É vero, Sebastiano Vassalli mi disse: «Lei Grella dovrebbe scrivere, ma solo per far ridere». Io non lo presi come un complimento, anzi forse mi offesi anche un po'. Da quel giorno del 1978 sono passati tanti anni, poi lo scorso anno Vassalli venne a mancare e proprio al suo "funerale laico" nel cortile dell'Arengo del Broletto a Novara, mentre ascoltavo le parole degli oratori ufficiali, pensai a come avrebbe potuto raccontare Vassalli il suo funerale. Mi vennero in mente quelle sue bonarie parole che mi rivolse quando ero uno suo studente al Liceo artistico Statale di Novara. Di lui mi piaceva molto l'ironia ma, immodestamente, credo che anche a lui piacesse la mia. In quel giorno di luglio dello scorso anno ho pensato che avrei dovuto scrivere la storia di quella scuola incredibile, di quegli studenti irresistibili, in quegli anni irripetibili. Ora la storia l'affido a Voi, l'ho scritta per divertirmi e spero di averlo fatto come sarebbe piaciuto a Sebastiano Vassalli, mio indimenticabile professore di italiano, quasi un ringraziamento per quelle belle parole.

Novara, aprile 2016 

Non è questo che volevo dirvi

 

  1. Il liceo in un teatro

  2. Lotta di classe

  3. Dal Feng Shui al Gruppo 63

  4. Biennali e Triennali

  5. L’Avvelenata

  6. Rinascimenti cronici

  7. Badiate di cultura

  8. Les paysans a Paris

  9. Come frutti maturi

  10. Non è questo che volevo dirvi



Pagina 3 1.Il liceo dentro a un teatro

Potrei dirvi che il liceo era nel retro di un teatro. Anzi per essere precisi era nel retro dell'unico vero teatro cittadino. Era, ed è ancora, un teatro storico e nei locali retrostanti che si affacciavano sulla più grande piazza della città era ospitato il liceo artistico, l'unico argomento del quale posso fare un certo sfoggio di conoscenza senza sfigurare troppo. Come eravamo capitati lì? Io ci capitai il primo di ottobre del 1973. Io non ero però un capellone come dovevano essere tutti gli altri studenti (almeno così si diceva), io avevo frequentato una scuola media insopportabilmente seria, intitolata ad un eroe della Prima Guerra Mondiale e la Signora Preside si sosteneva con un bastone perché la Grande Guerra l'aveva vista dal balcone di casa, anzi un pezzo del balcone gli finì proprio su un piede e così le fecero una bella scarpa di cuoio con il rialzo tanto che noi bambini la chiamavamo la sciancata, anche se proprio a voler essere pedici, “sciancata” dovrebbe essere colei che ha perso l'uso di un'anca, ma di questo passo il racconto diventerebbe troppo lungo. Il primo giorno di scuola mia mamma, l'Angelica (sostantivo e non aggettivo), cercò di farmi indossare i calzoni corti come avevo fatto fino alla terza media, ma per una volta ebbe compassione di me e così il primo giorno di liceo artistico mi presentai con un bel paio di pantaloni Facis. Facevano veramente pietà ma io non lo sapevo perché abitavo oltre alla ferrovia dove un paio di pantaloni Facis erano lusso sfrenato. Comunque sia, il primo di ottobre arrivai davanti alla porta del liceo alle sette e trenta. Ero il primo e l'unico. Gli altri arrivarono tutti alle sette e quarantacinque che era un'ora più consona per chi abitava "su in città". Chissà perché ma solo i poveretti arrivano sempre in anticipo ovunque: alla stazione, al ristorante, all'aeroporto (all’aeroporto i poveretti ci vanno meno). Mio nonno Giovanni diceva che hanno paura di perdere il posto. Anch'io avevo paura di perdere il posto al liceo artistico. All'Angelica non dispiaceva che andassi all'artistico mentre papà Renato diceva che una scuola valeva l'altra e che l'importante nella vita erano le raccomandazioni. Quindi ero in una botte di ferro, ora bisognava però non perdere il posto come diceva mio nonno Giovanni. Alle otto suonò la campanella, mi tocca dirlo per esigenze narrative, ma in realtà non suonò un bel niente; arrivò sulla porta a vetri, sotto il porticato laterale del teatro, un bidello che ci disse che dovevamo entrare e così iniziò il primo giorno di scuola. 

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Il piano terra era occupato da un enorme stanzone vuoto che somigliava molto al Convivio oratoriale del mio quartiere salvo che per un particolare: per terra c'era una moquette blu scuro. Tra le tante cose che nella mia vita non avevo ancora visto c'era la moquette. Beh certo ne avevo sentito parlare, questo sì, ma vederla stesa sotto i miei piedi e doverci camminare sopra, questo non mi era ancora capitato. Nel mio quartiere oltre la ferrovia nelle case c'erano le mattonelle di grisaglia e il “serizzo” che quando cadevi ti spaccavi un labbro o almeno ti insanguinavi un ginocchio. Qui sulla moquette mi sentivo davvero al sicuro anche se non sapevo bene se entrare visto che fuori piovigginava e avevo le scarpe bagnate, in questi casi l'Angelica mi avrebbe fulminato e costretto alle pattine (visto che poi la "galera" per lustrare la grisaglia con la cera la doveva tirare lei). Ma questo era un altro mondo ed io avrei dovuto abituarmi un po' alla volta a tutte questi nuovi modi di fare.

Il primo giorno incominciò con una lezione di figura disegnata. Sedeva in cattedra un famoso artista della città che per me non era affatto famoso e se vogliamo essere precisi fino in fondo non sedeva nemmeno in cattedra, ma era appoggiato ad un cavalletto da pittore in un angolo della sala foderata di moquette blu. La sala era un luogo affascinante una via di mezzo tra la “Juilliard School” di New York City e un Circolo del Proletariato Giovanile della Bovisa, solo che io non sapevo cosa fossero né la “Juilliard School”, né il “Circolo del Proletariato Giovanile” a me sembrava solo un bel posto e continuai ad esse abbagliato dalla moquette per mesi e mesi. Il professore (che avrei dovuto abituarmi a chiamare docente), si chiava Bruno Lander e non aveva la giacca e la cravatta ma un maglione alla dolcevita blu come la moquette che provocò nella mia mente confusa delle strane associazioni che poi qualcuno mi disse che sarebbero state pane per i denti di un tale Dr. Freud. Ma io non conoscevo nemmeno lui. La caratteristica della sala, oltre alla moquette blu, era costituita dal fatto che fosse qualcosa di molto diverso da un aula scolastica; era cosparsa di cavalletti per la copia dal vero, sulla moquette erano posizionati parallelepipedi di varie dimensioni ma soprattutto nella sala facevano lezione più classi contemporaneamente e, naturalmente, di materie diverse. Mentre io ero imbambolato ad ascoltare Bruno Lander, sentivo in sottofondo le spiegazioni del Professor Paolo Faustino Belletti, detto il Maestro; veramente il professor Belletti che più che spiegare, cantava. Era un melomane incallito e un poeta mancato; a dire il vero era mancato un po' in tutto, ma era convinto di essere esattamente tutto quello che non era. In un altro angolo della sala teneva banco Stefania Lalla De Ambus detta Lalla. 

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Nel sovrapporsi delle parole di Lander, delle romanze di Belletti, non riuscivo a capire quale materia stesse spiegando. In realtà non stava insegnando nessuna materia poiché non era un'insegnante, Lalla era la rappresentante del “Movimento Studentesco” ed era lei che spiegava agli insegnanti cosa andava e cosa non andava nel liceo.

A me sembrava di essere capitato nel posto sbagliato che poi da un'ottica diversa mi sembrava essere il posto giusto, ma abituato alla scuola media-lager dalla quale provenivo, mi trovavo ad essere in uno stato di totale confusione mentale. Avete presente quando si sale una scala e si pensa di dover fare l'undicesimo gradino mentre i gradini sono dieci? Ecco io mi sentivo così.

Nella sala blu, la chiamo così per comodità ma anche perché mi ricordava più un hotel des alienés che una scuola, ci rimasi per circa due mesi. Di quei giorni ricordo altre due cose, oltre al colore della moquette: i vestiti dei compagni di scuola, i suoni delle parole. Era evidente che i pantaloni Facis li avessi solo io; quel che è peggio è che avevano un motivo pied de poule che secondo i canoni estetici dei miei genitori era molto adatto, non solo per frequentare un liceo, ma sopratutto ad andare “su in città”, vale solo la pena di ricordare che la città della pianura ha una parte bassa (dove stanno i poveri), e una parta alta (dove stanno i ricchi), che non si tratta poi di una grande invenzione. I miei compagni di liceo erano quasi tutti ricchi e rigorosamente vestiti da poveri, mentre i pochi poveri cercavano di vestirsi da ricchi. Erano le contraddizioni della società, mi spiegarono in seguito. Gli oggetti di culto erano l'eskimo, il montgomery e il loden. Lalla indossava un eskimo verde di tre taglie più della sua, il professor Monia, barbuto radical-chic (stavo imparando una sacco di parole nuove), oltre ad un sigaro Habana in bocca, indossava un montgomery; lui metteva i giornali in tasca col titolo del giornale in bella vista (l'Angelica non mi permetteva nemmeno di mettere le mani congelate nelle tasche del paletot). Di quei giornali conoscevo solo "l'Unità" che mio padre diceva che era meglio non leggere visto che lui era stato cacciato dall'aeronautica proprio perché suo padre leggeva l'Unità, boh cose misteriose della famiglia che non capivo bene. Gli altri giornali che spuntavano dalla tasca erano molto misteriosi: "Servire il popolo", "Il Manifesto", "Lotta Continua". Io a casa avevo visto per anni il nonno Giovanni leggere "La Gazzetta del Popolo" dove si parlava sempre di donne di Torino che volavano giù dal terzo piano pulendo i vetri o persone che cadevano sul selciato ghiacciato. 

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Sui giornali che spuntavano dalla tasca del professor Monia invece si leggevano titoli con parole che non avevo mai sentito come, "lotta di classe”, “autogestione”, “autonomia operaia”Erano parole da eskimo e non da pantaloni Facis. Poi c'era chi portava il loden. Un cappotto verde leggermente scampanato sul fondo che veniva dal Tirolo. Di solito lo indossavano i professori di matematica e qualche studente che però veniva subito sospettato di essere un "fascista" anche se mio nonno Giovanni mi aveva sempre detto che i fascisti vestivano in "orbace" e con la camicia nera. Insomma ero in preda anche

ad una certa confusione stilistica, oltre a tutto il resto.
A casa L'Angelica e il Renato mi chiedevano come andava la scuola, ma soprattutto mi chiedevano cosa imparavo. Io avevo difficoltà a rispondere semplicemente perché non sapevo cosa stessi imparando e non erano tempi in cui avrei potuto rispondere che quel mese di ottobre avevamo imparato a “socializzare”; di sociale allora c'era il cinema del paese vicino e la “previdenza”, per il resto l'aggettivo “sociale” era pressoché sconosciuto, almeno per quelli che non erano soggetti sociali consapevoli. Restavo sempre nel vago, citavo dei nomi e raccontavo più che altro dei miei compagni di classe, per meglio dire solo di alcuni di loro, quelli più vicini al mio modo di essere. La classe era piuttosto variegata e si poteva distinguere in tre sottocategorie: gli estrosi, i razionali e i residuali. Gli estrosi erano, naturalmente i più convinti, avevano generalmente mamme bionde o con i capelli tagliati alla maschio; arrivavano al liceo in due modi o con la bicicletta da corsa oppure accompagnati dalle madri con l'auto. Spesso suonavano la chitarra, avevano i jeans stinti abitavano entro la cerchia dei bastioni e al pomeriggio si ritrovavano in pasticceria o a casa di uno o dell'altro. Sarebbero diventati i futuri insegnanti ma anche artisti, galleristi, stilisti. Alla seconda categoria, i razionali, apparteneva più d'uno con indosso un loden; addirittura uno aveva un berretto di loden come il cappotto e alle manifestazioni conduceva il corteo urlando dentro un microfono delle parole in francese che pare si dicessero nel Sessantotto. Questi sono diventati tutti architetti, sovrintendenti, assessori e/o galeotti. Per i residuali si fa presto eravamo Franz ed io; dei residuali non c'è da dire un gran che, tranne che eravamo capitati lì da un altro mondo non si sa perché né per fare che cosa. La classe era poi composta da maschi e femmine ed era proprio tra le femmine, che erano la maggioranza che si poteva fare una distinzione in sottogruppi piuttosto precisa: le Belle e maledette, categoria alla quale aspiravano appartenere tutte, le Consapevoli del proprio ruolo e le sorelle Materassi. Le Belle e maledette erano il nucleo più nutrito. Avevano fasce in testa come chi ha l'emicrania, le gonne a fiori che io avevo visto solo sull'ottomana di mia zia Fedora, certe avevano gli occhiali con le lenti rotonde e con la montatura di osso.