Monia mi diede alcune lettere che Arturo Schwarz scriveva ai più noti collezionisti di opere del dadaismo tedesco. Molte delle lettere erano proprio in tedesco o in inglese ed io ero quello che si sdraiava sotto i treni da bambino ed ero cresciuto tra fabbriche e binari. Franz riassumeva dicendo "un povero pirla". Mi feci coraggio e andai da mio padre Renato e dissi che avevo la necessità di comperare una macchina da scrivere. «Naturalmente sarebbe l'ideale una Olivetti Valentine disegnata da Ettore Sottsass», dissi a mio padre che mi guardava lievemente allibito. Lui andò da un rigattiere che vendeva cianfrusaglie in un garage della periferia della città e portò a casa un ferro vecchio, una Antares Parva tenuta insieme con il nastro isolante. La mise dentro uno scatolone e la portò a casa. «Va bene vero? Ti piace? Speriamo che tu ci scriva qualcosa di buono e che 'sta scuola finisca presto». Non andava affatto bene e non ero contento ma quello, come si dice, passava il convento. Comunque era una macchina adatta a scrivere una tesina sul dadaismo, poiché anche la Antares Parva era piuttosto "dadaista" anch’essa, nel senso che era davvero improbabile. Me la misi sulle gambe, ci infilai dentro due fogli di carta carta vergatina e un paio di fogli di carta carbone e cominciai a scrivere. Non mi fermai più. Leggevo e scrivevo. Monia mi aveva passato una grande quantità di testi, rivisti, cataloghi che io avevo divorato e che mi avevano fatto maturare la convinzione che dopo il Dadaismo, l'arte sarebbe finita o destinata a ripetersi all'infinito senza la possibilità di innovare poiché tutto e il contrario di tutto era stato detto. Ed era questa la tesi di fondo della mia ricerca. Mano mano che scrivevo, davo da leggere il testo a Monia e riferivo al mio "membro interno" Sebastiano Masselli, lo Scrittore che si sentì in dovere di invitarmi a casa sua. Ero diventato il pupillo dei due docenti. In quell'ultima parte dell'anno la classe cominciò a guardarmi con sospetto, a parte i maschietti. Manuele Biancofiore detto Che Guevara, che mi diceva che dopo l'esame saremmo dovuti andare a trovare Francesco Guccini a Pavàna, Luigi Mondini detto Luserta che non sapeva nemmeno di essere al mondo e Franz, che continuava a considerarmi un coglione. Le donne erano furenti. Questione di "classe": ero l'unico vero figlio di "proletari", quello dei pantaloni Facis che stava oltre il ponte della ferrovia, ed ero l'unico che avrebbe potuto insidiare il loro indiscusso primato all'esame di maturità. Non sopportavano che Monia, Masselli ma anche Borsieri e Bardi si interessassero tanto a me. Anche la Perfida Tasso aveva incominciato ad interessarsi a me.
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