Pag. 119 9. Come frutti maturi

L'anno volgeva al termine. La moquette blu era un lontano ricordo. Come gli inizi e la fine di ogni cosa ci aspettava un periodo molto impegnativo. In quegli anni l'esame di Stato conclusivo si chiamava "Esame di Maturità". Si diceva che era la prima vera prova della vita di un giovane. Lo dicevano i genitori avveduti, come quelli delle Consapevoli del proprio ruolo, che, in fondo, benché molto politicizzati, avevano ben in mente quale potesse essere il percorso per le loro figliole: magari non l'Accademia delle Belle Arti (che produceva solo le quattro effe come dicevano i poveri del mio quartiere fumo, fame, freddo e fastidio), avrebbero però sempre potuto studiare per assistenti sociali, magari anche architettura, ma sicuramente qualcosa di buono avrebbero combinato. I genitori delle Belle e maledette, per esempio, erano quasi tutti orientati a spingere le loro figlie verso il campo della grafica e della pubblicità. Anche il papà e la mamma di Cristina Bentivegna, detta Limousine, la ricchissima della classe, pensavano che la Maturità fosse un avvenimento degno della massima attenzione. Il papà della Limousine era un famoso architetto e la mamma aveva tutti i denti rifatti, cosa che nel quartiere dal quale provenivo, era segno di distinzione, per qualcuno persino di nobiltà. Infatti oltre a mandare sempre la figlia dal dentista, la spedirono nella casa di montagna per preparare l'esame di maturità. Con lei, per studiare e tenerle compagnia anche, Enza Molinari detta Baguette e Noemi Pencherle, l'innamorata di Manuele Biancofiore detto Che Guevara, che frequentavano la classe dei nemici della 4^A e che erano esaurite ed erano cadute in depressione prima della maturità. Insomma una colonia che come, ne La montagna incantata di Thomas Mann, sembrava un sanatorio. Le Sorelle Materassi invece furono spedite da una zia perpetua (perpetua, non nel senso di eterna, ma nel senso di aiutante del sagrestano), che stava sul lago. Uno di quei posti dove, come Virginia Woolf, la gente spesso si infilava una manciata di sassi nelle tasche del cappotto per suicidarsi. Ma naturalmente le ineffabili sorelline non si suicidarono, anzi dettero segni di netta ripresa sia nel colorito, divenuto grigiastro dopo la gita a Parigi e soprattutto nel sorriso che aveva ripreso il solito immobile vigore. 

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