Per fortuna Bungiga tolse la voce all'impianto e Franz disse «Meglio tardi che mai». Enza Molinari allora cominciò a strillare come un'ossessa e con quanta voce aveva in gola urlò: «Compagni, Francesco Gucciniiiiii!!!!"» altro boato. Guccini salì sul palco e disse: «"Oh mò me, ma che cagnara...» Guccini incominciò a suonare Dio è morto. Era dai tempi dell'oratorio del mio quartiere e di Don Armando, che non osavo nemmeno mettere in discussione la parola "Dio", solo che ai tempi di Don Armando avevo dubitato dell'esistenza di Dio perché mia nonna Fedora aveva detto che "solo i dimenticati da Dio" avevano ancora la turca e i fiuron ai vetri della finestra. Per i non addetti ai lavori (assistenza ai poveri), "la turca" era il gabinetto con poggiapiedi e catena dello sciacquone, mentre i fiuron erano fiori di ghiaccio che si formavano sui vetri di casa a causa della condensa. Ora però Francesco Guccini sembrava spararla ancora più grossa affermando che, «Ai bordi delle strade Dio è morto...». Mi sembrava davvero un'immagine un po' forte ma, ero o non ero ormai un fine intellettuale di sinistra, con l'eskimo o il trench, i Levi's, "Il Manifesto" e tutta l'altra chincaglieria?! E allora mi toccava starci. Le più "prese" dal pezzo erano le Belle e maledette per via del romanticismo della canzone, di Dio che era morto. Le meno partecipative erano le Consapevoli: poca analisi politico-economica, nessuna vera presa di posizione e, soprattutto, nessuna mozione da votare sulla morte di Dio. Nel mezzo c'erano le Sorelle Materassi che non solo non sapevano che Dio fosse morto, ma nemmeno che stesse poco bene e tantomeno sapevano chi era Guccini. Lalla De Ambus, risucchiata dalla platea ondeggiava battendo le mani, Roby Paganelli detta la Rouge piangeva, Marco Birbanti detto Mocio roteava la testa in preda ai demoni della rivolta canterina, ma tra tutti, uno solo era in coma vigile: Manuele Biancofiore detto Che Guevara, emulo ed adoratore del cantautore bolognese. Lui, come l'Armando di Jannacci era "piantato nella notte" con l'occhio barrato. Per Enza Baguette Moinari, Manuele era "tenerissimo", per Franz era solo caduto dal seggiolone da bambino. Comunque sia, tutti erano incantati da Francesco Guccini. Anche i professori sembravano gradire il concerto (allora non essendoci "eventi" ci si doveva accontentare dei concerti). Bardi ritmava con le mani, Borsieri sorrideva, Monia guardava scettico, la perfida Basso guardava Guccini ma pensava ai chetoni.
Alla canzone successiva la palestra, come si dice in questi casi, era diventata un girone dantesco. Guccini stava cantando L'avvelenata. Dopo Ultimo Tango a Parigi era la cosa più porca che avessi mai visto o sentito.
Nessun commento:
Posta un commento