Secondo Bruno Munari, i titoli dei quadri rispecchiano l'epoca in cui vengono dipinti. Se nel Settecento si poteva intitolare un quadro Scena di caccia con gentiluomini e nell'Ottocento ci si imbatteva in Garibaldi parte da Quarto a capo dei Mille, negli anni Settanta un quadro si doveva intitolare per forza Parallasse 21 o qualche stramberia del genere. Altrimenti non era arte. E questa teoria la verificammo nella nostra prima uscita da scuola con il professor Giorgio Monia. Sgombriamo subito il campo da un equivoco: le gite di classe, quelli che oggi pomposamente si chiamano viaggi di istruzione, non consentivano di spaziare con la fantasia. Le mete erano Roma, Firenze, Venezia, qualche audace si era spinto a Parigi o Londra. Stop. Le colonne d'Ercole per noi erano alla Stazione Termini di Roma. Tuttavia la posizione felice della mia città ci consentiva anche uscite pomeridiane o, al massimo, dell'intera giornata verso Torino e Milano. Spesso e volentieri, Monia, Bardi o Pescofiorito ci spedivano a vedere questa o quella mostra e a partecipare a qualche happenings o a qualche vernissage. Anche papà Renato spesso mi faceva partecipare a qualche vernissage; di solito si tenevano all'arrivo della primavera in camera da letto o in anticamera, con scala e pennellesse, ma non era lo stesso tipo di esperienza...
In una piovosa giornata di maggio Monia accompagnò la classe alla Triennale di Milano. Franz chiese subito se ci saremmo tornati dopo tre anni, ma Monia che non aveva senso dell'umorismo, almeno non quel tipo di umorismo, lo fulminò con lo sguardo. Così partimmo per Milano con il primo treno della mattina. Il treno era pieno di pendolari che dormivano in piedi come i cavalli e Monia non perse l'occasione di farci notare come fossimo fortunati rispetto alla classe operaia. Lui, per il quale la classe operaia altro non era che letteratura, ci disse anche che Milano però non era solo una città di fabbriche, ma un centro culturale di prim’ordine, infatti dalla città sperduta tra le risaie lui avrebbe voluto trasferirsi perché ci ricordava con un tono vagamente minaccioso, che, come aveva scritto un certo Carmelo Bene (uno che recitava in cantina), «Milano e Roma sono le uniche due città italiane dove non si respira quell'aria appiccicaticcia della provincia». Il professor Monia credeva fermamente che le origini di tutte le disgrazie umane risiedessero nella provincia.
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