preventiva, anzi l'interrogatorio di cui presumevamo già gli esiti funesti. Ma questa volta io, sì proprio io, forte dei miei Levi's e tutto il resto dissi: «Insomma, come percepirono la percezione delle loro opere gli artisti tra il 1950 e il 1960». E due! Dopo la stima del professor Masselli, lo Scrittore, ecco che mi ero guadagnato sul campo anche quella di Monia. Solo Bardi credeva ancora fossi proprio un bischero.
Nei giganteschi padiglioni della Triennale anche le Consapevoli sembravano intimidite. Ad ogni opera il professor Monia si dilungava in spiegazioni, teorie, concetti, persino visioni del mondo. Sfilavamo davanti ad una serie di opere che definire enigmatiche era poco. Io il giorno prima di partire lessi con attenzione il capitolo che Giulio Carlo Argan dedicava all'arte concettuale e portai con me quel bel "tomone" facendolo notare a Monia il quale mi rispose disgustato che andare a vedere una mostra con l'Argan sottobraccio era come andare all'Oktoberfest con la birretta. Insomma se per Bardi da Firenze ero ancora un "bischero" per il futuro milanese Monia ero ancora un "pirla". Ero messo bene.
A metà della visita ci imbattemmo in una famosa opera di Emilio Isgrò. Bisognerebbe capire famosa per chi? Monia, come Bardi, Pescofiorito e Borsieri, viveva in un suo personale pianeta. Era un iperuranio. Lo dissi anche a casa all'Angelica e al Renato i quali mi dissero che avevano fatto bene i genitori degli "altri" a mandare i loro figli all'Istituto Tecnico Industriale “Ettore Villa”, almeno avrebbero trovato un lavoro, avrebbero trovato una moglie e avrebbero fatto dei figli magari tutto dentro all'istituto tecnico industriale. Mi dissero anche che il mondo andava avanti proprio perché esistevano i "periti" e i "meccanici", altro che gli artisti. E mio papà Renato si spinse oltre nell'analisi sociologica dicendo «Dì al tuo professor Monia che la sua bella Parigi non starebbe in piedi se non ci fossero gli operai». Io però ormai coi Levi's, L'Espresso e il Trattato di semiotica generale in tasca avevo imparato a ragionare in modo diverso, anzi "alternativo" e risposi: «E se non ci fossero gli artisti a Parigi cosa ci si andrebbe a fare?!». Papà Renato mi mollò uno sganassone che significava che aveva ragione lui.
Noi intanto eravamo fermi pietrificati davanti all'opera di questo tale Emilio Isgrò del quale Giorgio Monia andava tessendo le lodi. L'opera era costituita dal settimo volume dell'Enciclopedia Treccani aperta su un tavolo alle pagine 157 e 158 con le immagini ritagliate e le parole cancellate con un tratto di pennarello nero.
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