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Il “Parchetto” in realtà era tutto tranne che un parco; era uno scalo ferroviario di smistamento dove da ragazzini, come prova di coraggio e rito di iniziazione, andavamo a sdraiarci sotto i vagoni merci in manovra. Le ferrovie mi avevano sempre affascinato: un tempo impazzivo per lo smistamento del “Parchetto”, oggi ero ammirato dalla Gare St. Lazare di Monet (e in mezzo c’era pure stata la parentesi della Locomotiva gucciniana, forse dovevo fare il ferroviere, mio padre me l’aveva anche detto, ma ormai il mio orizzonte era, piaccia o meno, l’arte). Insomma il mio balcone non era forse come quello di Monet, ma con un po’ di fantasia poteva diventare il luogo ideale per preparare l’esame di maturità. Non fu un periodo di studio “matto e disperatissimo”, anzi, fu un periodo di grande divertimento. Non ero affatto preoccupato per le sorti dell’esame poiché tutto quello che mi era passato davanti agli occhi e nella testa in quei quattro anni di liceo artistico, per me era, come diceva l’Angelica, “grasso che cola”. Di solito i miei coetanei o erano già in fabbrica a piallare assi o stavano finendo il mastodontico Istituto tecnico industriale “Ettore Villa” che era l’anticamera della fabbrica. Io invece ero qui a baloccarmi con LHOOQ di Marcel Duchamp e con la “Patafisica” di Jarry. Certo la preparazione prevedeva anche argomenti meno allettanti, ma sotto le sferzate di Monia e Masselli avevo imparato a trarre godimento anche dall’Ode al Signor Mongolfier di Vincenzo Monti . L’esame di maturità prevedeva due prove scritte, quella di italiano e quella di architettura, in alternativa, ma raramente, la seconda prova scritto-grafica era la copia dal vero della modella vivente, e due materie orali. La mia scelta era stata fatta da tempo le due materie orali erano storia e storia dell’arte. Avevo fatto una scelta strategica poiché la seconda materia era sempre suscettibile di essere cambiata dalla commissione e quindi mi sembrava troppo ovvio portare come prima materia storia dell’arte che faceva gola a tutti. Ormai avevo affinato anche certi meccanismi psicologici e non solo intellettivi. Il Luserta disse che era un genio, Franz che ero un pirla. Ma si sa che il pluralismo è sempre una gran bella cosa. Sebastiano Masselli mi suggerì l’idea, allora non molto comune, di elaborare una piccola tesi, una ricerca su un argomento che mi appassionasse particolarmente. Mi consigliò di parlarne anche con il professor Monia e così, in quegli anni, non era tempo né di telefoni, né, ovviamente, di e.mail o messaggini, lo aspettai al termine delle lezioni fuori dal portone del liceo lungo la via Pietro Micca, praticamente un agguato. 

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