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Il calco di gesso della Dama del mazzolino lo portò personalmente il professor Bardi, i tecnigrafi dell'aula di disegno geometrico furono smontati a caricati sulla Fiat multipla del professor Borsieri, l'ingranditore fotografico lo prese in custodia il professor Monia, la professoressa Durante la custodia della sua penna Aurora, tutti portavano qualcosa tra la curiosità o la disapprovazione dei passanti: pedane e stufette elettriche per la modella, taglierine, armature per il modellato, tavolette, lampade, panneggi insomma una specie di caravanserraglio che sembrava non avere fondo. Il ciclostile lo portò con sé gelosamente Roby Paganelli detta la Rouge.

In via Micca, nella nuova sede non era pronto niente. Ci sarebbe stati da stupirsi del contrario. Nessuno in città voleva quella scuola squinternata e superflua. Questa era una terra di meccanici e tornitori, agricoltori o, al massimo, di ragionieri (detti ragiunat). A cosa sarebbero serviti poi questi artisti? Anche l'Angelica e il Renato nutrivano più di un dubbio sul fatto che io avrei potuto diventare un artista. Anzi, per essere precisi, nutrivano più di un dubbio che io sarei potuto diventare qualsiasi cosa. Comunque per favorire la mia formazione mi avevano comperato il Levi's, mi lasciavano acquistare «l'Espresso» e mi permisero di frequentare quella scuola inutile. Comunque, tra tante difficoltà la nuova sede prendeva forma. Il problema era, semmai, che forma prendesse. La forma interna della scuola faceva sorgere più di qualche preoccupazione. Gli oggetti mano a mano che arrivavano venivano sistemati a casaccio (alla faccia della progettazione partecipata), ma anche su questo si aprì l'immancabile dibattito che si tenne nella "palestra" del liceo. Per essere sinceri, quella che chiamavamo palestra era stata la stalla dell’ex convento della Maddalena dove le suore andavano a mungere il latte e, a parte il nome, non sembrava aver cambiato destinazione d'uso. Anche sul trasloco le varie anime della scuola fecero sentire la propria voce. Molti protestavano perché nel trasloco, si erano accumulati una quantità e una varietà di oggetti e suppellettili che ostacolavano lo svolgimento della lezione. La portavoce di questa posizione era la professoressa di matematica Milva Pino che raccoglieva il consenso dei pochi insegnati e dei pochissimi studenti “moderati”. Ma a fare chiarezza (in quegli anni c'era sempre qualcuno che voleva fare chiarezza tanto che sembrava di essere nell’Illuminismo), ci pensò il professor Monia che biascicando con il suo Habana tra le labbra spiegò ai codini e ai qualunquisti con la testa da ragioniere che quel caos era il caos della creazione stessa. Giá che c'era colse l'occasione per ricordare a noi poveri somari che in fondo quello non era altro che un Merzbau. Cos'era il Merzbau? Nessuno ebbe il coraggio di fare la domanda, ma era palese che nessuno lo sapesse. 

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