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Prima dell'oggetto del desiderio ci tocco una visita dettagliata ai luoghi che fino a quel giorno avevamo letto solo nei libri o li avevamo sentiti nei racconti appassionati di Monia, Borsieri, Bardi o dello Scrittore Sebastiano Masselli. Erano i luoghi della "mitologia moderna", «Dove vive l'uomo là nasce il suo mito» diceva spesso Borsieri citando Carlo Marx. I miti si chiamavano Comune di Parigi, Impressionismo, Montmartre, St. Germain, Esistenzialismo,Quarantotto, Sessantotto...Era evidente che la gita scolastica richiedesse un certo impegno. Non so quanto fosse pronta la classe, di certo io lo ero e non vedevo l'ora di essere maltrattato dai miei insegnanti. Monia diceva che gli ricordavo Leopold Von Sacher Masoch.

Dopo la prima notte trascorsa nell'hotel di Rue des Ecoles, con prevedibili ed inevitabili festini ai quali parteciparono perfino le Sorelle Materassi sorprese nella camera del Luserta, dalla Perfida Tasso che sembrava un metronotte, la passeggiata del giorno dopo a Saint Germain-des-Pres fu più impegnativa di una tesi di laurea. Tra Esistenzialismo, Juliette Greco, Sartre e Simon De Beavoir, e “nausee varie” fummo strapazzati ben bene. Franz disse, «A proposito di nausee, non è che le Sorelle Materassi sono rimaste incinte?». Monia finse di non sentire; ormai si rivolgeva praticamente solo a Roby Paganelli detta la Rouge e a me.

E così piano piano arrivò il giorno del Centre Pompidou. Per noi, e per me in particolare il Beauboug era la scoperta di un nuovo mondo. Cominciò a parlarcene Borsieri, ci disse del concorso internazionale al quale parteciparono più di cento grandi architetti di tutto il mondo, ci parlò ampiamente di Renzo Piano e di Richard Rogers. Poi fecero la loro parte anche Monia e Sebastiano Masselli, lo Scrittore. Insomma, per me Beaubourg era come il Nuovo Mondo per Cristoforo Colombo, era l'oggetto del desiderio e che fosse un "oggetto" più che un architettura ce lo disse anche Libero Borsieri a chiare lettere: «Si tratta di un utensile per la cultura, un oggetto duttile, non un monolite come sono i nostri scalcinati musei». Io fui subito incuriosito dalle parole di Borsieri e da una fotografia del cantiere che ci mostrò Monia e che era stata pubblicata su «L'Espressso» nella rubrica di architettura tenuta da Bruno Zevi. La fotografia mostrava quello che sarebbe diventato il Plateau Beauborug, la piazza antistante il Centre, completamente coperta di materiali da costruzione, gru, ruspe, insomma un cantiere, ma il bello era che non si trattava affatto di un cantiere come tutti gli altri, più che un cantiere assomigliava ad un luna park: giganteschi tubi colorati, putrelle bianche, vetrate, niente cemento, insomma un cantiere davvero anomalo.

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 Borsieri un giorno ci disse : «Il Centre avrà l'aspetto di una fabbrica, ma di una fabbrica di cultura, di idee, di creatività». Quelle parole mi colpirono nel profondo. Solo Franz ed io, nella classe, provenivamo da un quartiere di fabbriche. Le fabbriche quelle vere, grigie, sporche, rumorose. Eppure a noi le fabbriche piacevano, oltre ad esserci nati in mezzo, erano i luoghi dove i nostri genitori passavano quasi tutto il loro tempo. A me piacque l'idea di una "fabbrica della cultura", della "raffineria dell'arte". Le Consapevoli avevano le madri che facevano le insegnanti o le pediatre, le Belle avevano i padri direttori di banche assicuratori, le Sorelle Materassi avevano altre sorelle Materassi, ma Franz ed io avevamo la mamma fabbrichina come si diceva nel nostro quartiere e quelle parole ci colpirono molto.

Il Centre Pompidou era stato inaugurato un paio di mesi prima della nostra visita, il 31 gennaio 1977 dopo grandi polemiche cresciute intorno al fatto che un edificio così dirompente dal punto di vista estetico fosse stato costruito nel vecchio quartiere di Beaubourg, ai confini col Marais. Borsieri citava nomi di luoghi che in quegli anni mi divennero famigliari ma dei quali prima, nella mia precedente vita, quella dei pantaloni Facis, ignoravo completamente l'esistenza. Era come se avessi imparato una nuova lingua e come se la sconsolata domanda del professor Giorgio Monia, "Quando sei andato a Parigi l'ultima volta?" che mi rivolse all'inizio di quel ciclo di studi, avesse avuto l'effetto di un lavaggio del cervello. Così ormai pensavo a Renzo Piano e Richard Rogers come a due miei amici, persone con le quali condividevo, se non una visione del mondo, almeno un "disegno" del mondo. Ad Umberto Eco, Arnold Hauser. Rudolph Arnheim, Attillio Marcolli, Leonardo Benevolo, Lewis Mumford, Giulio Carlo Argan, Bruno Munari, Mario De Micheli e ad una pletora di altri nomi di artisti, di studiosi, di critici, adesso si aggiungevano questi due enfants prodiges dell'architettura contemporanea. Ma come diavolo parlavo? Enfants prodiges? Ma ero lo stesso bambino che guardava di nascosto la Genestruna mentre faceva dei lavoretti agli uomini che passavano in bicicletta per andare in fabbrica? Ero lo stesso bambino che tirava i sassi ai topi nella "roggia" dietro a casa? Lo stesso che si arrampicava sulle ciminiere abbandonate? Chiesi a Franz che mi disse «Ma va a cagare...» e così smisi di fare il filosofo e tornai coi piedi per terra.

La fermata del metro era Rambuteau, la mattina fresca e ventosa, il sole scintillante e noi eravamo eccitati (come "chi va a puttane", aggiunse Franz). 

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Uscimmo dal metrò e restammo a bocca aperta. Tutti. E stranamente oltre che a restare a bocca aperta restammo anche in silenzio. E non succedeva quasi mai. Era lì sopra di noi. Colossale e leggero. Un giocattolone colorato piantato nel cuore di Parigi. Noi restammo bloccati con lo sguardo verso l'alto, incantati da quei tubi blu, verdi, rossi che si stagliavano contro il cielo "bouleversé dalla primavera parigina.

Borsieri, Monia e la Tasso sgambettavano veloci verso l'ingresso e Borsieri ci urlò: "Forza pelandroni, venite a vederlo davanti, questo è il retro!" Anche la perfida Tasso disse la sua: «Cominciamo a ciucciare il pomo dell'ombrello?! Avanti Raus! Camminare!». Arrivammo davanti al Centre National d'Art et Culture George Pompidou. Altro che pizzicotti, qui ci voleva una secchiata d'acqua gelata sulla testa. Le scale mobili appese nel vuoto col fondo rosso, appese su quelle lastre di vetro, sostenute da quelle putrelle bianche con l'asola. Se Timothy Leary lo avesse visto avrebbe fatto a meno anche dell'LSD.

Se per me quella fu una visione per gli altri non fu molto meno. Le Consapevoli e le Belle erano per una volta accomunate dal silenzio e dalla meraviglia. Le Sorelle Materassi spensero il sorriso e spalancarono la bocca. Luigi Mondini detto Luserta disse «Bestiale!». Franz chiese se avessimo fatto anche il biglietto di ritorno. Insomma il Beaubourg ci annientò tanto era bello, sconvolgente, nuovo, colorato.

Borsieri ci radunò davanti ad uno degli "sfiatatoi" bianchi alti come una villetta di due piani e incominciò la spiegazione. Ma il clima era diverso, tutti erano attenti, felici come dei bambini e allegri. Beaubourg insegnava principalmente questo: che l'arte era divertimento. La spiegazione di Borsieri non fu lunga o almeno non ci sembrò tale. Corremmo verso l'imbocco delle scale mobili, fu come salire su un otto volante, salivamo appesi nel vuoto in quel luogo che se è suggestivo oggi, era assolutamente inimmaginabile nel 1977. Sotto di noi lasciavamo i tetti, gli abbaini, i comignoli e quella strana piazza in discesa (come Piazza del Campo a Siena, ci aveva fatto notare Borsieri, una piazza fatta per mostrare ed essere mostrati). Mano a mano che si saliva i tetti grigio-argento lasciavano il posto ai grandi monumenti di Parigi. Ecco le torri di Notre Dame, la sagoma della Tour Eiffel, la massa di pietra grigia dell'Opera, la sommità dell'Arc du Triomphe, e là in fondo la collina di Montamartre con la massa di panna montata del Sacre Coeur...le nuvole che si rincorrono, il cielo degli Impressionisti! 

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Ma dunque tutto questo esisteva! Le pagine dell'Argan ci raccontavano di un mondo che adesso era ai nostri piedi! Una città che era per me come il mare per Melville! «Adesso possiamo anche morire...» dissi. Franz precisò, «Parla per te, stronzo».

Monia ci guidò nel Musée d'Art Moderne et Contemporaine. E qui la questione si sarebbe fatta davvero impegnativa, per dirla con Franz «Erano cazzi...». La prima incantevole sala era quella dedicata a Henry Matisse, del quale, soprattutto Andrea Bardi, si professava grande amatore. Ma prima di accostarci anche ad un solo quadro, Monia pretendeva che qualcuno introducesse gli argomenti. Monia con una certa dose di scetticismo chiese: «Chi se la sente di dire due parole sul significato e sul senso dell'arte contemporanea?». Ormai era maturo il tempo per caricarsi sulle spalle la classe. O adesso o mai più; dovevo diventare un divulgatore. «Come ricorda De Micheli nel suo più importante testo, l’arte moderna non nasce per via evolutiva dei valori ottocenteschi. Qui si opera una rottura che farà sì che nulla potrà mai più essere come prima, l'idea stessa di arte è messa in gioco. Inutile cercare il mimetismo, la copia, il parametro della bellezza cambia, ed é cambiato, qualora non ve ne foste accorti dal 1839, da quando la fotografia ha reso inutile, vano, obsoleto, il tentativo di copiare il reale. Queste opere non sono l'imitazione di un reale fuori di esse, sono esse stesse il reale, non rimandano necessariamente ad un modello ancestrale che esiste nella cosiddetta 'realtà'. Matisse non copia alcunché, le modelle, i fiori, gli oggetti non sono che un pretesto per innescare la miccia della creatività, non cercate di vedere 'altri' fiori oltre quelli da lui dipinti, non ci sono!». Ero ormai infervorato e Matisse sembrava mio papà. «Ma anche quando vedremo i papier collé conservati in questa collezione, non stupitevi e non stupiamoci se non assomigliano a nulla. Non assomigliano a nulla perché assomigliano al Tutto. Picasso inventa un nuovo modo di guardare al mondo, il modo della contemporaneità. L'oggetto è visto da tutti i lati contemporaneamente come in una visone simultanea, che è la stessa visione del cinema, del movimento, della modernità...». Monia dovette fermarmi. I miei compagni mi guardavano allibiti. Franz voleva che mi facessi vedere da qualcuno.

Le sale si succedevano ed era bellissimo perdersi in quel labirinto di tubi, pareti scorrevoli, cavi. Tutto era "funzione" come diceva Borsieri, «Questa architettura è pura struttura, non c'è nulla di decorativo, la bellezza del Centre è data dalla sua essenzialità».
Dal momento che misi piede al Beaubourg, compresi che nella mia vita non avrei potuto più fare a meno di quel luogo. 

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Era il luogo della magia dell'arte contemporanea, il luogo dove tutto diventava facile ed importante. Così lontano dall'idea stessa di museo. Lo si capiva standoci dentro ma anche girandoci attorno. Intorno al Beaubourg la festa continuava: giocolieri, mimi, musicisti. Il plateau davanti al museo era il più incredibile palcoscenico all'aperto che si potesse immaginare. Ero sbalordito. Non occorreva girare il mondo bastava sedersi qui sulla piazza inclinata e il mondo sarebbe passato davanti a noi.

La visita non fu completamente indolore, arrivati davanti al pisciatoio di Marcel Duchamp, Monia non si fece sfuggire l'occasione: «Une pissotière, il y a très peu de gens qui trouvent cela merveilleux. Car le danger, c'est la délectation artistique. Mais on peut faire avaler n'importe quoi aux gens, c'est ce qui est arrivé.». Tutti tacquero. Adesso il rischio era il limbo del disprezzo in cui saremmo potuti cadere nei confronti dei nostri docenti, per dirla con Franz, «di fare la solita figura di merda». Ma inaspettatamente fu proprio la perfidissima Manuela Tasso ad intervenire dicendo a Monia: «Scusa Giorgio ma sai che loro non hanno studiato il francese...». Consapevoli, Belle, Materassi, tutti guardarono Manuela Tasso, detta la Perfida Tasso come Marie Bernarde Soubirot, detta Bernadette guardò la Madonna. Ci aveva salvato dal sommo disprezzo supremo di Monia che si accontentò di dire con un tono di sufficienza al massimo grado che, anche i reietti della società conoscevano quella citazione. La spiegazione sul pisciatoio-fontana di Marcel Duchamp proseguì senza ulteriori spargimenti di sangue.

Monia ci condusse al piano sottostante quello del Museo d'arte moderna, dove erano esposti pezzi dalla Pop Art fino ad arrivare ai giorni nostri. Tutto filò liscio, fino a Claes Oldemburg. Qui tra spazzolini da denti fuori misura e cucchiaini da caffé giganteschi, Monia cercava di essere addirittura divulgativo. «Non guardate con quelle facce da ebeti, la Pop Art è sicuramente alla vostra portata». «Perfino alla vostra portata», aggiunse. "Che operazione compie Oldemburg? Ma è molto semplice, Oldemburg opera una decontestualizzazione dell'oggetto, cambia la scala, le dimensioni e lo porta qui, in una sala espositiva. Spostare un oggetto come un tubetto di dentifricio, cambiarne le dimensioni, farlo diventare un oggetto monumentale, fa sì che l'oggetto stesso cambi status, da oggetto di uso quotidiano, diviene oggetto d'arte. In fondo è la stessa operazione che fa Andy Warhol con il detersivo Brillo o con la zuppa Campbell, la stessa cosa o quasi del ready-made dadaista per intenderci. Cosa ci fa un tubetto di dentifricio al Centre Pompidou? Se guardate questa sala noterete che è piena di oggetti comuni decontestualizzati ed è questo, semplicemente questo, a fare degli oggetti opere d'arte». 

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Tutti davano segno di aver compreso, qualcuno di più qualcuno di meno. «Ci sono domande?» Chiese Monia. Sì c'erano domande (purtroppo). Luigi Mondini detto Luserta con tono da studente curioso chiese: «E questo cos'è professore?». Monia seguì la traettoria dei dito indice del Luserta che andava a finire dritta dritta su un estintore del Centro Pompidou. Monia alzò, implorante gli occhi al cielo, lui che era un ateo feroce e disse: «Quello è un estintore bestia!». A questo punto era evidente che fosse necessaria un supplemento di istruttoria: «Mondini, ti prego, dimmi per quale motivo tu hai voluto intraprendere studi d'arte». Il Luserta capì l'antifona e disse: «Perché volevo approfondire la Pop Art». Borsieri soffiò nella pipa come la Locomotiva di Francesco Guccini e incominciò ad urlare come un pazzo: «Mondini, porca puttana, tu sei un provocatore, sei l'esempio di decontestualizzazione del cervello, credi di essere Ubu Roi, invece sei un povero fesso!». Fu Franz che mimando l'apertura di un coltello a serramanico convinse il Luserta a soprassedere alla seconda domanda che indubbiamente sarebbe stata: «Chi è Ubu Roi?" e in qual caso ci saremmo dovuti suicidare in massa come i lemming.

Il lungo percorso attraverso il Beaubourg fece comunque molte vittime. Monia, Borsieri e la perfida Tasso uscirono con un'opinione sulla classe molto diversa da quella che avevano all'ingresso. In particolare fu dimezzata la stima verso le Consapevoli del proprio ruolo, ridotta di un terzo quella delle Belle e maledette, quella verso le Sorelle Materassi era già, comunque molto bassa. Ne uscì invece rafforzata quella verso Franz per la sua capacità di sintesi, mentre io fui il vero vincitore della battaglia. Parigi ci avrebbe riservato ancora tante sorprese, ma il Beaubourg fu il banco di prova della nostra maturità e non solo in senso anagrafico, visto che da lì a qualche mese avremmo sostenuto l'esame di Stato.

Il giorno seguente, dopo essere stati al Jeu de Paume, non mancammo l'Orangerie. Monia (anche se considerava Monet un pittore da scatola di cioccolatini), non si risparmiò nelle spiegazioni. In quegli anni era prassi che all'Orangerie si piangesse. Ognuno aveva i suoi motivi per farlo: la Belle e maledette per la struggente bellezza delle Ninfee, le Consapevoli per la mancanza di critica sociale in Monet, le Sorelle Materassi per via della cecità che colpì Monet nella sua vecchiaia, la perfida Tasso perché le dava fastidio la luce.

Alla sera la nostra classe si riunì, con i rispettivi accompagnatori, alla 4^A. Cenammo tutti insieme a Le pied de cochon, un locale de Les Halles aperto tutta la notte. Il professor Belletti, detto il

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Maestro, tenne banco con le sue storie ai confini della realtà. Quella sera, in particolare, raccontò di aver vissuto sette anni a Parigi e conseguentemente di padroneggiare perfettamente la lingua. francese. Termini come Louvre, Tour Eiffel, Moulin Rouge, per lui non avevano segreti, disse. Monia era disgustato, Borsieri la prendeva più con filosofia, mentre la persona davvero annientata dal soggiorno parigino in compagnia del Maestro era Giuliano Gabardelli detto Sidol. Lui il Maestro non lo aveva mai sopportato, fin dai tempi in cui si faceva aspettare alle cene tra colleghi perché era giunto in quel momento da Nuova York dove era stato per un expertise. Belletti non taceva mai: «Babbo mio aveva una casa qui a Parigi, faceva lo scultore a Montparnasse e aveva molte donne che lavoravano per lui». Franz chiese: «Troie?». Il Maestro rispose: «Modelle!».

Al momento di saldare il conto, Belletti disse che a causa di un improvviso rovescio finanziario era sprovvisto di denaro contante, e così la perfida Tasso, che era una vera signora, fu costretta ad offrire la cena al Maestro, poiché gli altri colleghi avrebbero voluto chiamare la Gendarmerie Anche il rientro all’hotel di Rue des Ecoles fu burrascoso. Manuele Biancofiore e Noemi Pencherle della classe nemica, la 4^A, coltivavano ancora il loro bel sogno d’amore e lo coltivavano un po’ troppo visto che una volta infilatisi nel labirintico metro parigino, la Pencherle si fermò in un passaggio per scrivere sulle lucide piastrelle bianche della metropolitana parigina “Lele sei tutto il mio mondo”. Lele sarà stato anche tutto il suo mondo, peccato che in quel mondo non fosse anche compresa la fermata del metro di Nation dove il resto della classe con alla guida l’indomita Manuela Tasso cambiava linea lasciando che la Pencherle si perdesse nel suo mondo d’amore. Appena saliti sulla vettura la Tasso, che era solita contare gli studenti uno ad uno con la sola forza del pensiero, si accorse della “perdita”. Certo non era una perdita così irreparabile, come puntualizzò Franz, ma era pur sempre una perdita. La Tasso, anche se la Pencherle non era della classe a lei affidata, pur essendo un’isterica, aveva un gran senso del dovere e cominciò a urlare come una sirena lanciando l’allarme; anziché “uomo in mare”, con molta più prosaicità chiese: «Qualcuno ha visto quella beota?!». Paolo Faustino Belletti detto il Maestro con la solita flemmatica solennità e con grande acume disse: «Evidentemente si è persa», ma detto ciò non si dimostrò molto preoccupato. La Tasso però perfidamente gli rammentò che se la povera infelice fosse finita sotto un treno, lui sarebbe finito in gattabuia. 

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Questi erano argomenti ai quali il Maetsro si dimostrò più sensibile e affidati tutti gli altri studenti a Brugliano, Borsieri e Monia, i due misero insieme una task-force formata dalla Tasso medesima, dal Maestro e da Luciano Gabardelli detto Sidol, col compito di rivoltare il metrò di Parigi da capo a fondo. Sidol, molto preoccupato chiese se avessero dovuto percorrere tutti i 1.256 chilometri dei passaggi sottorranei (era molto preparato avendo letto tutte le guide di Parigi in commercio), ma la Tasso lo stroncò come fosse l’ultimo degli imbecilli: «Sei rincoglionito? Andremo all’ufficio della sicurezza della RATP». La Tasso era una “parigina incallita” e per quei pochi che non lo sapessero, vale la pena ricordare che la RATP era la società che gestiva il metro di Parigi. Tornata sui propri passi risalendo stazione dopo stazione, arrivati alla stazione Franklin Delano Roosvelt, come d’incanto, una voce diramata dall’impianto di amplificazione su tutte le linee del metrò, li rasserenò: «Sono Noemi Pencherle, questo messaggio è per i miei professori: mi sono persa, venite a prendermi al capolinea della linea nove a Marie de Monteruil».

Gabardelli e Belletti sembravano inebetiti, come se avessero sentito una voce provenire dall’alto dei cieli anziché dalle viscere della terra. «Adesso cosa facciamo?» chiese il Maestro, «Andiamo a prenderla», disse la Tasso che furibonda aggiunse, «Anzi, io vado a prenderla, altrimenti mi tocca curare anche voi che non mi sembrate molto presenti a voi stessi!». E così, la Tasso riportò indietro sana e salva Noemi Pencherle che, se non fu passata per le armi dalla Tasso, poco ci mancò. Ad attenderla Manuele Biancofiore detto Che Guevara che pensava di aver perduto per sempre la sua amata. Monia non perse l’occasione di una citazione colta e rivolta alla Perfida Tasso disse: «Manuela la tua conoscenza del metro è pari solo a quella di Zazie», alludendo a Zazie dans le metro di Raymond Queneau. Per lui il mondo reale era solo un pretesto per fare arte e letteratura. L’ultimo giorno della nostra permanenza a Parigi la Perfida Tasso, mossa da compassione per le torture didattico-artistiche a cui eravamo stati sottoposti in quei quattro intensissimi giorni, approfittò per proporci qualcosa che assomigliava molto da vicino ad una meta turistica: la Tour Eiffel. Che male c’era poi? Eravamo a Parigi, avevamo adempiuto a tutti i possibili doveri didattico-museali, potevamo pur concederci un itinerario di pura evasione... Non era così semplice. Tra noi e Manuela Tasso si frappose ancora Monia che ci mise di fronte ad un amletico dubbio: se fosse stato meglio andare come dei babbei a vedere la Dame de fer, come la chiamavano i parigini (e lui), oppure dedicarci ad un itinerario verso l’ignoto, quello dentro le Egoutes de Paris? Cos’erano le Egoutes de Paris? 

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L’interrogativo non era solo di Luigi Mondini detto il Luserta, era una domanda che ci ponevamo tutti. «Ma che razza di asini siete, nessuno di voi ha confidenza con Le Miserables di Hugo, e questo non mi stupisce affatto visto che quattro anni fa vi ho strappati all’analfabetismo artistico e culturale in cui giacevate beatamente, ma che nemmeno vi interessiate alla cultura underground di Parigi, questo sì mi sorprende e mi sorprende non poco. Cosa fanno i vostri coetanei parigini più esteticamente smaliziati il sabato sera?». Qualcuno azzardò risposte ampiamente prevedibili. Monia ci fissava come fossimo degli irrecuperabili idioti. «E’ molto semplice disse...». Va detto che per Monia tutto era molto semplice, lampante, evidente, lapalissiano quando si trattava di questioni artistiche e culturali, era molto meno semplice per noi e per circa il novanta per cento di tutte le persone “normali”. «I giovani parigini della vostra età al sabato sera si calano in qualche tombino del Boulevard St. Michel e raggiungono il ventre di Parigi! Che diamine, lo sanno tutti! Sono i Cataphiles, esplorano le catacombe e le fogne di Parigi. La Parigi sotterranea è un universo a sé stante, è laggiù che si consumano i nuovi riti della vertigine moderna: graffiti, readings, concerti. Le nuove caves dei nuovi esistenzialisti parigini non sono quelle che fanno vedere ai turisti, ma sono les Egoutes de Paris. Come sempre Monia ci aveva spiazzati, ora si imponeva la scelta: «Forza scegliete se seguire le tracce di Jean Valejan e dei Cataphiles o la prevedibile banalità della Torre Eiffel». All’unanimità fu scelta la prevedibile banalità. La “perfida” Tasso aveva avuto la meglio. Solo io tentai una difesa dei Cataphile e di Jean Valejan, Monia mi guardò e mi disse: «Vai pure con i tuoi compagni. Seguili, in fondo è giusto così, la mediocrità ha spesso la meglio su tutto, le chincaglierie kitsch e il kitsch è la parola d’ordine del profitto sulla cultura come diceva Adorno. Vai pure, io andrò nel Marais e affogherò la mia delusione in un frugale bistrot davanti ad un calvados». Faceva la vittima, insomma.

E Tour Eiffel fu. La perfida Tasso si lasciò andare ad una confidenza inaspettata: «Certo che Monia è un bel tipo, in una gita a Roma propose come alternativa al Colosseo il museo dei feti in formalina, ‘tanto al Colosseo ci vanno solo gli sposi in viaggio di nozze’, mah...». La “Perfida” Tasso guadagnò cento punti nella considerazione della classe. Arrivammo ai piedi della Tour Eiffel mentre stava facendo buio. Alla biglietteria Manuela Tasso raccolse il denaro per fare i biglietti e arrivata dinnanzi alla cassiera che parlava in inglese, si vide rifiutare il biglietto collettivo poiché a suo dire aveva troppe monetine. Solo che la poveretta non sapeva chi aveva di fronte. 

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In preda alle incazzature alla Perfida scattava il meccanismo Torre di Babele, solo che mentre i costruttori della torre si trovavano a parlare in idiomi diversi senza più capirsi vicendevolmente, la “Perfida” Tasso incominciava a parlare più lingue contemporaneamente, questo permetteva di essere moderatamente certi che gli insulti in arrivo alla malcapitata cassiera poliglotta andassero a segno.

Il risultato fu che il biglietto collettivo venisse emesso in un battibaleno. La Ville lumiére turistica, ma splendente che si mostrava dalla sommità della Tour Eiffel, è uno di quelli spettacoli che dovrebbero vedere tutti almeno una volta nella vita come il pellegrinaggio a La Mecca. Ci ritrovammo con Monia e Borsieri per la cena, per l’ultima cena (senza pretese di altri paragoni religiosi, naturalmente). Eravamo a Parigi, sazi di buon cibo, di tante emozioni vissute e anche di tante scoperte fatte. Monia fumava il suo odoroso Habana, noi lo seguivamo alla spicciolata nella notte parigina. La brezza della primavera spazzava il Quai des Orfèvres, accanto a lui Libero Borsieri con la pipa come fosse il Commissario Maigret. Le città vivevano dei loro miti artistici e letterari. In quella Parigi torno ancora oggi e vedo tutti loro sempre con me.

Pag. 119 9. Come frutti maturi

L'anno volgeva al termine. La moquette blu era un lontano ricordo. Come gli inizi e la fine di ogni cosa ci aspettava un periodo molto impegnativo. In quegli anni l'esame di Stato conclusivo si chiamava "Esame di Maturità". Si diceva che era la prima vera prova della vita di un giovane. Lo dicevano i genitori avveduti, come quelli delle Consapevoli del proprio ruolo, che, in fondo, benché molto politicizzati, avevano ben in mente quale potesse essere il percorso per le loro figliole: magari non l'Accademia delle Belle Arti (che produceva solo le quattro effe come dicevano i poveri del mio quartiere fumo, fame, freddo e fastidio), avrebbero però sempre potuto studiare per assistenti sociali, magari anche architettura, ma sicuramente qualcosa di buono avrebbero combinato. I genitori delle Belle e maledette, per esempio, erano quasi tutti orientati a spingere le loro figlie verso il campo della grafica e della pubblicità. Anche il papà e la mamma di Cristina Bentivegna, detta Limousine, la ricchissima della classe, pensavano che la Maturità fosse un avvenimento degno della massima attenzione. Il papà della Limousine era un famoso architetto e la mamma aveva tutti i denti rifatti, cosa che nel quartiere dal quale provenivo, era segno di distinzione, per qualcuno persino di nobiltà. Infatti oltre a mandare sempre la figlia dal dentista, la spedirono nella casa di montagna per preparare l'esame di maturità. Con lei, per studiare e tenerle compagnia anche, Enza Molinari detta Baguette e Noemi Pencherle, l'innamorata di Manuele Biancofiore detto Che Guevara, che frequentavano la classe dei nemici della 4^A e che erano esaurite ed erano cadute in depressione prima della maturità. Insomma una colonia che come, ne La montagna incantata di Thomas Mann, sembrava un sanatorio. Le Sorelle Materassi invece furono spedite da una zia perpetua (perpetua, non nel senso di eterna, ma nel senso di aiutante del sagrestano), che stava sul lago. Uno di quei posti dove, come Virginia Woolf, la gente spesso si infilava una manciata di sassi nelle tasche del cappotto per suicidarsi. Ma naturalmente le ineffabili sorelline non si suicidarono, anzi dettero segni di netta ripresa sia nel colorito, divenuto grigiastro dopo la gita a Parigi e soprattutto nel sorriso che aveva ripreso il solito immobile vigore. 

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La zia perpetua, oltre che a farle studiare italiano e matematica, le faceva esercitare con la copia dal vero: produssero una quantità abnorme di paesaggi lacustri ed anch'esse assunsero l'espressione da pesce persico che portarono fin davanti alla commissione d'esame. Insomma tutti si stavano preparando spiritualmente per quella prova dura e impegnativa. Tutti tranne il Luserta, Franz ed io. Noi, per motivi diversi eravamo degli outsider. Il Luserta non vedeva l'ora che finisse quel supplizio per andare a lavorare nel bar tabacchi dello zio Pietro. Era uno di quei bar che sono anche negozio di alimentari, tabaccheria, tutto. Un tempo si chiamavano "posterie" ed erano sempre collocate in qualche fetente paese di risaia o in qualche valle dimenticata non solo da Dio, ma anche dal postino. Franz costituiva un caso diverso. Lui al liceo artistico si era divertito un mondo ed era l'unico motivo per il quale continuava a frequentare la scuola. Nel momento che il divertimento fosse venuto meno, avrebbe smesso, infatti non era nemmeno sicuro di andare a sostenere l'esame di maturità. Poi c'ero io. Ero stato catapultato in quello strano universo e mi ero appassionato a tal punto che l'esame era una formalità. L'Angelica e il Renato non potevano certo mandarmi in qualche sorta di ritiro spirituale che non fosse un bagno penale. Mio padre aspettava il mio esame con lo stesso spirito con cui si aspetta uno sfratto. L'Angelica mi aveva preventivamente minacciato che se non avessi passato l'esame non avrei certo potuto perdere altro tempo a ripetere l'anno e mi aveva indicato dalla finestra e col braccio teso la fine della via dove abitavamo; là c'era una bella fabbrica che si chiamava Officina Villa. Lei conosceva la figlia del padrone che aveva partorito nello stesso ospedale. Si chiamava Agnese detta Baslèta a causa della mascella volitiva ed aveva messo al mondo due gemelli che avrebbero sostenuto anche loro, in quell'anno l'esame di maturità all'Istituto Tecnico Industriale “Ettore Villa”. Altro che balle! Se la maturità fosse andata storta i gemelli figli della Baslèta sarebbero stati i miei capi senza colpo ferire. In quegli anni era consuetudine che della commissione di maturità facesse parte un insegnante della classe che era denominato membro interno. A volte sembra che nei ministeri ci sia qualcuno che si metta d'impegno per inventare terminologie di dubbio gusto. Comunque nessuno voleva essere "membro interno" della nostra classe. Tutti accampavano scuse. Monia era assolutamente fuori discussione, lui pensava fossimo una classe di senza classe, insomma non molto chic; niente più che un gruppo di velleitari e parvenus, era evidente. Avrebbe dato la sua disponibilità solo dopo un'epurazione pressoché totale, insomma lo avrebbe fatto solo se ci fosse stato un candidato unico: io. Andrea Bardi credeva fossimo dei bischeri buoni a nulla e sfaticati, me compreso. 

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Libero Borsieri lo avrebbe fatto ma avrebbe voluto che l'esame lo facessero solo le Consapevoli e la Cristina Bentivegna detta Limousine, forse per via del papà architetto. Giuliano Gabardelli detto Sidol, docente di ornato e figura modellata era troppo timido. Tra i docenti di materie culturali, la Perfida Tasso non avrebbe potuto per via della carica di Preside facente funzione (si diceva così), e poi sarebbe stato come andare al patibolo con già la corda al collo. Il cerchio si stringeva; la professoressa di matematica, Milva Pino, avrebbe anche potuto, ma doveva andare a Salsomaggiore a passare le acque per via della sinusite, Maria Teresa Durante di storia dell'arte era in preda a dubbi amletici, ma lo eravamo anche noi poiché la Durante portava in palmo di mano solo le ragazze, o meglio solo alcune di esse: le Sorelle Materassi, anche per via del fatto che in inverno indossavano una pelliccia di marmotta che era parente alla lontana di quella della professoressa. Ne mancava uno: Sebastiano Masselli, lo Scrittore. Lui era, per così dire equidistante, disprezzava tutti allo stesso modo. Un giorno ci chiese se avessimo già avuto notizia circa il nostro membro interno. Franz a bruciapelo disse: «Sì, lei professore». La classe piombò in un silenzio carico di attesa. Masselli sorrise sornione e molto diplomaticamente disse: «No, siete troppo ignoranti». Fu a quel punto che mi scappò un colpo da maestro: «Lei professore non ama le sfide. Lei predica bene ma razzola male. Ha un bel dire della lotta di classe, di Gramsci, della Resistenza, della scuola di Barbiana, se poi al momento di dimostrare un po' di coraggio preferisce la fuga. Lei non ama le sfide!», ribadii con veemenza. Infatti lui disse: «È vero non amo le sfide, soprattutto quelle che so di perdere». Ma io lo incalzai: «Eh no professor Masselli, non può addurre questa giustificazione. La sfida è tale solo quando non la si è vinta in partenza! Sarebbe una contraddizione in termini. La sua rinuncia è un po' come la teoria di Henri Laborit, l'elogio della fuga!». Franz disse: «No, è l'elogio della figa, al professor Masselli piacciono solo le nostre compagne». Fu qui che Masselli, sorridendo sotto i baffi e guardando Franz con bonaria sopportazione disse: "Va bene Mauer, Le dimostrerò che riuscirò a cavar sangue da una rapa, accetto». E così portammo Sebastiano Masselli, lo Scrittore sulla diligenza impazzita verso la frontiera della Maturità. Ma chi era davvero Sebastiano Masselli? Lui era ligure ed era stato trapiantato nostra pianura poco dopo la guerra. Masselli era davvero uno scrittore. Aveva esordito nel Gruppo 63, come ho già accennato. Aveva scritto romanzi per noi illeggibili. Era letteratura sperimentale, come ci spiegò Monia; forse sperimentava l'ignoranza altrui o come diceva Franz, ci prendeva tutti per il culo. Che l'ironia e l'autoironia fossero le sue armi più appuntite era evidente. 

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Anche nei rapporti coi colleghi si teneva a debita distanza ma era molto divertito dagli accadimenti di quel liceo pieno di pazzi. In particolare nutriva una simpatia per Paolo Belletti detto il Maestro. Lo considerava un personaggio felliniano e lui fu lo sceneggiatore di molte partacce del Maestro sia nei consigli di classe che nei collegi dei docenti. Franz diceva che più che lo sceneggiatore era un mandante. Era rimasto memorabile l'intervento del Maestro Belletti in un collegio dei docenti quando su sollecitazione di Masselli, il Maestro Belletti disse che era particolarmente importante «Curare oltre che il comportamento anche la scolastica». Naturalmente la "scolastica" era in realtà la "didattica" ma pare che Sebastiano Masselli poco prima avesse parlato al Belletti proprio della filosofia cristiana medioevale e del suo rapporto con la ragione, della "scolastica" appunto. Il Maestro Belletti era in soggezione psicologica davanti a Masselli tanto che quando nelle tasche dello Scrittore spuntava il “Corriere della Sera”, anche nella borsa del Maestro c'era il “Corriere della Sera”, quando Masselli passò a ”L’Unità”, anche Belletti squadernò sulla cattedra “L'Unità”. Insomma eravamo ad un passo dal plagio psicologico. Del resto Sebastiano Masselli aveva carisma da vendere. Io fui tra i primi della classe, anzi il primo (e l'unico), a leggere i suoi romanzi sperimentali che si rifacevano al Nouveau Roman a Alain Robbe-Grillet, a Philppe Sollers e ad alcuni altri. Quando lessi il suo primo libro caddi in una crisi di identità. Mi rifiutavo di credere che fosse Sebastiano Masselli a scrivere delle scempiaggini, ero certamente io ad essere un poveraccio; del resto erano passati solo quattro anni da quando indossavo i pantaloni Facis e poco più da quando andavo a tirare i sassi alle pantegane nel mio quartiere. Come avrei fatto ora a capire cose più grandi di me? Come potevo pensare di leggere un libro scritto da un mio insegnante che era amico di Edoardo Sanguineti, di Alberto Arbasino, di Umberto Eco? Era come guardare l'album di figurine dei calciatori: si apre la bustina, si appiccicano le figurine sull'album, ma in fondo non si credeva che esistessero davvero. Invece esistevano e nell'album di figurine della letteratura italiana, di là a qualche anno ci sarebbe entrato anche lui, Sebastiano Masselli, il nostro membro interno. Incredibile. La mia personale preparazione proseguiva. Studiavo sul balcone al terzo piano di casa mia. Era un luogo ideale per lo studio. Davanti a me si stendeva un tappeto di fabbriche (alcune abbandonate) e un intreccio fitto di binari della stazione di smistamento del cosiddetto “Parchetto”.

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Il “Parchetto” in realtà era tutto tranne che un parco; era uno scalo ferroviario di smistamento dove da ragazzini, come prova di coraggio e rito di iniziazione, andavamo a sdraiarci sotto i vagoni merci in manovra. Le ferrovie mi avevano sempre affascinato: un tempo impazzivo per lo smistamento del “Parchetto”, oggi ero ammirato dalla Gare St. Lazare di Monet (e in mezzo c’era pure stata la parentesi della Locomotiva gucciniana, forse dovevo fare il ferroviere, mio padre me l’aveva anche detto, ma ormai il mio orizzonte era, piaccia o meno, l’arte). Insomma il mio balcone non era forse come quello di Monet, ma con un po’ di fantasia poteva diventare il luogo ideale per preparare l’esame di maturità. Non fu un periodo di studio “matto e disperatissimo”, anzi, fu un periodo di grande divertimento. Non ero affatto preoccupato per le sorti dell’esame poiché tutto quello che mi era passato davanti agli occhi e nella testa in quei quattro anni di liceo artistico, per me era, come diceva l’Angelica, “grasso che cola”. Di solito i miei coetanei o erano già in fabbrica a piallare assi o stavano finendo il mastodontico Istituto tecnico industriale “Ettore Villa” che era l’anticamera della fabbrica. Io invece ero qui a baloccarmi con LHOOQ di Marcel Duchamp e con la “Patafisica” di Jarry. Certo la preparazione prevedeva anche argomenti meno allettanti, ma sotto le sferzate di Monia e Masselli avevo imparato a trarre godimento anche dall’Ode al Signor Mongolfier di Vincenzo Monti . L’esame di maturità prevedeva due prove scritte, quella di italiano e quella di architettura, in alternativa, ma raramente, la seconda prova scritto-grafica era la copia dal vero della modella vivente, e due materie orali. La mia scelta era stata fatta da tempo le due materie orali erano storia e storia dell’arte. Avevo fatto una scelta strategica poiché la seconda materia era sempre suscettibile di essere cambiata dalla commissione e quindi mi sembrava troppo ovvio portare come prima materia storia dell’arte che faceva gola a tutti. Ormai avevo affinato anche certi meccanismi psicologici e non solo intellettivi. Il Luserta disse che era un genio, Franz che ero un pirla. Ma si sa che il pluralismo è sempre una gran bella cosa. Sebastiano Masselli mi suggerì l’idea, allora non molto comune, di elaborare una piccola tesi, una ricerca su un argomento che mi appassionasse particolarmente. Mi consigliò di parlarne anche con il professor Monia e così, in quegli anni, non era tempo né di telefoni, né, ovviamente, di e.mail o messaggini, lo aspettai al termine delle lezioni fuori dal portone del liceo lungo la via Pietro Micca, praticamente un agguato. 

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Monia fu gentile e mi disse che potevo accompagnarlo fino a casa sua, di modo che mi potesse fornire alcuni testi che sicuramente sarebbero potuti servire a chiarirmi le idee, che a suo dire erano sempre troppo confuse. Lui abitava in una casa nobiliare del centro storico nei pressi della scuola. Ma la città di provincia gli stava stretta e da lì a qualche mese si sarebbe trasferito a Milano. Mi fece accomodare nella biblioteca. In vita mia non ero mai stato in una casa con la biblioteca ed ero stato poche volte anche nella biblioteca della mia città. La grande sala era completamente ricoperta di libri, stavo per svenire quando Monia mi disse «Sei pallido, non stai bene?» Non stavo bene, effettivamente. Franz diceva che la cosa che apprezzava maggiormente dei nostri insegnanti era il fatto che riuscivano a far sentire chiunque una merdaccia. Era il suo modo di amare il liceo. Effettivamente mi sentivo più o meno come aveva detto Franz, ma Monia mi mise subito a mio agio e mi disse, «Guardati pure in giro, non temere, i libri sono fatti per essere sfogliati e le poltrone per sedervici sopra, certo, sarebbe meglio sapere dove ci si siede; quindi dimmi chi ha progettato quella poltrona…» E mi indicò le due poltrone accanto al divano. «Professore», dissi «Ma per chi mi prende? Sono di Marcel Breuer». Con quella risposta metà della tesina era fatta. «Bravo, ero sicuro che tu mi avresti dato qualche bella soddisfazione». Mi feci dare qualche consiglio, anzi per essere precisi, Monia mi diede delle disposizioni: «Dovrai fare una ricerca su un movimento delle avanguardie storiche, questo mi sembra evidente». A Monia sembravano sempre evidenti cose che cominciavano a diventare evidenti anche a me e non sapevo se essere contento o preoccuparmi. Avevo deciso di essere contento. «Naturalmente io preferirei di gran lunga che tu parlassi di qualche artista contemporaneo di genio; pensavo ad Ugo La Pietra o magari ad un designer, magari il tuo concittadino Enzo Mari, però vedi tu, non voglio forzarti». Era la prima volta che Giorgio Monia era così gentile. Si accese il sigaro e mi consigliò di non pensarci troppo. Non ci pensai troppo e dissi, «Avevo pensato a Dada». Aspettavo il solito malcelato disprezzo per la mia scelta ma ormai avevo passato la barricata, Monia mi disse, «Sì, faremo una ricerca sul Dadaismo». Aveva detto faremo. Cioè, io ed il leggendario professor Giorgio Monia, uno che frequentava il DAMS come studente e dava esami con Umberto Eco, anche se allora lo conoscevano in pochi, avrebbe aiutato me a reperire materiali sul Dadaismo! Ero felice come una Pasqua ed era giusto che lo fossi poiché appena visti i "materiali" cominciai ad essere vagamente preoccupato. 

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Monia mi diede alcune lettere che Arturo Schwarz scriveva ai più noti collezionisti di opere del dadaismo tedesco. Molte delle lettere erano proprio in tedesco o in inglese ed io ero quello che si sdraiava sotto i treni da bambino ed ero cresciuto tra fabbriche e binari. Franz riassumeva dicendo "un povero pirla". Mi feci coraggio e andai da mio padre Renato e dissi che avevo la necessità di comperare una macchina da scrivere. «Naturalmente sarebbe l'ideale una Olivetti Valentine disegnata da Ettore Sottsass», dissi a mio padre che mi guardava lievemente allibito. Lui andò da un rigattiere che vendeva cianfrusaglie in un garage della periferia della città e portò a casa un ferro vecchio, una Antares Parva tenuta insieme con il nastro isolante. La mise dentro uno scatolone e la portò a casa. «Va bene vero? Ti piace? Speriamo che tu ci scriva qualcosa di buono e che 'sta scuola finisca presto». Non andava affatto bene e non ero contento ma quello, come si dice, passava il convento. Comunque era una macchina adatta a scrivere una tesina sul dadaismo, poiché anche la Antares Parva era piuttosto "dadaista" anch’essa, nel senso che era davvero improbabile. Me la misi sulle gambe, ci infilai dentro due fogli di carta carta vergatina e un paio di fogli di carta carbone e cominciai a scrivere. Non mi fermai più. Leggevo e scrivevo. Monia mi aveva passato una grande quantità di testi, rivisti, cataloghi che io avevo divorato e che mi avevano fatto maturare la convinzione che dopo il Dadaismo, l'arte sarebbe finita o destinata a ripetersi all'infinito senza la possibilità di innovare poiché tutto e il contrario di tutto era stato detto. Ed era questa la tesi di fondo della mia ricerca. Mano mano che scrivevo, davo da leggere il testo a Monia e riferivo al mio "membro interno" Sebastiano Masselli, lo Scrittore che si sentì in dovere di invitarmi a casa sua. Ero diventato il pupillo dei due docenti. In quell'ultima parte dell'anno la classe cominciò a guardarmi con sospetto, a parte i maschietti. Manuele Biancofiore detto Che Guevara, che mi diceva che dopo l'esame saremmo dovuti andare a trovare Francesco Guccini a Pavàna, Luigi Mondini detto Luserta che non sapeva nemmeno di essere al mondo e Franz, che continuava a considerarmi un coglione. Le donne erano furenti. Questione di "classe": ero l'unico vero figlio di "proletari", quello dei pantaloni Facis che stava oltre il ponte della ferrovia, ed ero l'unico che avrebbe potuto insidiare il loro indiscusso primato all'esame di maturità. Non sopportavano che Monia, Masselli ma anche Borsieri e Bardi si interessassero tanto a me. Anche la Perfida Tasso aveva incominciato ad interessarsi a me. 

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Aveva fatto anche lei l'abbonamento al Cineforum che si teneva nella Casa del Popolo, quelli con il dibattito che cominciava subito dopo il film, verso mezzanotte. Altri tempi. Il Dadaismo era, tra tutti i movimenti artistici quello che mi aveva maggiormente colpito. Il merito era indubbiamente del professor Monia che in una delle sue lezioni ci aveva raccontato di Johannes Baader, uno dei più rappresentativi e particolari autori del movimento. Ci disse che Baader si definiva ober-dada, personaggio molto strambo che scriveva lettere al Kaiser e a Gesù Cristo, e che durante la Prima Guerra Mondiale, quella che aveva fatto anche mio nonno Giovanni, era stato dichiarato infermo di mente a causa di una sindrome maniaco-depressiva che, paradossalmente, gli permise di scherzare con i fanti ma anche con i santi. Fu l'autore di numerose messe in scena sacrileghe e fondò una finta azienda la Christus Gmbh nel cui consiglio di amministrazione furono nominati anarchici, pacifisti e disertori, più che un artista, un provocatore. Monia conosceva a fondo l'argomento e quando ci chiese se avessimo mai sentito nominare Johannes Baader, Luigi Mondini, detto il Luserta, per una volta tanto disse «Sì certo, quello della banda». Naturalmente il Luserta aveva equivocato ed intendeva riferirsi ad Andreas Baader compagno di lotta di Ulrike Meinhof e Gudrun Ensslin formavano il gruppo terrorista Baader-Meinhof. Sentendo quella risposta la parte più politicizzata delle Consapevoli si mise a scandire lo slogan: «Germania, Germania, hai fallito, il Gruppo Baader-Meinhof non-è-fi-ni-to!» con tanto di pugni alzati. Monia era allucinato. Guardò me e disse: «Ho creato dei mostri, dimmi che non è vero». Infatti glielo dissi: «Professore, Lei si riferiva, naturalmente a Johannes Baader, Lugi Mondini e le "compagne" hanno evidentemente equivocato». Monia sembrava rasserenato. Anche Franz venne in soccorso del povero Monia e stigmatizzando l'accaduto e rivolto a Luserta e alle Consapevoli, aggiunse: «Avete cagato il cazzo», che era una formula forse un po' spicciativa per dire che la misura era colma. Fu così che anche, in ricordo di quello spiacevole episodio, Johannes Baader ebbe un posto di rilievo nella mia tesina. Anche Sebastiano Masselli detto lo Scrittore si interessò alla mia tesina, ma lui era uno scettico di natura e quando mi interpellò non poté che avanzare più di qualche dubbio: «Mi tolga una curiosità», lo Scrittore usava con tutti gli studente la forma di cortesia ed era una persona che non dava eccessiva confidenza, «Lei cosa ne sa del Dadaismo?». Io meditai una risposta intelligente cercando di non fare uscire dalla mia bocca una risposta “alla Franz” che sarebbe stata controproducente. 

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Dopo ave riflettuto qualche secondo dissi: «Professor Masselli, in questi anni di studio ho maturato l’idea che il Dadaismo sia stato il movimento di avanguardia che ha messo la parola fine al concetto stesso di arte. E’ stato molto di più di un semplice movimento artistico, è stato un movimento letterario, culturale, in senso lato, ma soprattutto una visione del mondo». Masselli non era una persona da farsi incantare da qualche frase fatta ed era anche spietato e bonariamente cinico: «Visione del mondo? Anche Lei ha una visione del mondo?». Masselli si stava facendo incalzante ed io non me la sentii di mentire: «No, io non ce l’ho una visione del mondo. Io professore sono un orecchiante dell’arte. Ho ascoltato bene per quattro anni tutto quello che mi dicevate, ma se devo essere sincero non mi sono fatto nessuna visone del mondo. Sa, professore a casa mia di queste cose non si parla, noi abbiamo altri problemi che non le visioni del mondo. Però queste cose mi incuriosiscono, non le ho mai conosciute, per i miei genitori sono perdite di tempo, un po’ come la letteratura..». Avevo rischiato qualcosa ma mi andò bene, Masselli mi fissò e subito dopo sorrise ironico, come sempre: «Ha ragione, le visioni del mondo sono per quelli con la pancia piena. Prima di consegnare il suo lavoro, me lo faccia leggere». La tesina era quasi finita. Spaziava in un lasso di tempo piuttosto vasto che andava dalla Germania guglielmina fino all’inizio degli anni Venti. Battevo come un forsennato sui tasti della mia Antares Parva che più che una macchina da scrivere sembrava un tritacarne; spesso dovevo disincagliare i martelletti che si incastravano nel nastro mezzo nero e mezzo rosso tutto sfilacciato e ormai quasi secco. Chi oggi fa sputare fuori da una stampante laser decine e decine di fogli senza produrre alcun rumore non sa cosa si è perso. Uno dei punti sui quali avevo dato il meglio di me stesso era sicuramente la parte che riguardava il concetto di dadaismo. Ero riuscito a scrivere molto approfonditamente della vera anima del dadaismo: l’ironia. Era proprio la qualità che Masselli apprezzava di più. Oltre che sugli artisti, sulle opere e sulle influenze che ebbero sui movimenti artistici successivi dal Surrealismo fino alla Pop Art. Accennai anche alla musica e in particolare ad un musicista molto apprezzato dai dadaisti, Erik Satie. Insomma Masselli non rimase indifferente, tanto che dopo aver letto il mio scritto mi disse: «Lei dovrebbe scrivere. Ma solo per far ridere». Non sapevo se essere contento o disperato. Masselli era di natura sarcastico, un po’ come Franz ed io mi stavo prendendo troppo sul serio.

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Naturalmente dovevo fare i conti anche con le altre materie e lì non erano tutte rose e fiori. La professoressa Milva Pino di matematica, sul quel finire d’anno scolastico si stava cimentando nel tiro al piccione soprattutto con i maschietti che per i quattro anni avevano un po’ vissuto di rendita. Ma avevamo un asso nella manica da giocare, proprio in quel mese di maggio infatti Milva Pino si doveva sposare. La notizia ce la diedero in gran segreto le Sorelle Materassi che avrebbero desiderato ardentemente andare a reggere lo strascico di quella quella befana di Milva Pino, il problema era che la professoressa Pino aveva optato per il rito civile essendo il futuro marito un manager che pensava solo a far soldi e badava poco alla volontà di Dio. La cosa gettò nello sconforto le Sorelle Materassi alle quali sarebbe piaciuto molto reggere strascichi, veli, velette o portare bouquet, ma si sa che nella vita non sempre tutto va come si vorrebbe. Così le Materassi “scornacchiate” sembrava provassero un filo di soddisfazione nel rivelare quella verità inconfessabile. Alla notizia del matrimonio della Pino le Belle e maledette decisero di far pervenire alla Pino una loro composizione artistica. Si trattava di un “Trionfo” di fiori alpestri, in considerazione che la terra d’origine della professoressa Milva Pino era la Valtellina, montati attorno ad doppiere cioè un candeliere con due bracci che si ergeva da un tappeto di radici muschiate di tuia. Insomma, una “bella cagata” come aveva detto Franz. Le Consapevoli del proprio ruolo donarono una copia del famigerato L'origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato di Friedrich Engels per dimostrare che anche il matrimonio della Pino non fosse altro che una affermazione dello status quo. Franz disse «mancano anche Qui e Qua». Le Materassi con i rispettivi genitori andarono per liste nozze e finirono col regalare alla professoressa Pino un servizio da tè composto da 36 tazze corredati da piattini, teiera, zuccheriera in porcellana di Limoges che Franz diceva aver visto al tiro a segno, ma non come premio, bensì come bersaglio. Anche noi maschietti avremmo dovuto pensare ad omaggiare Milva Pino. Pensammo al tradizionale mazzo di fiori. Tutto sembrava indirizzarsi per il meglio visto che la Pino si sarebbe sposata in municipio proprio dopo l’ultima lezione che avrebbe tenuto nella nostra classe. I fiori sarebbero serviti anche ad addolcire la Pino che subito dopo avrebbe elaborato proprio i nostri giudizi di ammissione alla maturità. Accadde che la cerimonia civile fu anticipata di qualche ora e la professoressa Pino entrò in classe già bella che maritata.