Borsieri introdusse le principali problematiche inerenti la progettazione in spazi pre-esistenti e passò la parola a Bru-Bru che a sua volta si dimostrò aperto alla nuova esperienza e invitò le due classi al dibattito. Le due classi in realtà si guardavano già leggermente in cagnesco poiché le disfide goliardiche di quei primi mesi di scuola ci avevano messi "l'un contro l'altro armati". Il professore Brugliano aveva un reggicoda, il classico studente primo della classe che annuiva ad ogni parola che Bru-Bru pronunciava che infatti prese la parola per la 1^A.
Lui era Marco Birbanti che Franz soprannomino Mocio a causa della capigliatura di tipo truciolare. Birbanti calzava scarpe Barrow e “maglioncioni” peruviani da finto andino che costavano come la tredicesima di papà Renato. Completava l'arredo umano un paio di occhiali verdi con le lenti a goccia che si chiamavano Ray Ban che portavano solo i fascisti o gli estremisti di sinistra (si sa che gli estremi si toccano). Mocio esordì nel peggiore dei modi, chiedendoci quali problemi avesse incontrato la 1^B nell'approccio alla progettazione partecipata. Il tono era saccente, il modo borioso, l’intento quello della sfida. Rispose Franz: «Nessun problema». Birbanti sorrise sardonico e ribadì, «In questo caso significa che siete tutti dei caproni!» Franz, autonominatosi sul campo portavoce ufficiale, rispose: «Caprone sarai tu con quel bel maglione da pecoraio e caprone è il tuo professore, tanto per cominciare». Scoppiò un putiferio, le Belle si alzarono indignate dal comportamento delle donne della 1^A che avevano cominciato a sollevare sospetti sul vero mestiere che esercitavano le nostre Belle e maledette. Le Consapevoli urlavano come matte di non cadere nella provocazione del sistema che ci voleva uno deboli e divisi. Le Sorelle Materassi sorridevano. Il nostro professor Borsieri cercava di sedare la rissa verbale. Insomma la riunione di lavoro finì in vacca e la progettazione partecipata come disse Bru-Bru rischiava di finire nella poubelle o come si dice a Roma, nella monnezza.
Ma comunque il trasloco s'avea da fare e si fece. Fu un po' come la traversata del Mar Rosso per il popolo eletto, solo che il Mar Rosso era la via principale della città e noi eravamo tutto meno che un popolo eletto. Eravamo talmente poco eletti che nemmeno i nostri eletti rappresentanti di Istituto riuscirono ad intercedere presso gli amministratori locali per il San Martino. Del liceo non si sarebbero dovuti trasportare solo banchi sedie e lavagne, ma una pletora di oggetti strani che non rientravano nella categoria degli arredi scolastici, almeno non in quelli di una scuola normale. E così impacchettammo tutto e facemmo da soli.