Franz gli aveva chiesto quale provincia, ma Monia diede fuori di matto e sbatté per terra anche l'Habana oltre che far cadere accidentalmente la Montblanc Masterpiece. Tornato in sé ci spiegò come una provincia valesse l'altra, tanto l'aria stantia, le menti ristrette, le abitudini da parrocchiani ipocriti, erano il tratto comune di tutte le province della penisola, ma ventilò anche l’ipotesi che “provinciale” potesse anche non essere un concetto puramente geografico ma soprattutto mentale. Una cosa però era certa che se fosse stato per lui, una scuola d'arte avrebbe avuto ragione di esistere solo a Milano, Firenze, Venezia, Roma, poi a Parigi, a Londra e a New York. Gli altri potevano tranquillamente fare i ragionieri, gli imbianchini o i tornitori tanto sarebbe stata la stessa cosa. Io annuivo convinto con le mani infilate nei Levi's che non mi toglievo più nemmeno per andare a dormire.
Comunque mentre il treno entrava sotto la volta imponente della stazione Centrale di Milano, io ero già in estasi guardando dal finestrino l'immacolata vetta del Grattacielo Pirelli del quale Monia tessé lodi sperticate, incominciando ad insultarci per via del fatto che non conoscessimo né Giò Ponti, né Pierluigi Nervi. Questo non faceva che confermare l'inutilità delle nostre vite fino a quel momento, inutilità della quale avevamo, almeno io avevo, già “preso coscienza” da qualche mese (vale solo la pena ricordare che in quegli anni non si capiva, “si prendeva coscienza”). Io però tentai un colpo gobbo e dissi che Nervi era quello di un istituto tecnico della città. Monia disse che solo i somari e i fascisti si ricordano di queste stupidaggini, e siccome io non ero un fascista (come avrei potuto esserlo con tanto di Levi's e «L'Espresso» in tasca), ero evidentemente un somaro, concetto del resto non nuovo.
Finalmente scendemmo nel sotterraneo della metro. O meglio della Metropolitana Milanese, come orgogliosamente si chiamava allora. Appena arrivati sulla banchina le Sorelle Materassi vedendo passare la metro dissero: «Oh professore, abbiamo perso il treno!» Questo non faceva che corroborare la teorie più estreme di Monia: la provincia ottundeva le menti e tuonò: «Deficienti, la metro passa in continuazione! Si vede che abitate proprio nello sfintere del mondo!» E cominciò la litania che diceva che avremmo dovuto spendere le nostre paghette per visitare mostre e comprare libri invece di rimpinzarci di panini alla mortadella fatti dalla Edda, la bidella e piantarla lì con le riviste da cesso della stazione ecc. Insomma stavamo peggiorando la nostra reputazione per colpa di quelle due cretine che furono al centro anche del rimbrotto di Franz che più prosaicamente disse: «Zitte troie!»
Nessun commento:
Posta un commento