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 Borsieri un giorno ci disse : «Il Centre avrà l'aspetto di una fabbrica, ma di una fabbrica di cultura, di idee, di creatività». Quelle parole mi colpirono nel profondo. Solo Franz ed io, nella classe, provenivamo da un quartiere di fabbriche. Le fabbriche quelle vere, grigie, sporche, rumorose. Eppure a noi le fabbriche piacevano, oltre ad esserci nati in mezzo, erano i luoghi dove i nostri genitori passavano quasi tutto il loro tempo. A me piacque l'idea di una "fabbrica della cultura", della "raffineria dell'arte". Le Consapevoli avevano le madri che facevano le insegnanti o le pediatre, le Belle avevano i padri direttori di banche assicuratori, le Sorelle Materassi avevano altre sorelle Materassi, ma Franz ed io avevamo la mamma fabbrichina come si diceva nel nostro quartiere e quelle parole ci colpirono molto.

Il Centre Pompidou era stato inaugurato un paio di mesi prima della nostra visita, il 31 gennaio 1977 dopo grandi polemiche cresciute intorno al fatto che un edificio così dirompente dal punto di vista estetico fosse stato costruito nel vecchio quartiere di Beaubourg, ai confini col Marais. Borsieri citava nomi di luoghi che in quegli anni mi divennero famigliari ma dei quali prima, nella mia precedente vita, quella dei pantaloni Facis, ignoravo completamente l'esistenza. Era come se avessi imparato una nuova lingua e come se la sconsolata domanda del professor Giorgio Monia, "Quando sei andato a Parigi l'ultima volta?" che mi rivolse all'inizio di quel ciclo di studi, avesse avuto l'effetto di un lavaggio del cervello. Così ormai pensavo a Renzo Piano e Richard Rogers come a due miei amici, persone con le quali condividevo, se non una visione del mondo, almeno un "disegno" del mondo. Ad Umberto Eco, Arnold Hauser. Rudolph Arnheim, Attillio Marcolli, Leonardo Benevolo, Lewis Mumford, Giulio Carlo Argan, Bruno Munari, Mario De Micheli e ad una pletora di altri nomi di artisti, di studiosi, di critici, adesso si aggiungevano questi due enfants prodiges dell'architettura contemporanea. Ma come diavolo parlavo? Enfants prodiges? Ma ero lo stesso bambino che guardava di nascosto la Genestruna mentre faceva dei lavoretti agli uomini che passavano in bicicletta per andare in fabbrica? Ero lo stesso bambino che tirava i sassi ai topi nella "roggia" dietro a casa? Lo stesso che si arrampicava sulle ciminiere abbandonate? Chiesi a Franz che mi disse «Ma va a cagare...» e così smisi di fare il filosofo e tornai coi piedi per terra.

La fermata del metro era Rambuteau, la mattina fresca e ventosa, il sole scintillante e noi eravamo eccitati (come "chi va a puttane", aggiunse Franz). 

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