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Borsieri introdusse le principali problematiche inerenti la progettazione in spazi pre-esistenti e passò la parola a Bru-Bru che a sua volta si dimostrò aperto alla nuova esperienza e invitò le due classi al dibattito. Le due classi in realtà si guardavano già leggermente in cagnesco poiché le disfide goliardiche di quei primi mesi di scuola ci avevano messi "l'un contro l'altro armati". Il professore Brugliano aveva un reggicoda, il classico studente primo della classe che annuiva ad ogni parola che Bru-Bru pronunciava che infatti prese la parola per la 1^A.

Lui era Marco Birbanti che Franz soprannomino Mocio a causa della capigliatura di tipo truciolare. Birbanti calzava scarpe Barrow e “maglioncioni” peruviani da finto andino che costavano come la tredicesima di papà Renato. Completava l'arredo umano un paio di occhiali verdi con le lenti a goccia che si chiamavano Ray Ban che portavano solo i fascisti o gli estremisti di sinistra (si sa che gli estremi si toccano). Mocio esordì nel peggiore dei modi, chiedendoci quali problemi avesse incontrato la 1^B nell'approccio alla progettazione partecipata. Il tono era saccente, il modo borioso, l’intento quello della sfida. Rispose Franz: «Nessun problema». Birbanti sorrise sardonico e ribadì, «In questo caso significa che siete tutti dei caproni!» Franz, autonominatosi sul campo portavoce ufficiale, rispose: «Caprone sarai tu con quel bel maglione da pecoraio e caprone è il tuo professore, tanto per cominciare». Scoppiò un putiferio, le Belle si alzarono indignate dal comportamento delle donne della 1^A che avevano cominciato a sollevare sospetti sul vero mestiere che esercitavano le nostre Belle e maledette. Le Consapevoli urlavano come matte di non cadere nella provocazione del sistema che ci voleva uno deboli e divisi. Le Sorelle Materassi sorridevano. Il nostro professor Borsieri cercava di sedare la rissa verbale. Insomma la riunione di lavoro finì in vacca e la progettazione partecipata come disse Bru-Bru rischiava di finire nella poubelle o come si dice a Roma, nella monnezza.

Ma comunque il trasloco s'avea da fare e si fece. Fu un po' come la traversata del Mar Rosso per il popolo eletto, solo che il Mar Rosso era la via principale della città e noi eravamo tutto meno che un popolo eletto. Eravamo talmente poco eletti che nemmeno i nostri eletti rappresentanti di Istituto riuscirono ad intercedere presso gli amministratori locali per il San Martino. Del liceo non si sarebbero dovuti trasportare solo banchi sedie e lavagne, ma una pletora di oggetti strani che non rientravano nella categoria degli arredi scolastici, almeno non in quelli di una scuola normale. E così impacchettammo tutto e facemmo da soli. 

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Il calco di gesso della Dama del mazzolino lo portò personalmente il professor Bardi, i tecnigrafi dell'aula di disegno geometrico furono smontati a caricati sulla Fiat multipla del professor Borsieri, l'ingranditore fotografico lo prese in custodia il professor Monia, la professoressa Durante la custodia della sua penna Aurora, tutti portavano qualcosa tra la curiosità o la disapprovazione dei passanti: pedane e stufette elettriche per la modella, taglierine, armature per il modellato, tavolette, lampade, panneggi insomma una specie di caravanserraglio che sembrava non avere fondo. Il ciclostile lo portò con sé gelosamente Roby Paganelli detta la Rouge.

In via Micca, nella nuova sede non era pronto niente. Ci sarebbe stati da stupirsi del contrario. Nessuno in città voleva quella scuola squinternata e superflua. Questa era una terra di meccanici e tornitori, agricoltori o, al massimo, di ragionieri (detti ragiunat). A cosa sarebbero serviti poi questi artisti? Anche l'Angelica e il Renato nutrivano più di un dubbio sul fatto che io avrei potuto diventare un artista. Anzi, per essere precisi, nutrivano più di un dubbio che io sarei potuto diventare qualsiasi cosa. Comunque per favorire la mia formazione mi avevano comperato il Levi's, mi lasciavano acquistare «l'Espresso» e mi permisero di frequentare quella scuola inutile. Comunque, tra tante difficoltà la nuova sede prendeva forma. Il problema era, semmai, che forma prendesse. La forma interna della scuola faceva sorgere più di qualche preoccupazione. Gli oggetti mano a mano che arrivavano venivano sistemati a casaccio (alla faccia della progettazione partecipata), ma anche su questo si aprì l'immancabile dibattito che si tenne nella "palestra" del liceo. Per essere sinceri, quella che chiamavamo palestra era stata la stalla dell’ex convento della Maddalena dove le suore andavano a mungere il latte e, a parte il nome, non sembrava aver cambiato destinazione d'uso. Anche sul trasloco le varie anime della scuola fecero sentire la propria voce. Molti protestavano perché nel trasloco, si erano accumulati una quantità e una varietà di oggetti e suppellettili che ostacolavano lo svolgimento della lezione. La portavoce di questa posizione era la professoressa di matematica Milva Pino che raccoglieva il consenso dei pochi insegnati e dei pochissimi studenti “moderati”. Ma a fare chiarezza (in quegli anni c'era sempre qualcuno che voleva fare chiarezza tanto che sembrava di essere nell’Illuminismo), ci pensò il professor Monia che biascicando con il suo Habana tra le labbra spiegò ai codini e ai qualunquisti con la testa da ragioniere che quel caos era il caos della creazione stessa. Giá che c'era colse l'occasione per ricordare a noi poveri somari che in fondo quello non era altro che un Merzbau. Cos'era il Merzbau? Nessuno ebbe il coraggio di fare la domanda, ma era palese che nessuno lo sapesse. 

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Monia scuotendo il capoccione barbuto guardò verso i colleghi Bardi e Borsieri ai quali non parve vero di scuotere a loro volta il capo in segno di compatimento. Anche Franz scuoteva la capoccia ma per fortuna (loro), non profferì parola. Monia cominciò una filippica sul Dadaismo, su Kurt Schwitters e sul concetto di Merz. Detto tra noi merz era un pezzo della parola Commerz Bank, stampata su un pezzo di carta che questo Schwitters aveva trovato per terra. Non è che Schwitters facesse lo spazzino, era solo uno che raccattava tutto, come mio nonno Giovanni, solo che mentre nel 1916 Schwitters fondò il Dadaismo, mio nonno Giovanni andava sul Piave e questo gli impedì di diventare un artista (forse non solo questo).

Beh insomma così come raccoglieva pezzi di carta, Kurt Schwitters raccoglieva e portava a casa tutto quello che capitava come mio nonno Giovanni ma lui (Kurt), trasformava tutto in un bel Merzabau cioè un ammasso di cianfrusaglie che poi diventarono arte. Con tutto quell’ammasso di cianfrusaglie anche il liceo artistico sembrava un Merzabu (e questo era meglio che l'Angelica e papà Renato non lo sapessero).

Pagina 30 3. Dal Feng-shui al Gruppo 63

Il trasloco andò avanti per qualche settimana e alla vigilia delle feste natalizie, il liceo artistico aveva un nuovo indirizzo stradale ma anche un nuovo indirizzo di studi perché proprio in occasione dello spostamento della scuola il professor Salvatore Pescofiorito mise in piedi un corso sperimentale di rilievo (pittorico e architettonico). Il professor Pescofiorito era, per così dire, un accademico pentito, quelli che, dopo aver studiato o come si direbbe oggi, compiuto un percorso di studi, all'Accademia delle Belle Arti, si rendevano conto che Artes non dant panem, e se non dava il pane, figuriamoci il companatico. Insomma, come tanti altri, il professor Pescofiorito si annoiava a ripetere «sempre la stessa lezione con le stesse parole» come diceva un cantautore di sinistra e con i Ray-Ban allora molto in voga, tale Antonello Venditti. A ben guardare i docenti del liceo si potevano tranquillamente dividere in apocalittici e integrati per usare una distinzione che faceva l'Eco (Umberto), parlando dei fumetti e della letteratura. Agli integrati il liceo andava benissimo com'era, con le infinite ore di copia dal vero dai gessi e della modella vivente, con gli sfumini, la carta martellata, l'olio di lino e l'anatomia artistica. L'arte andava esercitata possibilmente in una soffitta, dopo averla appresa era necessario andare a bottega e poi esporre. Morire di fame era parte dell'arte stessa. Se non si era morti di fame almeno una volta nella vita, non si era nemmeno veri artisti. L'altra anima del liceo era quella degli apocalittici. Per loro il liceo doveva cambiare strada e non in senso topografico; il trasloco da Piazza dei Martiri (nomen omen), in Via Micca doveva anche essere occasione di rinnovare la scuola. Semiotica, urbanistica, progettazione partecipata, sociologia, grafica, fotografia, videotapes. Altro che balle, altro che Bohème e “gelide manine”. Il trasloco portò le due anime se non a scontrarsi almeno a mandarsi cordialmente a quel paese.

Ma il dibattito culturale era aperto. Le mura del vecchio convento della Maddalena avrebbero dovuto sentirne delle belle, perché oltre ad aprirsi, il dibattito culturale si radicalizzò. Ormai anche certe espressioni non mi spaventavano più anche perché oltre ai Levi's, all'Umberto Eco, all'«L’Espresso» nella saccoccia, avevo anche un paio di Ray-Ban nuovi fiammanti che l'Angelica mi aveva comperato facendo la cresta sulla spesa, se mi concedete il ricordo intimo e personale. Ero anche convinto che il personale fosse politico, insomma ero un estremista di sinistra fatto e quasi finito).


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Oltre al compassato e borghese professor Lander, un altro rappresentante degli "integrati" era Paolo Faustino Belletti detto "Il Maestro". Su di lui forse andrebbe spesa qualche parola in più. Ex- paracadutista, ex monarchico, ex comunista, ex attore, ex cantante lirico, ex scrittore ed ex poeta, attuale docente e incisore, era davvero un grande personaggio del liceo, mi si perdoni la vena di malinconia. Il Belletti vestiva sempre con una ferula (mantella), in autunno, con un pelliccione siberiano in inverno e con un gessato con una cravatta annodata alla Windsor su una camicia immacolata (immacolata a parte le macchie di colore o di qualche intingolo che grondavano spesso sull'abito e sulla camicia). Il Maestro spesso si esprimeva in romanze. Non era raro il caso in cui ad una specifica domanda da parte di qualche alunno o di qualche collega il Maestro rispondesse cantando. E allora al bidello che bussava alla porta si rispondeva con Le nozze di Figaro o che alle Sorelle Materassi, leggermente imbambolate, si indirizzasse un Nessun dorma che faceva tremare le malferme pareti del liceo. Il Maestro difendeva la Tradizione, anzi era lui stesso la tradizione in pittura come in poesia (sue grandi passioni), e si aveva un bel parlare di semiotica, di progettazione partecipata, per il Maestro esisteva solo il Cavalier d'Arpino e gli Eroici furori di Giordano Bruno che venivano citati spesso completamente a sproposito ma con una tale enfasi che alla fine tutti gli credevano. Era barbuto con uno sguardo che ricordava più Rasputin che il Maestro Manzi.

E noi? Noi prendevamo posizione. Non erano tempi in cui si potesse stare alla finestra, erano tempi in cui ci si schierava. O di qui o di là si doveva stare. Inutile dire che le Belle e maledette manifestarono più una volta l'idea che l'arte era da un lato idealità e dall'altro contatto con la materia. Infatti, sarà stato per via del contatto con la materia ma spesso le Belle e maledette non erano igienicamente inappuntabili. Molto meglio sul piano delle idealità, su quello erano perfette. Era ovvio che parteggiassero, in queste dispute, sempre e comunque per Lander o per il Maestro. Qualcuna di loro finì per diventare una protetta del Maestro che però, per altro verso non guardava in faccia a nessuno, o meglio prima di guardare in faccia annotava con cura la professione dei genitori. Così l'appello era una raccolta di utili informazioni: «Abelli?!», «Presente!» biascicava il malcapitato e il Maestro: «Cosa fa il babbo?» «Elettrauto», diceva sommessamente Abelli e il Maestro: «...Ah molto interessante...», e annotava accanto al nome di Abelli il mestiere del papà di Abelli ma anche la via, il numero di telefono e l’orario dell’officina e così via. 

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Pian pianino il registro si completava con dati di estremo interesse sulle professioni dei genitori: avvocato, geometra, farmacista, elettrauto, salumiere... Qualche volta il Maestro chiedeva se il babbo lavorasse in proprio o fosse un volgare dipendente. Conoscere bene lo studente era assolutamente necessario per una scuola degna di questo nome.

Comunque sia, il Maestro riscuoteva consensi ma anche fiere contrapposizioni. Le consapevoli del proprio ruolo lo vedevano come il fumo negli occhi, avrebbe detto l'Angelica. A parte una concezione delle arti visive agli antipodi, le Consapevoli non perdonarono mai al Maestro il fatto che per lui la posizione della donna avrebbe dovuto essere una sola: in cucina. Non era cattiveria e nemmeno gusto della provocazione, era solo il fatto che al Maestro piaceva mangiar bene e a ben guardare, aveva una certa devozione per il focolare e per il desinare, termini questi che facevano sbavare di rabbia le Consapevoli che oltre a voler tagliare la gola ai capitalisti volevano anche tagliare il pisello a tutti i maschietti (loro avevano letto, oltre che il Dottor Freud, anche Erica Jong, Porci con le ali e anche Sofia Scandurra). Insomma, ruggini che venivano da lontano e che non erano destinate a portare lontano.

Le Consapevoli erano in perenne adorazione di Monia o Pescofiorito e non vedevano l'ora di sbarazzarsi del pennello e delle formelle del Battistero di San Giovanni per dedicarsi al videotape. Cos'era il videotape? Per comodità possiamo dire che era una telecamera portatile con un nastro magnetico. La prima volta che ne sentii parlare fu durante una delle lezioni-fiume del professor Monia che ci raccontò del figlio di due immigrati slovacchi negli Stati Uniti, famosissimo a suo dire, che piazzò un bel videotape davanti ad un palazzo di New York, lo accese e se ne andò via. Franz disse: «Bel deficiente!» Ma Monia attaccò un pistolotto senza fine che ricalcava quello dei primi giorni di scuola, partiva dalla nostra naturale somaritudine per finire al fatto che avremmo dovuto fare i camerieri durante l'estate per pagarci un volo per New York dove ci attendeva il Greenwich Village, il Guggenheim e un sacco di altre cose di cui nemmeno sospettavo l'esistenza ma che ci avrebbero permesso, se non di diventare degli artisti, almeno di non fare figure di merda nei vernissage. Beh lui era fatto così. A proposito il figlio degli slovacchi si chiamava Andy Warhol e il videotape era intitolato Empire ed era stato girato nel 1963 quando io mi divertivo a giocare con le biglie dei ciclisti. Così va il mondo.


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Secondo le regole del Feng Shui a decidere del destino degli umani non è solo il segno zodiacale, le influenze astrali, la volontà di Dio o il culo nella vita. Secondo questa antica filosofia cinese anche gli edifici dove viviamo, lavoriamo o altro, hanno la loro bella influenza. Conta come sono composti, dove e come sono posizionati. Ci sono edifici che vengono costruiti in luoghi privilegiati, all'incrocio di fonti di energia, in posizioni armoniche dove lo yin e lo yang permettono di sviluppare positività negli individui e tra gli individui. Sempre secondo il Feng-Shui, anche la posizione dei mobili in una casa conta molto: mai posizionare uno scrittoio tra due finestre che si guardano, i flussi di energia positiva e negativa turberebbero il pensiero; così come non mettere mai il letto con una porta alle spalle, renderebbe inquieto il sonno, non tenere fonti d'acqua vicino a fuochi, non mettere insieme coltelli e stoffe. Insomma il Feng-Shui ci detta una serie di regole perché il luogo sia favorevole all'armonia. Via Micca era esattamente il contrario del Feng-Shui. Il liceo doveva essersi posizionato esattamente nel luogo dove correnti magnetiche e sotterranee andavano a scontrarsi con lo spirito degli angeli ribelli che si accapigliavano con Caron dimonio nel luogo dove passava il meridiano del diavolo e sotto il quale era stato seppellito Frankenstein. Altrimenti la storia del liceo non si sarebbe potuta spiegare.

Effettivamente, anche da un punto di vista strettamente architettonico, l'edificio era, se non inquietante, almeno originale. Oltre al chiostro detto l'acquario dove i pesci erano gli studenti perennemente a zonzo, esistevano due ponti coperti di passaggio che univano l'ex convento all'edificio attiguo. L'interno era fatiscente ma la fatiscenza portava con sé un fascino indiscutibile. Avendo ospitato, prima del liceo artistico, il pregiatissimo liceo classico “Giuseppe Mazzini” le mura trasudavano di cultura, le aule conservavano l'eco della parole di Tacito, di Cicerone, di Livio. Ma il “Giuseppe Mazzini” non lasciò solo echi della cultura classica. Il precedente liceo si sbarazzò anche di un giardino zoologico di animali impagliati e imbalsamati e, per essere precisi, ci lasciò in eredità nei vecchi e giganteschi armadi tutta una serie di volatili dall'aspetto vagamente sinistro. Dissero che avevano lasciato in eredità al liceo artistico quegli animali simbolicamente legati alla conoscenza (cosa di cui secondo loro faceva difetto negli artisti), come buon auspicio per il futuro della scuola. Notoriamente la civetta è simbolo della filosofia e della saggezza. Franz disse che era il simbolo della sfiga, ma si sa che lui era un semplificatore estremo.


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Fatto sta che oltre ai tubi che perdevano, ai termosifoni che non funzionavano, alle piastrelle che si sollevavano, ai muri che trasudavano marciume, noi "artisti" avremmo dovuto aver a che fare anche con un caravanserraglio di uccelli: marangone del ciuffo, germano reale, canapiglia, moriglione, oca selvatica, cicogna nera, cicogna bianca, tarabuso, airone cenerino, fenicottero, svasso maggiore, quaglia, fratino, guccione, ghiandaia marina, cappellaccia, santimpalo, cinciallegra, ghiandaia, poiana comune, barbagianni, gufo comune, gufo reale, civetta, allocco, solo per nominarne alcune specie. Di allocchi per la verità ve n'era più d'uno, ma non tutti nell'armadio degli uccelli.

Va tuttavia ricordato che il vecchio liceo classico “Giuseppe Mazzini”, non lasciò solo uccelli, lasciò anche una volpe. Il professore Belletti detto il Maestro da cacciatore, anzi ex cacciatore quale era (scrisse anche in una memorabile lettera al collegio dei docenti che l'uomo era cacciatore, anche se con un senso leggermente vetero-maschilista che suscitò accese discussioni tra le femministe), guardava con un certo interesse morboso la volpe impagliata. Era un bell'esemplare di volpe grigio- argento e il Maestro lo volle nell'aula dove si trovava a fare lezione, la leggendaria aula denominata "F1" (acronimo di Figura Uno). Va ricordato che le lezioni all'artistico non erano stanziali ma nomadi. Ogni materia o gruppi di materie richiedeva il cambio dell'aula, con una rotazione di tutte le classi al suono della campanella. Il cambio dell'ora era praticamente molto simile ad un'operazione di transumanza: le classi nelle aule di materie culturali (italiano, matematica, scienze, storia dell'arte), raggiungevano le aule di disegno che a loro volta erano suddivise in aule di ornato disegnato, figura disegnata, disegno geometrico; viceversa le classi che uscivano da un'aula di disegno si trasferivano in un aula di modellato e scultura per le materie figura modellata o ornato modellato; a queste si aggiungevano altre aule cosiddette speciali: laboratorio di incisione, camera oscura, serigrafia. Insomma il suono della campanella che in una normale scuola provoca un minimo di confusione qui generava un po' di caos supplementare, anzi diciamo un caos totale, quasi un Big Bang. Alunni carichi di ogni attrezzatura possibile e immaginabile si aggiravano nei corridoi, classi che trasportavano cumuli di cartelline, righe, righelli, squadre, squadrette, scheletri su rotelle (per la lezione di anatomia artistica), modelle in accappatoio che spostavano pedane, luci di posa, stufette, ragazzi accampati per terra in attesa che l'aula di modellato venisse sgombrata dalla creta lasciata sui trespoli. Insomma se avete presente le cosiddette Generazioni d'Israele dipinte da Michelangelo alla base della volta della Sistina, siete molto vicini a comprendere l'aspetto di via Micca e del liceo artistico. 

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In tutto questo ora si aggiungeva anche Paolo Faustino Belletti, il Maestro che tra una romanza e l'altra, coperto dal pastrano d'ordinanza, con aspetto fiero trasportava sotto il braccio la volpe impagliata...

L'edificio di via Micca però si adattava molto bene anche ad altri docenti, come un habitat naturale cucito addosso ad una specie animale. Per questo si adattava bene anche agli studenti prima di tutto per la sua caratteristica di possedere spazi nascosti ed irrazionali che facevano nascere le situazioni più incredibili. Vi erano aule per raggiungere le quali erano necessario transitare da altre aule occupate mentre erano in corso le lezioni, aule con lavandini per l'umidificazione degli "stracci per la creta" o per diluire il colore, laboratori con mole, pialle, chiodi , martelli, un locale con un forno per la cottura della ceramica, essicatoi per le incisioni. Insomma dove non potè il Feng Shui poterono gli uomini (e le donne, altrimenti le Consapevoli s'incazzano).

La nuova sede aveva ormai preso vita. Una delle altre novità era la palestra. Come ho già ricordato, il locale era la stalla del vecchio convento. La palestra serviva a tutto tranne che a farci ginnastica. Franz diceva che quello non era il luogo adatto all'educazione fisica, ma era molto più adatto alla “diseducazione psichica”. La palestra era diventato il luogo deputato per le assemblee e per i concerti. Le assemblee si sprecavano, naturalmente, ad ogni pié sospinto si indiceva un'assemblea. La vera novità però erano i concerti. Le occasioni non mancavano. Si cominciò con la festa di Natale che, nonostante l'ateismo imperante era sempre un must di tutte le scuole di ogni latitudine ed epoca. Festeggiare il Natale senza essere credenti è sempre un po' come festeggiare un compleanno senza il festeggiato, ma comunque Belle e maledette, Consapevoli del proprio ruolo, anarchici, indiani metropolitani, movimentisti non si formalizzavano certo su questo. Solo le Sorelle Materassi avrebbero voluto cantare Tu scendi dalle stelle vestite da angioletti, ma compresero la situazione. La scelta della scaletta e dei musicisti fu un massacro. In una delle aule di modellato si riunì una specie di comitato permanente per la scelta e la supervisione degli aspiranti musicisti. All'ingresso dell'aula la Edda e il Ferruccio, i bidelli (allora si chiamavano così nella lingua parlata), sfornavano panini in continuazione, visto che il comitato non abbandonava mai il luogo delle selezione. Ricordavano un po' gli hippies che a Woodstock fornivano il muesli al pubblico del concerto. Alla fine, il gruppo fu formato. Suonarono in tanti, ma su tutti, svettarono tre elementi: Giorgio Poldo, chitarrista e bassisita con un repertorio che andava da Jimi Hendrix a Jimi Hendrix (e guai a chi aveva qualcosa da eccepire). 

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Poi Fabrizio Bongo Rangoni: lui era un fanatico delle percussioni e aveva un ritratto di Tony Esposito a capo del letto, aveva sempre le dita e il palmo delle mani in movimento; percuoteva tutto: banchi, tavolette da disegno, bidoni di colore, faccia della professoressa Ferrarese (e anche il culetto del cagnolino Trinacria). Il terzo musicista ad essere una spanna sopra gli altri era il mio compagno di classe Manuele Biancofiore detto il Che. Beh qui si andava sul sicuro, due pezzi in repertorio: Satisfaction dei Rolling Stones e L'Avvelenata di Guccini. Manuele aveva la caratteristica di non conoscere la cognizione del tempo, non intendo dire del tempo musicale, ma del tempo cronologico e del tempo atmosferico. Lui suonava Staisfaction in continuazione e in qualsiasi condizioni di tempo, anche sotto la pioggia. Pensandoci bene non aveva nemmeno la concezione dello spazio (eppure si era dovuto sobbarcare anche lui Teoria del campo di Attilio Marcolli); suonava dappertutto, nelle aule, nei corridoi, nel chiostro-acquario, sulle scale, sotto le scale. Spesso veniva cacciato fuori dalle aule da docenti inferociti, ma serviva a poco; il professore doveva uscire nel corridoio ed invitarlo a spostarsi un po' più in là. Ma lui non demordeva, al massimo passava da Satisfaction a La locomotiva e, come il macchinista-ferroviere della leggendaria ballata gucciniana, ci piace ricordarlo ancora dietro la sua chitarra "lanciata bomba contro l'ingiustizia". Naturalmente il concerto di Natale non aveva gran ché di mistico. Non erano tempi di We are the World, né di altre americanate natalizie, erano tempi trucidi. Il concerto finì con l'Internazionale in versione Area e con i pugni alzati. Se volevate gli auguri avreste dovuto fare le segretarie d'azienda non il liceo artistico.

Nella nuova sede di via Micca aveva fatto la sua comparsa un nuovo docente di lettere. Aveva una figura poderosa e la sua fama lo precedeva. Il professor Monia ci disse che dovevamo essere felici per il solo fatto che lui ci aveva raccattati per strada e ci aveva avviati sui marciapiedi della cultura e che avremmo dovuto ringraziare di avere come docente il professor Sebastiano Masselli, e che quella era una fortuna che non ci sarebbe capitata una seconda volta. Masselli fu subito battezzato come "lo scrittore". Monia ci informò che aveva fatto parte del Gruppo 63, che io in principio credevo fosse un gruppo musicale ma, pensandoci, bene anche sanguigno. (ma in fondo indossavo i Levi's solo da qualche mese).

La prima lezione con Masselli fu un trauma. Lo Scrittore aveva una voce baritonale, era alto con una pettinatura da scrittore, portava un trench e una sciarpa rossa. In tasca teneva "L'Unità" e fumava le sigarette Gauloise che erano le Nazionali di chi non aveva studiato. Fece un appello molto formale e poi tacque. Ci fissò negli occhi uno ad uno e ci disse: «Immagino che voi crediate di diventare degli artisti». 

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Lo scrittore pronunciò il termine artisti con il massimo del disprezzo e  dello scetticismo possibili. Io sedevo al primo banco; lui mi guardò e mi domandò : «Anche Lei vorrebbe fare l'artista immagino...». Ma qui lo scrittore cominciò a tenermi nella dovuta considerazione per via della risposta assolutamente fuori dagli schemi, infatti io risposi: «No, io sono venuto qui perché non sapevo dove andare». Lo scrittore mi guardò per qualche secondo e poi mi disse: «Lei mi è simpatico». La classe stranamente non ebbe nessuna reazione, Le Sorelle Materassi sorrisero (ma sorridevano da circa tre mesi senza interruzione).

Il professor Masselli, partendo da un punto di vista ampiamente condiviso da tutto il corpo docente e cioè che eravamo tutti degli emeriti somari, degli illusi e dei "senza futuro", decise tuttavia che v'erano cose degne di rilievo che avremmo dovuto sapere per salvare le nostre povere vite dal disastro. Non aveva tutti i torti. Partì a spron battuto a parlarci di chi aveva avuto la fortuna di aver molto, molto tempo per leggere e scrivere: Antonio Gramsci che, a suo dire, aveva il grande vantaggio di essere in galera e quindi aveva molto tempo libero da occupare; insomma se non avesse avuto tutto quel tempo libero i Quaderni dal carcere non avrebbero mai visto la luce. Dalle mie parti si dice «se non son matti non li vogliamo», ma noi eravamo messi bene. In realtà Masselli era un uomo affascinante che aveva colpito al cuore sia le Belle e maledette sia le Consapevoli del proprio ruolo e questa non era cosa di poco conto.

Forse per la sua ironia, anche ai maschietti Masselli andava a genio. Le Sorelle Materassi sorridevano. Le lezioni tuttavia non erano rose e fiori, ma anche lenticchie e cotechino perché Masselli era un buongustaio e un raffinato bevitore. Non era raro che lezioni cominciassero in Via Micca e finissero nel pomeriggio a casa sua, dove sprofondato nella poltrona della biblioteca continuava a leggerci i "Quaderni dal carcere" o la Chanson de Roland. A questo proposito un giorno Masselli mi chiese se sapevo quando fosse stata scritta l'opera. Era la domanda che aspettavo e risposi prontamente: «Intorno al Mille». Lui mi guardò con il solito sguardo scettico e mi disse: «1076». Io risi dicendo che in fondo avevo sbagliato solo di settant'anni ma lui mi fece notare che se settant'anni non contassero nulla io sarei già morto o nemmeno nato. Nella scuola di oggi una simile risposta farebbe piombare lo studente in una crisi di identità senza fine, perderebbe la famosa autostima, principale dote per poter andare a scuola e, sicuramente i genitori, sentita la psicologa d'istituto, avrebbero sporto querela verso l'incauto insegnante. Invece a me solo Franz disse : « Hai capito, pirla?!»


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Grande estimatore dello Scrittore Masselli era il professor Belletti detto il Maestro. Anche lui diceva di aver fatto parte del Gruppo63 ma non nel 1963, bensì nel 1949, ma si sa che il Maestro aveva logiche tutte sue, e seguiva Masselli come un'ombra. Anche lui diceva di aver composto innumerevoli poemi e poemetti che mai pubblicò per ritrosia. L'atteggiamento del Maestro verso lo Scrittore era camaleontico: quando lo Scrittore interveniva alle assemblee o alle riunioni, anche il Maestro interveniva e spesso tracimava, per usare un termine idraulico, e in un delirio di onnipotenza credeva di essere diventato lui stesso uno scrittore, tanto che in una memorabile lezione che tenne ad una classe, nel registro, alla voce argomento delle lezioni scrisse un memorabile: Storia e storiografia del mattone. A volte il contatto con il genio può essere fatale. Una cosa è certa, verso la fine della primavera di quel 1973, io mi sentivo un altro. Stavo vivendo una trasformazione che mai avrei immaginato quando indossavo i pantaloni Facis. Quel mondo così strano e così diverso da tutto ciò che avevo vissuto prima mi aveva travolto. Persino l'Angelica e il Renato su mia insistenza avevano appeso in casa un bel quadro di Jaspers Jones anche se non sapevano chi fosse e in quell'estate l'Angelica volle andare a Roma per vedere la mostra di Man Ray a Roma. Anche se a Roma davanti a Man Ray che faceva bella mostra di sé ai Musei Capitolini, si resero conto di aver creato un mostro, dovevo rendermene conto anch’io.

Tra il professor Belletti detto il Maestro, e il professor Masselli detto lo Scrittore correva buon sangue nonostante le loro personalità fossero agli antipodi. Ma c'era qualcosa che addirittura li univa, come l'amore per la tavola. Il Maestro in occasione della festa patronale decise, come amava dire di organizzare un “seminario sulla funzione alimentare” rivolto alla docenza e alla discenza. Insomma ci invitava a cena. L'evento, quello sì che fu un evento, altro che aperitivi a basse di pizze, focacce e spritz, si doveva tenere presso la magione del Maestro Belletti (casa sarebbe stato troppo da plebei). Il Maestro era nato a Roma, ma era di origini siciliane, almeno questo doveva essere vero. Naturalmente in quello che lui chiamava il suo curriculum vitae, c'era anche il cuciniere di marina (oltre che paracadutista), il sommelier, lo chef, il conferenziere, persino il gelataio. Lo Scrittore che riponeva pochissima fiducia nella fondatezza di certi racconti del Maestro, aveva però una certa simpatia per questa sua inclinazione all'iperbole, all'esagerazione, tanto che lo Scrittore mai avrebbe dubitato di quanto andava affermando il Maestro. Così in una sera della tarda primavera ebbe luogo la cena. Il Maestro aveva una casa molto grande con una bellissima terrazza. 

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Se non si è mai visto il Vittoriale degli Italiani, inutile cercare di immaginare la casa del professor Paolo Faustino Belletti detto il Maestro. Tra calchi in gesso, armature, volumi centenari, cappe e spade, incensi e acquari c'era da restare se non incantati, almeno allucinati. Io che avevo passato la mia infanzia in una casa di ringhiera con il gabinetto "alla turca" ed ero ormai in preda alla famosa sindrome di Stendhal o a qualcosa di molto simile. Entrai con circospezione guardando ammirato tutto quello che mi circondava. Le Belle erano in trance, le Consapevoli erano sospettose, Manuele portava la chitarra, le Sorelle Materassi sorridevano, Franz diceva che sembrava di essere al museo delle cere. Comunque eravamo lì con quasi tutti i nostri insegnanti, Monia, Bardi, Borsieri, Milva Pino e con la 1^A nostri nemici storici guidata da Marco Birbanti detto Mocio e studenti di altre classi. Lalla De Ambus avrebbe voluto stilare un ordine del giorno ma dovette optare per un menù. In cucina si erano posizionati il Maestro, cuoco e gran cerimoniere che ricordava a tutti che lui era stato anche il nipote del primo "camerlano laico" di Papa Gregorio-non-so-cosa nonché Maestro di caccia alla volpe (Joint Master of Fox Hounds cioè colui che curava la disponibilità finanziaria della battuta di caccia e l'andamento dell'attività), naturalmente nessuno osò contraddirlo.

La cena era leggera. Bouchées con funghetti e crema, canapé di acciughe, petits pâtes con crema di fegatini, savories al formaggio, crosetti alla siciliana, riso in sufflè di grasso, lombatine alla salvia, pasticcio di vitello, quaglie in fagottino, carpa alla russa, cozze alla Villeroy, mele in casseruola, albicocche in polpa, fichi secchi al cioccolato, mousseline di fragole, spuma gelata di zabaione, bons bons di castagne al cioccolato e l'immancabile cassata siciliana. Vi risparmio la sfilata inenarrabile dei vini che a detta del Maestro provenivano direttamente dalle case reali di mezzo mondo. La cena spense il sorriso alle Sorelle Materassi, obnubilò la loquela di Bardi, annichilì le Consapevoli, ammutolì Monia e rese simpatico persino Marco Birbanti detto Mocio.

Nel dopocena, i superstiti, quelli non ancora ricoverati, si accomodarono nella biblioteca del Maestro e qui lui, perfettamente sobrio e lucido intrattenne mezzo liceo sulle sue vicende artistico- letterario-sentimentali. La regola d'oro della conversazione con il Maestro era non dubitare mai delle sue parole. Io non dubitavo perché l'Angelica e il Renato mi avevano insegnato che in casa d'altri bisognava essere educati, non mangiare con le mani e dire sempre di sì. Ma a dire il vero nessuno degli astanti si sognava di dubitare di quanto andava narrando il Maestro. 

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Ci raccontò di quando in compagnia di Kim Novak, un maestro di bel canto, un filologo di Torino e un domatore di leoni si era trovato a Nuova York ospite di una baronessa polacca. In quel frangente il Maestro, annoiandosi mortalmente decise di scrivere un libro. Nessuno osò ribattere alcunché, tranne Franz che chiese: «Di cosa trattava il libro?» Il Maestro, inaffondabile come sempre nonostante le libagioni rispose come se l'argomento non potesse essere che uno: «Sulla melancolia in Dürer». A quel punto davvero nessuno osò aggiungere altro, sarebbe stato pericoloso.

Gli accostamenti del Maestro erano sempre improbabili e fantasiosi. I nostri illuminati docenti li paragonavano ai Cadavre Exquis dei Surrealisti, in pratica, per noi comuni mortali, il gioco dei bigliettini che consiste nello scrivere il nome di un amico, poi quello di un'amica, quindi dove sono e cosa fanno e così via facendo girare il bigliettino tra varie persone delle quali ognuna scrive un pezzetto. Il risultato erano storie bizzarre ed improbabili. Monia, Bardi, Massetti e tutta l'intellighenzia naturalmente trasecolò per il fatto che noi non avessimo mai sentito parlare del celebre gioco Surrealista, e colsero l'occasione per ribadire quanto fossimo somari (ma questa ormai non era più una novità). L'unico elemento variabile del gioco era che mentre i Surrealisti lo facevano consciamente, un bel paradosso per un Surrealista, il vero “incosciente” era il Maestro che era solito parlare a ruota libera. Ricordai che in una delle prime lezione, Paolo Faustino Belletti, detto il Maestro ci suggerì che nella storia dell'arte c'era un filo rosso, anzi un fil rouge disse che univa tre grandi artisti che erano Policleto, Renbrandt e Matisse. Molti di noi prendevano appunti, altri si interrogavano, le Sorelle Materassi sorridevano ma Franz chiese: «Perché?»

Il Maestro senza scomporsi e perentorio rispose «Perché sì!» e questa risposta doveva rassicurare i più dubbiosi; ed era palese che non fosse importante ciò che si affermasse, bensì chi lo affermasse. Del resto per chi, come il Maestro aveva questa innata tendenza ad esagerare un pochino sulle vicende, anzi ad esagerare molto, per meglio dire a sparare delle balle colossali, doveva anche avere la capacità di convincersi che tutto questo suo mondo poetico ed immaginario fosse vero. La platea non osava mai dubitare di ciò che andava narrando ed io trovavo i suoi racconti quanto di più affascinante ci fosse in quel liceo. Su questo concordavano anche le Belle e maledette, mentre le Consapevoli del proprio ruolo non lo sopportavano, le Sorelle Materassi non prendevano nessuna posizione mentre Franz rideva con me.


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Tra le fandonie più colossali che mi capitò di sentire, c'era senza dubbio la vicenda del falso Van Gogh. Il Maestro perennemente squattrinato, aveva raccontato a tutti di essere in possesso di un piccolissimo acquarello di Vincent Van Gogh e che la firma apposta sulla tela riportasse il solo nome di Vincent, cosa per altro non rara nelle opere del celebre artista. Durante un asta di beneficienza organizzata dal Rotary Club per la raccolta di fondi a favore delle popolazioni travolte da una delle tante catastrofi che si abbattono sul nostro disgraziato paese, confuso tra la folla c'erano anche il Maestro e un amico. Al momento di battere l'opera, venduta ad un facoltoso avvocato della città che la acquistò con un cauto beneficio d'inventario, l'amico seduto accanto al Maestro si alzò e ringraziò l'acquirente presentandosi come Vincenzo di Grottammare, pittore fiammingo moderno detto Vincent. La platea fu presa da un ilare sgomento ma il Maestro, tronfio come un pavone e congratulandosi con tutti, dal banditore al cameriere, per la gioia prese a cantare la cavatina dal Barbiere di Siviglia che, benché intonandosi poco con il tono e lo scopo della serata, riscosse un notevole successo. Franz ribadì la sua opinione: «I veri coglioni siamo noi». Io non raccontai l'accaduto all'Angelica e al Renato per evitare di essere mandato in fabbrica il giorno dopo. Cominciavo a diventare saggio.


Pagina 42 4. Triennali e Biennali

 Secondo Bruno Munari, i titoli dei quadri rispecchiano l'epoca in cui vengono dipinti. Se nel Settecento si poteva intitolare un quadro Scena di caccia con gentiluomini e nell'Ottocento ci si imbatteva in Garibaldi parte da Quarto a capo dei Mille, negli anni Settanta un quadro si doveva intitolare per forza Parallasse 21 o qualche stramberia del genere. Altrimenti non era arte. E questa teoria la verificammo nella nostra prima uscita da scuola con il professor Giorgio Monia. Sgombriamo subito il campo da un equivoco: le gite di classe, quelli che oggi pomposamente si chiamano viaggi di istruzione, non consentivano di spaziare con la fantasia. Le mete erano Roma, Firenze, Venezia, qualche audace si era spinto a Parigi o Londra. Stop. Le colonne d'Ercole per noi erano alla Stazione Termini di Roma. Tuttavia la posizione felice della mia città ci consentiva anche uscite pomeridiane o, al massimo, dell'intera giornata verso Torino e Milano. Spesso e volentieri, Monia, Bardi o Pescofiorito ci spedivano a vedere questa o quella mostra e a partecipare a qualche happenings o a qualche vernissage. Anche papà Renato spesso mi faceva partecipare a qualche vernissage; di solito si tenevano all'arrivo della primavera in camera da letto o in anticamera, con scala e pennellesse, ma non era lo stesso tipo di esperienza...

In una piovosa giornata di maggio Monia accompagnò la classe alla Triennale di Milano. Franz chiese subito se ci saremmo tornati dopo tre anni, ma Monia che non aveva senso dell'umorismo, almeno non quel tipo di umorismo, lo fulminò con lo sguardo. Così partimmo per Milano con il primo treno della mattina. Il treno era pieno di pendolari che dormivano in piedi come i cavalli e Monia non perse l'occasione di farci notare come fossimo fortunati rispetto alla classe operaia. Lui, per il quale la classe operaia altro non era che letteratura, ci disse anche che Milano però non era solo una città di fabbriche, ma un centro culturale di prim’ordine, infatti dalla città sperduta tra le risaie lui avrebbe voluto trasferirsi perché ci ricordava con un tono vagamente minaccioso, che, come aveva scritto un certo Carmelo Bene (uno che recitava in cantina), «Milano e Roma sono le uniche due città italiane dove non si respira quell'aria appiccicaticcia della provincia». Il professor Monia credeva fermamente che le origini di tutte le disgrazie umane risiedessero nella provincia. 

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Franz gli aveva chiesto quale provincia, ma Monia diede fuori di matto e sbatté per terra anche l'Habana oltre che far cadere accidentalmente la Montblanc Masterpiece. Tornato in sé ci spiegò come una provincia valesse l'altra, tanto l'aria stantia, le menti ristrette, le abitudini da parrocchiani ipocriti, erano il tratto comune di tutte le province della penisola, ma ventilò anche l’ipotesi che “provinciale” potesse anche non essere un concetto puramente geografico ma soprattutto mentale. Una cosa però era certa che se fosse stato per lui, una scuola d'arte avrebbe avuto ragione di esistere solo a Milano, Firenze, Venezia, Roma, poi a Parigi, a Londra e a New York. Gli altri potevano tranquillamente fare i ragionieri, gli imbianchini o i tornitori tanto sarebbe stata la stessa cosa. Io annuivo convinto con le mani infilate nei Levi's che non mi toglievo più nemmeno per andare a dormire.

Comunque mentre il treno entrava sotto la volta imponente della stazione Centrale di Milano, io ero già in estasi guardando dal finestrino l'immacolata vetta del Grattacielo Pirelli del quale Monia tessé lodi sperticate, incominciando ad insultarci per via del fatto che non conoscessimo né Giò Ponti, né Pierluigi Nervi. Questo non faceva che confermare l'inutilità delle nostre vite fino a quel momento, inutilità della quale avevamo, almeno io avevo, già “preso coscienza” da qualche mese (vale solo la pena ricordare che in quegli anni non si capiva, “si prendeva coscienza”). Io però tentai un colpo gobbo e dissi che Nervi era quello di un istituto tecnico della città. Monia disse che solo i somari e i fascisti si ricordano di queste stupidaggini, e siccome io non ero un fascista (come avrei potuto esserlo con tanto di Levi's e «L'Espresso» in tasca), ero evidentemente un somaro, concetto del resto non nuovo.

Finalmente scendemmo nel sotterraneo della metro. O meglio della Metropolitana Milanese, come orgogliosamente si chiamava allora. Appena arrivati sulla banchina le Sorelle Materassi vedendo passare la metro dissero: «Oh professore, abbiamo perso il treno!» Questo non faceva che corroborare la teorie più estreme di Monia: la provincia ottundeva le menti e tuonò: «Deficienti, la metro passa in continuazione! Si vede che abitate proprio nello sfintere del mondo!» E cominciò la litania che diceva che avremmo dovuto spendere le nostre paghette per visitare mostre e comprare libri invece di rimpinzarci di panini alla mortadella fatti dalla Edda, la bidella e piantarla lì con le riviste da cesso della stazione ecc. Insomma stavamo peggiorando la nostra reputazione per colpa di quelle due cretine che furono al centro anche del rimbrotto di Franz che più prosaicamente disse: «Zitte troie!»


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Saliti sul vagone della metro rossa la situazione non migliorò, infatti Monia come uno schiacciasassi incominciò a domandarci se ricordassimo chi aveva progettato la metro di Milano (nota non di poco conto: il professor Monia, aspirante filologo oltre che semiotico, usava l'articolo determinativo femminile, singolare, poiché si trattava del diminutivo di ferrovia metropolitana mentre quella di Parigi era il metrò, diminutivo di train metropolitaine.

Sembrerà un'idiozia, ma per queste cose venivamo ferocemente redarguiti. Inutile dire che, non solo nessuno sapeva chi avesse progettato la Metropolitana Milanese, ma nemmeno sentivamo l'impellente urgenza di saperlo. Le Consapevoli del proprio ruolo del resto lo dissero chiaro: i problemi della società erano ben altri. Il professor Monia allora nel “mezzanino” di Loreto improvvisò una specie di comizio (possiamo paragonarlo al discorso del predellino del Cavalier Berlusconi Silvio quandò fondò un partito). Ecco allora che come un fiume in piena Monia, attirando anche lo sguardo di qualche passante, ci informò che anche se le sue spiegazioni erano come perle ai porci, la MM (Metropolitana Milanese) era, oltre che un’opera tecnologicamente pregevole, anche una vera e propria opere di comunicazione visiva nata dalla sinergia tra Franco Albini (architetto) e Bob Norda (graphic-designer), che valse ai due niente-popò-di-meno che il Compasso d'oro nel 1964, che i disegni e i bozzetti furono esposti proprio alla quinta edizione della Triennale e che si era già pentito di averci portato a Milano visto che noi stavamo meglio nella nostra provincia dove al massimo avremmo vinto la rana d'oro o la zanzara d'oro in qualche sagra paesana. Tiè!

A questo punto, invece di un dignitoso e contrito silenzio le Belle e maledette fecero peggiorare la situazione portando tutta la classe sull'orlo del precipizio quando chiesero a Monia se saremmo andati anche alla Rinascente. Per fortuna la classe fu salvata ancora una volta da Franz che ribadì sempre la stessa indicazione operativa: «Zitte troie!»

Comunque la situazione tornò tranquilla grazie al fatto che le Consapevoli, i maschietti, Franz ed io restammo in ammirazione del famoso lettering (le scritte insomma), di Bob Norda e qualcuno azzardò anche un «Bellissimo!» Monia aveva l'occhio iniettato di sangue e l'Habana pendente dalle labbra, ma nonostante questo pessimo inizio arrivammo al Palazzo della Triennale dove ci aspettava la mostra il cui titolo lasciava presagire nuovi drammi semantici: Segno, strutture, metamorfosi della appercezione materica. 1950-1960. Aspettavamo che Monia incominciasse l'interrogazione 44 

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preventiva, anzi l'interrogatorio di cui presumevamo già gli esiti funesti. Ma questa volta io, sì proprio io, forte dei miei Levi's e tutto il resto dissi: «Insomma, come percepirono la percezione delle loro opere gli artisti tra il 1950 e il 1960». E due! Dopo la stima del professor Masselli, lo Scrittore, ecco che mi ero guadagnato sul campo anche quella di Monia. Solo Bardi credeva ancora fossi proprio un bischero.

Nei giganteschi padiglioni della Triennale anche le Consapevoli sembravano intimidite. Ad ogni opera il professor Monia si dilungava in spiegazioni, teorie, concetti, persino visioni del mondo. Sfilavamo davanti ad una serie di opere che definire enigmatiche era poco. Io il giorno prima di partire lessi con attenzione il capitolo che Giulio Carlo Argan dedicava all'arte concettuale e portai con me quel bel "tomone" facendolo notare a Monia il quale mi rispose disgustato che andare a vedere una mostra con l'Argan sottobraccio era come andare all'Oktoberfest con la birretta. Insomma se per Bardi da Firenze ero ancora un "bischero" per il futuro milanese Monia ero ancora un "pirla". Ero messo bene.

A metà della visita ci imbattemmo in una famosa opera di Emilio Isgrò. Bisognerebbe capire famosa per chi? Monia, come Bardi, Pescofiorito e Borsieri, viveva in un suo personale pianeta. Era un iperuranio. Lo dissi anche a casa all'Angelica e al Renato i quali mi dissero che avevano fatto bene i genitori degli "altri" a mandare i loro figli all'Istituto Tecnico Industriale “Ettore Villa”, almeno avrebbero trovato un lavoro, avrebbero trovato una moglie e avrebbero fatto dei figli magari tutto dentro all'istituto tecnico industriale. Mi dissero anche che il mondo andava avanti proprio perché esistevano i "periti" e i "meccanici", altro che gli artisti. E mio papà Renato si spinse oltre nell'analisi sociologica dicendo «Dì al tuo professor Monia che la sua bella Parigi non starebbe in piedi se non ci fossero gli operai». Io però ormai coi Levi's, L'Espresso e il Trattato di semiotica generale in tasca avevo imparato a ragionare in modo diverso, anzi "alternativo" e risposi: «E se non ci fossero gli artisti a Parigi cosa ci si andrebbe a fare?!». Papà Renato mi mollò uno sganassone che significava che aveva ragione lui.

Noi intanto eravamo fermi pietrificati davanti all'opera di questo tale Emilio Isgrò del quale Giorgio Monia andava tessendo le lodi. L'opera era costituita dal settimo volume dell'Enciclopedia Treccani aperta su un tavolo alle pagine 157 e 158 con le immagini ritagliate e le parole cancellate con un tratto di pennarello nero. 

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«Un genio assoluto che ha saputo fare della teoria verbo-visiva un'opera d'arte. Qui siamo di fronte all'apparente cancellazione del sapere verbale a tutto vantaggio del ritrovamento semantico del sapere visivo. Il suo cancellare è un riportare a galla il "senso" seppellito dal "significato"; insomma la rivincita del significato sul significante», disse Monia che in queste teorie e in questi termini si sentiva come un topo nel formaggio mentre noi ci sentivamo come delle anguille in una padella di olio fritto. Aspettavo la reazione di qualche compagno di classe.

Franz bruciò tutti sul tempo e disse «Se qualcuno deve dire delle stronzate è meglio che ci pensi due volte». L'ammonizione funzionò alla perfezione, infatti a nome della classe Roby Paganelli detta la Rouge disse: «Professore, ci porterà ancora a vedere le mostre? Io detesto venire a Milano per andare alla Rinascente». Il professor Monia restò interdetto e accese l'Habana, si grattò la barba e disse che c'era ancora da vedere un capolavoro, Parallasse 21 ma ormai pace era fatta. Monia era dei nostri.

L'anno scolastico si avviava alla conclusione e inevitabilmente arrivava l'ora delle somme e dei bilanci. Per me c'era in ballo un soggiorno estivo all'estero, nel senso che mio papà Renato e mia mamma Angelica avevano detto che se non fossi stato promosso mi avrebbero mandato a lavorare in una miniera a Marcinelle (Belgio). Per fortuna tutto andò per il meglio e me la cavai con un esame di riparazione a settembre inflittomi dalla professoressa di matematica Milva Pino, con me c'erano anche Franz Mauer, Donato Zanetta, Manuele Biancofiore e una delle Consapevoli che attribuì la colpa dell'accaduto alla lotta di classe (una lotta “in classe” per copiare i compiti di matematica).

Dopo qualche giorno di vacanza mi resi conto che la mia vita, senza il liceo artistico non aveva più senso. Mi sembrava una inutile perdita di tempo. Non avevo voglia né di riposarmi, né di andare al mare ma solo di ritornare al liceo. Fu un'estate inutile. Continuavo a portare i Levi's ad indossare il trench anche a giugno con un afa bestiale, ma non mi sentivo realizzato. Insomma ormai ero entrato nel personaggio e quel luogo prima tanto ostile e strambo mi cominciava a piacere.

Per fortuna l'estate passò e arrivato settembre ritornai in via Micca. La professoressa Milva Pino ci aspettava con uno dei suoi completini color pesca. La professoressa Pino guardava noi ragazzi come la signorina Silvani guardava Fantozzi. Aveva un debole per noi maschi: più diretti, più schietti e, se vogliamo proprio dirlo, più simpatici. 

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Fummo promossi per compassione e la Consapevole (che si chiamava Giovanna Marini come la cantautrice più pallosa che sia mai esistita), fu bocciata (anzi, come si dice oggi non fu ammessa alla classe successiva; la lotta di classe le fu fatale). Franz con la solita compassione umana disse: «Cazzi suoi».

Ad ottobre ero pronto per il nuovo anno. Avevo rinnovato il guardaroba: tre paia di Levi's uno dei quali "stinti" come si diceva allora, l'Angelica mi aveva comperato l'Eskimo che aveva solo una pecca: era di colore beige e non verde come voleva la tradizione dell'estremismo, ma comunque era evidente che con l'eskimo addosso facevo proprio un'altra figura e come si sa, spesso, è l'abito a fare il monaco o almeno a farlo diventare. A completare la mia "formazione estetica" c'era l'abbonamento a «L'Espresso» e numerosi libri che mi ero comprati durante l'estate alla libreria Lazzaroni tutti a metà prezzo, quelli che vengono messi nei banchi sotto i portici dove frugano i pensionati, gli sfaccendati e gli studenti, categoria accomunata dalla mancanza di soldi e da tanto tempo libero.

Avevo acquistato Che cos'è la proprietà di Pierre-Joseph Proudhon .Il professor Bardi ce ne parlò approfonditamente a causa di un quadro che dipinse Gustav Courbet nel 1885. Il Proudohn era ritratto con un paio di occhialini che ricordavano quelli di Marco Birbanti detto Mocio, nostro nemico giurato. Restammo molto impressionati da quel quadro poiché nella pagina successiva del libro che Bardi andava sfogliando c'era un’altra opera dello stesso autore che si intitolava L'origine du monde. Cosa rappresentava? L'origine del mondo appunto, solo che era l'origine del "nostro" mondo, quello di ognuno di noi. Insomma detto così nulla di male. Il quadro, come è noto, rappresenta l'organo sessuale femminile in tutto il suo cupo splendore. Bardi ci spiegò che il realismo di Courbet «'Gli era un mondo novo, che si rivelava e che quella che si vedeva non 'gli era solo una topa, ma 'gli era anche uno schiaffo alla pittura pompier». Era fin troppo evidente che mettere troppo vicini tra loro i termini di "topa" e pompier non fosse prudente, ma per una volta Franz tacque. Comunque sia, i nomi di Proudhon e di Courbet mi rimasero nella mente, come tanti altri nomi di artisti, scrittori e correnti che avevo sentito nominare durante il mio primo anno al liceo artistico.


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Il nuovo anno iniziò alla grande un po' come il precedente: il tetto dell'aula di Figura Uno dove posava la modella vivente era rotto con la prevedibile conseguenza che la pioggia di quell'inizio d'autunno filtrasse abbondantemente nell'aula dove la "modella vivente" rischiava di trasformarsi in una "modella morente" per freddo e umidità. Ma, spiace dirlo, ogni piccola catastrofe edilizio- scolastica, portava la gioia nei cuori. I motivi per manifestare sarebbero aumentati a dismisura. Così, quell'ottobre fu caratterizzato da una ripresa in grande stile delle lotte studentesche. Le rivendicazioni andavano dalle strutture fatiscenti alla pace nel mondo, come è tradizione di ogni lotta di studenti di ogni tempo e latitudine.

Così cominciò una nuova stagione di scioperi, blocchi stradali, cortei che per noi erano fonte di gran divertimento. Tutto ciò ci inebriava anche se alla base delle nostre manifestazioni vi erano motivi reali e tangibili. L'anno si annunciò subito in salita anche per le materie scientifiche. La professoressa Milva Pino era sempre più demotivata a causa della ostentata disattenzione che la classe riservava alla sua materia, matematica. Mentre la professoressa di scienze, Emilia Ferrarese stava vivendo un periodo davvero cupo. La responsabilità delle sue sventure poteva essere imputata sicuramente al preside del liceo il professor Giannino Merlotti. Questi, benché sincero democratico aveva dovuto prendere un provvedimento odioso, ai limite del disumano. Aveva infatti proibito alla professoressa Ferrarese di portare con sé nelle ore di lezione la cagnetta Trinacria.

La Ferrarese cadde in una profonda depressione per la crudele separazione dalla bestiola, tanto che, molto spesso, durante le ore di lezione non faceva altro che fissare la Venere di Milo che campeggiava sul fondo dell'aula 18. Qualche segno di questo disagio lo aveva già evidenziato durante le interrogazioni quando al momento di dare il voto chiedeva quanto avessimo meritato nell'interrogazione precedente per sapersi regolare. Franz aggiungeva sempre mezzo punto, tanto che prima di Natale era ormai vicino alla media del 9,72 (pur essendo partito da 3,24). Franz fu il primo a intuire la tragedia umana di cui era vittima la Ferrarese e in proposito disse: «E’ una povera scimunita». Ma inaspettatamente quella vicenda toccò anche il cuore delle Belle e maledette e quello delle Consapevoli del proprio ruolo, mentre le Sorelle Materassi conservavano il loro olimpico distacco. Un giorno le femmine presero la situazione di petto e cercarono lo scontro con la presidenza. Fecero indire un'assemblea di Istituto e all'ultimo punto all'o.d.g ecco spuntare: situazione professoressa Ferrarese. Così nella palestra dopo aver sentito tuonare Lalla De Ambus contro Kossiga e Andreotti, contro la Fiat e il padronato, ecco che fece capolino anche la cagnetta Trinacria. Il professor Monia presente all'assemblea cominciò a sghignazzare sguaiatamente, dimenticando la sua appartenenza alla Gauche bobo (che un giorno vi spiegherò che cos è). 

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Anche Bardi bonfonchiò qualcosa che ricordava le parole del Conte Ugolino nella Commedia. Disagio fu dimostrato da tutti i colleghi presenti all'assemblea. Ma le Belle e le Consapevoli insistevano per la raccolta di firme per solidarizzare con la Ferrarese e per il ritorno di Trinacria tra i cavalletti di disegno. In fondo anche la Fanfara a cavallo dei Carabinieri e i Corazzieri avevano la loro mascotte canina, non si comprende perché non la dovesse avere la professoressa di scienze e chimica.

Tornati in classe il professore di disegno geometrico e architettura, Libero Borsieri, dopo aver caricato la pipa con il suo insopportabile tabacco Golf, si sedette, ci guardò e vomitò tutto il, possibile disprezzo sull'accaduto. Era mai possibile che in tempi di accesa lotta di classe, di lotte operaie e studentesche di quella portata, invece di occuparci delle sorti della classe operaia e della mancata riforma delle secondaria superiore, un branco di idioti come noi si occupasse di una demente e del suo cane? Non erano tempi in cui difendere i cani era una battaglia di avanguardia. Allora i cani erano cani, e anche a noi studenti il professor Borsieri diede dei cani, anzi dei cagnacci soprattutto nel disegno geometrico. L'idea di politically correct, cambia inevitabilmente col cambiare dei tempi.

A causa di questo spiacevolissimo episodio, che aveva fatto scendere la classe sotto il livello della decenza, il professor Borsieri, decise che era arrivato il momento di abbandonare le debolezze. D'ora in avanti, insieme al disegno geometrico e a quello architettonico, decise di introdurre anche cenni sul rilievo architettonico e soprattutto di supportare le spiegazioni tecniche con una massiccia dose di storia dell'architettura e dell'urbanistica. E così partì la solita raffica di libri a cui non avremmo potuto più rinunciare. Si cominciò con l'acquisto del cosiddetto DAU (Dizionario di Architettura e Urbanistica), passando per Il design in Italia di Paolo Fossati per finire con il gigantesco Lewis Mumford, Storia della città. A condimento di tutti gli altri testi supplementari c’era sempre la madre di tutte le sciagure, il testo-incubo degli studenti del liceo artistico di quegli anni, loro i due terrificanti volumi di Storia sociale dell’arte di Arnold Hauser. Se si discuteva di qualsiasi tematica d’arte, in quegli anni era necessario o quantomeno opportuno fare un cenno all’Hauser. Come è facile intuire la parola chiave di quel testo-monstre non era la parola “arte” ma il termine “sociale”. Esistevano storie “sociali” di tutto e i nostri insegnanti sguazzavano beatamente in quelle teorie. Borsieri era anche lui molto “social” nel senso che l’architettura era per lui un’arma della lotta politica.