Lo scrittore pronunciò il termine artisti con il massimo del disprezzo e dello scetticismo possibili. Io sedevo al primo banco; lui mi guardò e mi domandò : «Anche Lei vorrebbe fare l'artista immagino...». Ma qui lo scrittore cominciò a tenermi nella dovuta considerazione per via della risposta assolutamente fuori dagli schemi, infatti io risposi: «No, io sono venuto qui perché non sapevo dove andare». Lo scrittore mi guardò per qualche secondo e poi mi disse: «Lei mi è simpatico». La classe stranamente non ebbe nessuna reazione, Le Sorelle Materassi sorrisero (ma sorridevano da circa tre mesi senza interruzione).
Il professor Masselli, partendo da un punto di vista ampiamente condiviso da tutto il corpo docente e cioè che eravamo tutti degli emeriti somari, degli illusi e dei "senza futuro", decise tuttavia che v'erano cose degne di rilievo che avremmo dovuto sapere per salvare le nostre povere vite dal disastro. Non aveva tutti i torti. Partì a spron battuto a parlarci di chi aveva avuto la fortuna di aver molto, molto tempo per leggere e scrivere: Antonio Gramsci che, a suo dire, aveva il grande vantaggio di essere in galera e quindi aveva molto tempo libero da occupare; insomma se non avesse avuto tutto quel tempo libero i Quaderni dal carcere non avrebbero mai visto la luce. Dalle mie parti si dice «se non son matti non li vogliamo», ma noi eravamo messi bene. In realtà Masselli era un uomo affascinante che aveva colpito al cuore sia le Belle e maledette sia le Consapevoli del proprio ruolo e questa non era cosa di poco conto.
Forse per la sua ironia, anche ai maschietti Masselli andava a genio. Le Sorelle Materassi sorridevano. Le lezioni tuttavia non erano rose e fiori, ma anche lenticchie e cotechino perché Masselli era un buongustaio e un raffinato bevitore. Non era raro che lezioni cominciassero in Via Micca e finissero nel pomeriggio a casa sua, dove sprofondato nella poltrona della biblioteca continuava a leggerci i "Quaderni dal carcere" o la Chanson de Roland. A questo proposito un giorno Masselli mi chiese se sapevo quando fosse stata scritta l'opera. Era la domanda che aspettavo e risposi prontamente: «Intorno al Mille». Lui mi guardò con il solito sguardo scettico e mi disse: «1076». Io risi dicendo che in fondo avevo sbagliato solo di settant'anni ma lui mi fece notare che se settant'anni non contassero nulla io sarei già morto o nemmeno nato. Nella scuola di oggi una simile risposta farebbe piombare lo studente in una crisi di identità senza fine, perderebbe la famosa autostima, principale dote per poter andare a scuola e, sicuramente i genitori, sentita la psicologa d'istituto, avrebbero sporto querela verso l'incauto insegnante. Invece a me solo Franz disse : « Hai capito, pirla?!»
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