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Poi Fabrizio Bongo Rangoni: lui era un fanatico delle percussioni e aveva un ritratto di Tony Esposito a capo del letto, aveva sempre le dita e il palmo delle mani in movimento; percuoteva tutto: banchi, tavolette da disegno, bidoni di colore, faccia della professoressa Ferrarese (e anche il culetto del cagnolino Trinacria). Il terzo musicista ad essere una spanna sopra gli altri era il mio compagno di classe Manuele Biancofiore detto il Che. Beh qui si andava sul sicuro, due pezzi in repertorio: Satisfaction dei Rolling Stones e L'Avvelenata di Guccini. Manuele aveva la caratteristica di non conoscere la cognizione del tempo, non intendo dire del tempo musicale, ma del tempo cronologico e del tempo atmosferico. Lui suonava Staisfaction in continuazione e in qualsiasi condizioni di tempo, anche sotto la pioggia. Pensandoci bene non aveva nemmeno la concezione dello spazio (eppure si era dovuto sobbarcare anche lui Teoria del campo di Attilio Marcolli); suonava dappertutto, nelle aule, nei corridoi, nel chiostro-acquario, sulle scale, sotto le scale. Spesso veniva cacciato fuori dalle aule da docenti inferociti, ma serviva a poco; il professore doveva uscire nel corridoio ed invitarlo a spostarsi un po' più in là. Ma lui non demordeva, al massimo passava da Satisfaction a La locomotiva e, come il macchinista-ferroviere della leggendaria ballata gucciniana, ci piace ricordarlo ancora dietro la sua chitarra "lanciata bomba contro l'ingiustizia". Naturalmente il concerto di Natale non aveva gran ché di mistico. Non erano tempi di We are the World, né di altre americanate natalizie, erano tempi trucidi. Il concerto finì con l'Internazionale in versione Area e con i pugni alzati. Se volevate gli auguri avreste dovuto fare le segretarie d'azienda non il liceo artistico.

Nella nuova sede di via Micca aveva fatto la sua comparsa un nuovo docente di lettere. Aveva una figura poderosa e la sua fama lo precedeva. Il professor Monia ci disse che dovevamo essere felici per il solo fatto che lui ci aveva raccattati per strada e ci aveva avviati sui marciapiedi della cultura e che avremmo dovuto ringraziare di avere come docente il professor Sebastiano Masselli, e che quella era una fortuna che non ci sarebbe capitata una seconda volta. Masselli fu subito battezzato come "lo scrittore". Monia ci informò che aveva fatto parte del Gruppo 63, che io in principio credevo fosse un gruppo musicale ma, pensandoci, bene anche sanguigno. (ma in fondo indossavo i Levi's solo da qualche mese).

La prima lezione con Masselli fu un trauma. Lo Scrittore aveva una voce baritonale, era alto con una pettinatura da scrittore, portava un trench e una sciarpa rossa. In tasca teneva "L'Unità" e fumava le sigarette Gauloise che erano le Nazionali di chi non aveva studiato. Fece un appello molto formale e poi tacque. Ci fissò negli occhi uno ad uno e ci disse: «Immagino che voi crediate di diventare degli artisti». 

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