Potrei dirvi che il liceo era nel retro di un teatro. Anzi per essere precisi era nel retro dell'unico vero
teatro cittadino. Era, ed è ancora, un teatro storico e nei locali retrostanti che si affacciavano sulla più grande
piazza della città era ospitato il liceo artistico, l'unico argomento del quale posso fare un certo
sfoggio di conoscenza senza sfigurare troppo. Come eravamo capitati lì? Io ci capitai il primo di ottobre del 1973.
Io non ero però un capellone come dovevano essere tutti gli altri studenti (almeno così si diceva), io
avevo frequentato una scuola media insopportabilmente seria, intitolata ad un eroe della Prima
Guerra Mondiale e la Signora Preside si sosteneva con un bastone perché la Grande Guerra l'aveva
vista dal balcone di casa, anzi un pezzo del balcone gli finì proprio su un piede e così le fecero una
bella scarpa di cuoio con il rialzo tanto che noi bambini la chiamavamo la sciancata, anche se
proprio a voler essere pedici, “sciancata” dovrebbe essere colei che ha perso l'uso di un'anca, ma di
questo passo il racconto diventerebbe troppo lungo. Il primo giorno di scuola mia mamma,
l'Angelica (sostantivo e non aggettivo), cercò di farmi indossare i calzoni corti come avevo fatto
fino alla terza media, ma per una volta ebbe compassione di me e così il primo giorno di liceo
artistico mi presentai con un bel paio di pantaloni Facis. Facevano veramente pietà ma io non lo
sapevo perché abitavo oltre alla ferrovia dove un paio di pantaloni Facis erano lusso sfrenato.
Comunque sia, il primo di ottobre arrivai davanti alla porta del liceo alle sette e trenta. Ero il primo
e l'unico. Gli altri arrivarono tutti alle sette e quarantacinque che era un'ora più consona per chi
abitava "su in città". Chissà perché ma solo i poveretti arrivano sempre in anticipo ovunque: alla
stazione, al ristorante, all'aeroporto (all’aeroporto i poveretti ci vanno meno). Mio nonno Giovanni
diceva che hanno paura di perdere il posto. Anch'io avevo paura di perdere il posto al liceo artistico.
All'Angelica non dispiaceva che andassi all'artistico mentre papà Renato diceva che una scuola
valeva l'altra e che l'importante nella vita erano le raccomandazioni. Quindi ero in una botte di
ferro, ora bisognava però non perdere il posto come diceva mio nonno Giovanni. Alle otto suonò la
campanella, mi tocca dirlo per esigenze narrative, ma in realtà non suonò un bel niente; arrivò sulla
porta a vetri, sotto il porticato laterale del teatro, un bidello che ci disse che dovevamo entrare e così
iniziò il primo giorno di scuola.