava Guccini ma pensava ai chetoni.

Alla canzone successiva la palestra, come si dice in questi casi, era diventata un girone dantesco. Guccini stava cantando L'avvelenata. Dopo Ultimo Tango a Parigi era la cosa più porca che avessi mai visto o sentito.