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Se non si è mai visto il Vittoriale degli Italiani, inutile cercare di immaginare la casa del professor Paolo Faustino Belletti detto il Maestro. Tra calchi in gesso, armature, volumi centenari, cappe e spade, incensi e acquari c'era da restare se non incantati, almeno allucinati. Io che avevo passato la mia infanzia in una casa di ringhiera con il gabinetto "alla turca" ed ero ormai in preda alla famosa sindrome di Stendhal o a qualcosa di molto simile. Entrai con circospezione guardando ammirato tutto quello che mi circondava. Le Belle erano in trance, le Consapevoli erano sospettose, Manuele portava la chitarra, le Sorelle Materassi sorridevano, Franz diceva che sembrava di essere al museo delle cere. Comunque eravamo lì con quasi tutti i nostri insegnanti, Monia, Bardi, Borsieri, Milva Pino e con la 1^A nostri nemici storici guidata da Marco Birbanti detto Mocio e studenti di altre classi. Lalla De Ambus avrebbe voluto stilare un ordine del giorno ma dovette optare per un menù. In cucina si erano posizionati il Maestro, cuoco e gran cerimoniere che ricordava a tutti che lui era stato anche il nipote del primo "camerlano laico" di Papa Gregorio-non-so-cosa nonché Maestro di caccia alla volpe (Joint Master of Fox Hounds cioè colui che curava la disponibilità finanziaria della battuta di caccia e l'andamento dell'attività), naturalmente nessuno osò contraddirlo.

La cena era leggera. Bouchées con funghetti e crema, canapé di acciughe, petits pâtes con crema di fegatini, savories al formaggio, crosetti alla siciliana, riso in sufflè di grasso, lombatine alla salvia, pasticcio di vitello, quaglie in fagottino, carpa alla russa, cozze alla Villeroy, mele in casseruola, albicocche in polpa, fichi secchi al cioccolato, mousseline di fragole, spuma gelata di zabaione, bons bons di castagne al cioccolato e l'immancabile cassata siciliana. Vi risparmio la sfilata inenarrabile dei vini che a detta del Maestro provenivano direttamente dalle case reali di mezzo mondo. La cena spense il sorriso alle Sorelle Materassi, obnubilò la loquela di Bardi, annichilì le Consapevoli, ammutolì Monia e rese simpatico persino Marco Birbanti detto Mocio.

Nel dopocena, i superstiti, quelli non ancora ricoverati, si accomodarono nella biblioteca del Maestro e qui lui, perfettamente sobrio e lucido intrattenne mezzo liceo sulle sue vicende artistico- letterario-sentimentali. La regola d'oro della conversazione con il Maestro era non dubitare mai delle sue parole. Io non dubitavo perché l'Angelica e il Renato mi avevano insegnato che in casa d'altri bisognava essere educati, non mangiare con le mani e dire sempre di sì. Ma a dire il vero nessuno degli astanti si sognava di dubitare di quanto andava narrando il Maestro. 

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