Il piano terra era occupato da un enorme stanzone vuoto che somigliava molto al Convivio oratoriale del mio quartiere salvo che per un particolare: per terra c'era una moquette blu scuro. Tra le tante cose che nella mia vita non avevo ancora visto c'era la moquette. Beh certo ne avevo sentito parlare, questo sì, ma vederla stesa sotto i miei piedi e doverci camminare sopra, questo non mi era ancora capitato. Nel mio quartiere oltre la ferrovia nelle case c'erano le mattonelle di grisaglia e il “serizzo” che quando cadevi ti spaccavi un labbro o almeno ti insanguinavi un ginocchio. Qui sulla moquette mi sentivo davvero al sicuro anche se non sapevo bene se entrare visto che fuori piovigginava e avevo le scarpe bagnate, in questi casi l'Angelica mi avrebbe fulminato e costretto alle pattine (visto che poi la "galera" per lustrare la grisaglia con la cera la doveva tirare lei). Ma questo era un altro mondo ed io avrei dovuto abituarmi un po' alla volta a tutte questi nuovi modi di fare.
Il primo giorno incominciò con una lezione di figura disegnata. Sedeva in cattedra un famoso artista della città che per me non era affatto famoso e se vogliamo essere precisi fino in fondo non sedeva nemmeno in cattedra, ma era appoggiato ad un cavalletto da pittore in un angolo della sala foderata di moquette blu. La sala era un luogo affascinante una via di mezzo tra la “Juilliard School” di New York City e un Circolo del Proletariato Giovanile della Bovisa, solo che io non sapevo cosa fossero né la “Juilliard School”, né il “Circolo del Proletariato Giovanile” a me sembrava solo un bel posto e continuai ad esse abbagliato dalla moquette per mesi e mesi. Il professore (che avrei dovuto abituarmi a chiamare docente), si chiava Bruno Lander e non aveva la giacca e la cravatta ma un maglione alla dolcevita blu come la moquette che provocò nella mia mente confusa delle strane associazioni che poi qualcuno mi disse che sarebbero state pane per i denti di un tale Dr. Freud. Ma io non conoscevo nemmeno lui. La caratteristica della sala, oltre alla moquette blu, era costituita dal fatto che fosse qualcosa di molto diverso da un aula scolastica; era cosparsa di cavalletti per la copia dal vero, sulla moquette erano posizionati parallelepipedi di varie dimensioni ma soprattutto nella sala facevano lezione più classi contemporaneamente e, naturalmente, di materie diverse. Mentre io ero imbambolato ad ascoltare Bruno Lander, sentivo in sottofondo le spiegazioni del Professor Paolo Faustino Belletti, detto il Maestro; veramente il professor Belletti che più che spiegare, cantava. Era un melomane incallito e un poeta mancato; a dire il vero era mancato un po' in tutto, ma era convinto di essere esattamente tutto quello che non era. In un altro angolo della sala teneva banco Stefania Lalla De Ambus detta Lalla.
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