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Del resto non era da sottovalutare il fatto che la "trasgressione" massima durante  gli anni della scuola media era stata di sputare dalla finestra in testa al cane della professoressa Spadaccini, un cagnolino male in arnese che odiava i bambini. Pensandoci bene, mentre Guccini snocciolava quella sequela di parolacce, mi ricordai che qualche volta avevo sbirciato la Genestruna sotto il ponte della ferrovia mentre faceva qualche lavoretto ai suoi clienti. Adesso però le parolacce Guccini le diceva davvero e non dovevo nemmeno nascondermi per la vergogna, perché ormai, oltre che uno studente dell'artistico, ero anche negro, ebreo, comunista, come sbraitava Guccini dal palco. L'unica cosa che non sapevo era chi fossero un musico fallito, un pio, un teorete, un Bertoncelli o un prete... Che secondo Guccini erano pronti a "sparare cazzate".

Il concerto fu breve ma intenso e dopo Piccola città e Il vecchio e il bambino, fu la volta de La locomotiva. Fu a questo punto che Manuele Biancofiore detto Che Guevara diede di matto. Cominciò ad urlare alla volta di Guccini che lo fece salire sul palco (per fortuna senza chitarra). Con la bava alla bocca e completamente prostrato dalla presenza del grande Guccini incominciò ad essere verbosissimo e piagnucolando senza alcuna dignità snocciolò al microfono tutti i titoli delle canzoni proclamando il suo incondizionato amore per qualsiasi cosa, persona o vicenda avessero a che fare con Guccini Francesco da Pàvana. Azzardò anche alcuni cenni storici sull'origine dell'Avvelenata, sull'anarchico Pietro Rigosi che si impossessò della macchina a vapore a Poggio Renatico per scagliarsi contro il famoso "treno di signori" (altro che "No-Tav"). Per fortuna Enza Molinari capì che era giunta l'ora di strappargli il microfono. Il povero Manuele sembrava una "bimbaminkia" alla quale è stato rubato il ciupa-ciupa, ma fu meglio per tutti.


Pagina 76 6. Rinascimenti cronici

Dopo il concerto, Enza Molinari vero deus-ex machina della serata, aveva organizzato una cena in onore di Francesco Guccini; in fondo era lui quello che amava le osterie di fuori porta e così l'allegra brigata si trasferì sull'argine di una risaia, in uno di quei posti che quando cala la nebbia sembrano non esistere o esistere solo nella testa di qualche ubriaco. Il gruppo era relativamente ristretto ed era composto dalla nostra classe, da qualcuno dei nostri rivali del corso A e da alcuni insegnanti delle due classi: Andrea Bardi, Paolo Faustino Belletti detto il Maestro, la Perfida Tasso, il pittore di donne velate Cesare Spagnolini e altri "compagni di merende" raccattati strada facendo. La trattoria era uno di quei posti pieni di fumo, dentro quello delle sigarette, fuori quello della nebbia. A Francesco, ormai facevo parte della crème de la crème del liceo e potevo chiamarlo così, piacque molto: lui amava le tradizioni popolari, la campagna, la cucina ruspante. Tutti i cantautori amavano le tradizioni popolari: De André, Dalla, Guccini. Le amavano perché non le avevano mai conosciute oppure una volta conosciute avevano cambiato aria. Era evidente che gli unici ad avere addosso "puzza di popolo" eravamo Franz ed io. Ma andava bene così. Il Maestro Belletti non perse l'occasione di sedersi accanto a Guccini ed incominciare a raccontare di sé e di quando con Vincent Van Gogh e Mario Del Monaco aveva cantato L'anello del Nibelungo a Bayreuth; inutile scendere in dettagli o rilevare incongruenze, lo capì subito anche Guccini che, aveva capito al volo il personaggio. La cena fu esattamente il contrario di un pasto frugale, come capita sempre in queste occasioni. C'è da dire che in quegli anni i vegani erano ancora al di là da venire e i trigliceridi li conosceva solo la perfida Tasso per via della materia che insegnava. Gli altri erano tutti scarsamente preparati in proposito e molto più attenti a godersi la vita che non a farla durare a lungo. Guccini apprezzò molto fritti e fritture, salami e salamelle. Apprezzò anche che Manuele Biancofiore conoscesse tutte le sue canzoni e apprezzò ancora di più che non le interpretasse adesso dopo la cena. A lui, preferì una serie infinita di grappe e grappine. Alle prime ore del mattino la compagnia si sciolse. Guccini fu riportato in albergo da Franco Brugliano detto Bru-Bru che essendo "architetto professionista" e non "militante" aveva un sacco di soldi ed era l'unico a possedere una bella auto. Con quella cena si concluse quel periodo di lotte e l'occupazione del liceo. 


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Ma l'anno scolastico non era ancora finito, sarebbe stato un peccato farlo finire così come quando si chiudono gli ombrelloni, e la festa sembra finita.

Infatti la festa non era finita. Un lunedì durante la lezione di ornato disegnato Bardi ci fece deporre gli strumenti da disegno, incrociò le braccia ci fissò e chiese alla classe: «E se vi si portasse a Firenze?!». In realtà non si trattava di una domanda, era un'affermazione perentoria alla quale non era necessario rispondere. Bardi era fermamente convinto che solo un bagno nella civiltà e nella culla dell'arte italiana potesse fare di noi persone civili. Un po' come un bagno nell'acqua di Lourdes. «Naturalmente», aggiunse «Il programma lo fo io e se ‘un vi sta bene potete andarvi a gettare in Arno tanto di zotici sulla terra ve n'è già troppi». A me piaceva molto questo suo modo velato di dire le cose. La presero male solo le Consapevoli, il cui parere a detta di Franz contava quanto contano gli ornitologi per gli uccelli. Le Sorelle Materassi sorridevano (dalla felicità).

Così di lì a qualche settimana, dopo raccomandazioni e minacce di rito, partimmo per Firenze e, come disse Andre Bardi «Sarà tutto tranne che una passeggiata» e infatti non lo fu, in tutti i sensi.
Il professor Bardi era fiorentino da tredici generazioni. Insomma Giotto e Cimabue erano i nonni dei suoi parenti. Abitava a due passi dagli Uffizi, si può dire che Vasari fosse l’amministratore del condominio. Come di tutti i toscani, corre l'obbligo di dire che era "toscanaccio", anche se a me appariva molto più un fiorentino. Viveva per l'arte e per la cultura, la musica; l'unico sport che amava era il Palio di Siena. Insomma un bel personaggino. Avevamo davanti giorni impegnativi, in estrema sintesi, diceva Franz «Eran cazzi, oltre che Uffizi».

Nelle settimane precedenti alla gita fummo massacrati da Bardi che cominciò dal rogo si Savonarola e finì con Papini e Prezzolini, con una puntatina sull'alluvione di Firenze della quale avevo fatto cenno all'inizio del racconto. Bardi ci ripeté di essere stato un "angelo del fango" e la questione dell'Amintore Fanfani da Arezzo in impermeabilino bianco, ma oltre a questo ci diede anche una ferale notizia: tra gli accompagnatori c'era anche lei, la Perfida Tasso. Andare in gita con la Tasso, come già la gita a Venezia aveva ampiamente dimostrato, era come andare in gita con un rotweiller col mal di denti, comunque accompagnare noi in gita era uno sporco lavoro e qualcuno lo doveva pura fare.


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Partimmo in treno e facemmo giurare Manuele Biancofiore detto Che Guevara che al massimo avrebbe potuto suonare in treno per circa un'ora e impegnandosi a non ripetere i pezzi più di tre volte. La mozione fu approvata all'unanimità. Gli altri accompagnatori, oltre a Bardi che si trovava già nella sua città, erano Libero Borsieri e Manuela (perfida) Tasso. l'altra classe, quella dei nemici della sezione A, era accompagnata da Giorgio Monia, Giuliano Gabardelli, l'insegnate di figura e ornato modellato detto Sidol e da Franco Brugliano detto Bru-Bru docente di architettura. Mio nonno Giovanni avrebbe detto "la compagnia del filo di ferro"; effettivamente la mescola degli elementi poteva dar luogo a qualche attrito. All'arrivo a Firenze fummo accolti da Bardi con tanto di cappellaccio e spolverino proprio davanti alla chiesa di Santa Maria Novella. Capimmo al volo che l'overture sarebbe toccata a lui. Bardi ci radunò intorno a sé, senza badare troppo al fatto che avevamo con noi zaini e valigie. Era martedì, e anche questo doveva avere la sua importanza visto che Bardi, dopo aver zittito tutti, attaccò lo “spiegone” con queste parole: «Nella venerabile chiesa di Santa Maria Novella, gli era un martedì mattina, non essendovi quasi alcuna altra persona, si ritrovarono sette giovani donne». Tutti tacquero, qualcuno alzò gli occhi al cielo, altri fissavano il pavimento, la perfida Tasso fissava noi. Insomma, il clima era di attesa, e siccome tutto arriva per chi sa aspettare, le parole di Bardi arrivarono «Ora, io lo so che voi siete un branco di inguaribili somhari, ma non mi venite a raccontare che nessuno di voi si ricorda simili e celeberrime parole?!» Effettivamente nessuno si ricordava di quelle "simili e celeberrime parole". Che facevano le sette donne nella Chiesa di Santa Maria Novella oltre che a rovinare la gita a noi? Franz rispose: «Le troie». Tutti ci aspettavamo il peggio e invece sul viso di Andrea Bardi si aprì uno splendente sorriso. «Bravo Franz! Lo si aveva da sapere, che quando si parla di troie tu la sai lunga. Eh già, gli ha proprio ragione il Franz, sono le parole con cui inizia il Decamerone di Giovanni Boccaccio! Razza di somari raglianti!"». Cominciavamo bene; «Oddio non è che codeste signorine dovessero essere per forza dedite al meretricio, ma pe' falla breve nun dovevano essere certo delle santarelline, visto le novelle peccaminose che s'andavano a raccontare vicendevolmente co' loro ometti, suvvia». Insomma la spiegazione su Santa Maria Novella era partita un pochino da lontano, dall'inizio del Decamerone di Giovanni Boccaccio. Prima di arrivare alla facciata dell'Alberti sicuramente in albergo ci avrebbero dati per dispersi. Ci salvò la perfida Tasso che era una grande organizzatrice e rivolgendosi a Bardi disse: «Scusa Andrea, non sarebbe meglio andare in hotel a depositare i bagagli per essere più liberi? Altrimenti questi ci stramazzano qui ai piedi di Filippino Lippi o del Giambologna». 

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La professoressa Manuela Tasso, docente di chimica lasciò tutti interdetti per la preparazione artistica dimostrata, tanto che Luigi Mondini detto Luserta disse: «Ma prof. lei capisce anche di arte?!». Ma la perfida Tasso che non era donna da facili lusinghe disse: «Cerca di non fare il leccaculo tanto di chimica hai sempre tre». “Ciapa sü”, avrebbero detto a Milano (città della Tasso), ma per fortuna eravamo a Firenze.

Dopo esserci sistemati in albergo, fu tutto un Orcagna, un Donatello, un Giotto, un Vasari. Tutto e tutto insieme. Bardi sembrava essere stato punto dalla tarantola, non smetteva mai di parlare, di indicarci monumenti, additarci particolari architettonici, di citarci Dante Alighieri, Machiavelli, Lorenzo il Magnifico. Dopo una mattina con Bardi le Consapevoli del proprio ruolo parteggiavano per i ghibellini e le Belle e maledette per i guelfi. Franz per il Conte Ugolino.

Sia Borsieri che la perfida Tasso sembravano essere stati messi in ombra dall'entusiasmo di Bardi che nella sua città sguazzava a meraviglia, anzi a "maraviglia" poiché a Firenze spesso le vocali cambiavano e Bardi prediligeva esprimersi come un accademico della crusca.
All'ora di pranzo, ritrovati i nostri nemici della 3^A, ci cacciò tutti alla Buca dell'orafo, una trattoriaccia fiorentina che lui aveva frequentato da giovane, anzi da "giovine". Ci ingozzammo di qualsiasi cosa "l'orafo" ci portasse in tavola. Ci passò davanti metà della cucina toscana e l'altra metà ci sarebbe toccata la sera. Al termine del lauto pasto (ormai si toscaneggiava tutti), ci portò anche un bicchierino di vin santo con due cantuccini. Il vin santo piacque molto, ma piacquero molto anche i cantuccini tanto che Maurizio Bongo Rangoni, individuato il cesto nel quale erano riposti i cantuccini, mise in funzione una catena di montaggio per il furto dei cantuccini stessi che con un veloce passamano finivano tutti nei bicchierini del vinsanto. Al termine del pranzo il cesto posto in una nicchia nel muro (come una Madonna fiorentina), era desolatamente vuoto. Temevano che l'occhio dell'orafo (per altro l'unico occhio, poiché l'orafo era "sguercio"), potesse cadere sul cesto vuoto e se questo fosse caduto anche l'unico occhio buono, sarebbero stati guai in considerazione del fatto che l'orafo non aveva un aspetto proprio rassicurante, sicché, si fuggì, uno per volta da una porta laterale. Persino la Perfida Tasso, tutta doveri e bacchettate, si era resa responsabile del furto aggravato di cantuccini. Anche le Sorelle Materassi ne fecero incetta. L'unico che non mangiò fu l'architetto Borsieri, lui dei cantuccini non sapeva che farne, lui cadeva in deliquio solo per le architravi aggettanti. «Cazzi suoi», ammonì Franz.

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Dopo il pranzo alla Buca dell'orafo ci trasferimmo in Piazza della Signoria. Bardi ci piazzò davanti alla Loggia dei Lanzi e dopo Donatello e Giambologna, si soffermò sul Perseo del Cellini. La nota scultura bronzea rappresenta, com'è noto, o almeno come avrebbe dovuto essere noto a noi studenti d'arte, Perseo con il corpo di Medusa decapitato, ai propri piedi mentre solleva, trionfante, la testa del mostro appena recisa. Bardi, naturalmente, non ce la fece passare liscia: «Chi conosceva il mito di Perseo e Andromeda?» Nessuno rispose. La Perfida Tasso, che anziché occuparsi dell'elettrolisi dell'acqua, si interessava pure del mito di Perseo, scuoteva la testa condannando pure lei la nostra ignoranza cronica in materia di "quattrocenti", "signorie" e "rinascimenti". Il professore Bardi non mollò la preda : «Lo honoscete oppure no?» . «No» rispose il Luserta che in certe situazioni si dimostrava tutto tranne che un pavido. Inevitabilmente Bardi attaccò il pistolotto mitologico- artistico: «Quando Perseo vide la bellissima e nudissima Andromeda prigioniera del mostro marino Medusa che nun l'era la figliola della prima venuta ma niente-popò-di meno che di Cassiopea, e nun sto qui a chiedervi chi l'era Cassiopea altrimenti si fa notte. Quando il povero Perseo la vide prigioniera di siffatto mostro, qual era Medusa, si avventò su di lei e zac! D'un sol botto le recise il capo, sicché mentre in un tempo che non è un tempo e che si chiama "Mito" capitavano siffatte tragedie, voi dove 'gli eravate, razza di somari impenitenti?? ». Temevo la risposta di Franz che però non venne. Bardi riprese la spiegazione: «Quella che sta dinnanzi ai vostri occhi 'gli è il più bel bronzo di Benvenuto Cellini, che più che scultore 'gli era un orafo». E Franz, che aveva già taciuto prima pose il quesito: «Parente di quello del ristorante?». Era in momenti come questi che avrei voluto non essere tanto amico di Franz. Lui non riusciva mai a controllarsi. E Bardi nemmeno: «'Gli è che voi dovreste andare al tiro a segno anziché stare qui a Firenze, e al tiro a segno non si dovrebbe portarvi dalla parte di chi spara ma dall'altra, razza di somari raglianti!». La perfida Tasso, soffocando a stento una risata, si associò alla posizione di Bardi e ci disse subito che tornati a scuola ci avrebbe pensato lei a fare un po' di giustizia sommaria. Intanto anche le Belle e maledette si erano dissociate da Franz e persino le Consapevoli del proprio ruolo lo guardavano in cagnesco. Solo il Luserta rideva, mentre le Sorelle Materassi si limitavano a sorridere, ma questa non era una novità.

Il pomeriggio si era presentato subito difficile, riuscimmo però a salvarlo grazie all'attenzione che riservammo a Bardi che passò a commentare una per una tutte le sculture del Museo del Bargello. 

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Uscimmo leggermente mummificati e vagamente somiglianti a sculture trecentesche più che a garruli studenti in gita scolastica. Era il prezzo da pagare all'arte.

Alla sera fummo depositati dalla perfida Tasso, che poi tanto perfida non si era dimostrata, nella "Vineria da Cecco" per trascorrere qualche ora senza l'assedio dei rinascimenti incombenti ad ogni angolo della città. Naturalmente la Tasso, memore dell’esperienza veneziana del Bacàro dei do Mori e tutto quello che ne seguì catechizzò l’oste (che Franz aveva già ribattezzato “Oste della malora”) perché ci servisse solo ed esclusivamente “gazzosa” o acque naturali depurative, “diuretiche e antiuriche”, come è scritto sull’etichetta.

Manuele Biancofiore mise subito mano allo strumento e ci beccammo un paio di "avvelenate", tre o quattro versioni di Satisfaction e una Bocca di rosa che finì verso le due del mattino. Ma il fatto più significativo della serata fu senza dubbio, lo stato di innamoramento in cui cadde tale Noemi Pencherle per Manuele Biancofiore detto Che Guevara. La Pencherle frequentava la classe dei nostri nemici della 3A (e questo bastava a far storcere il naso a metà della nostra classe). Ma amore fu. Era destino che durante le gite scolastiche che Manuele Biancofiore cedesse al sesso o ai sentimenti e la gita a Firenze non fece eccezione.

Il problema maggiore era di tipo logistico. La classe di Noemi Pencherle alloggiava in un altro albergo. Si prospettava quindi una gita pregna di travagli sentimentali. Da quella sera Manuele Biancofiore ebbe delle “licenze” concesse con grande magnanimità sia dalla Perfida Tasso che da Andrea Bardi, per poter raggiungere l'albergo della Pencherle. Insomma, di fronte all'amore anche il guelfo-ghibellino Bardi e la viscontea-sforzesca Manuela Tasso, dovettero cedere. Il pomeriggio successivo, addirittura, fu proprio Andrea Bardi ad accompagnare con la sua vettura, Biancofiore nell'hotel Donatello dove alloggiava la classe di Noemi Pencherle. Bardi accostò l'auto e Biancofiore detto Che Guevara con chitarra al seguito e accompagnato da Franz salì sull'auto del professor Bardi. Era una Peugeot 404, una bella vetturetta con un solo optional: era priva di sedili, poiché il Bardi la usava per trasportare tele e cornici del babbo restauratore. Manuele Biancofiore e Franz Mauer salirono sull'auto e scomparvero come inghiottiti da un orrido d'alta montagna. In realtà erano solo accucciati per terra come due tacchini. 


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Bardi bofonchiò subito che «Se voi si vuole andare all'hotel col cavallo di San Francesco, fate pure, altrimenti vi sa da accontentare in codesto modo». Così si accontentarono. «Dove non potè il confort, potè l'amore», dissi io che ormai oltre che semiotico ed estremista mi cominciavo a sentire anche un po' Magnifico come il Lorenzo. Amori a parte la visita della città continuava e Bardi sembrava di giorno in giorno sempre più ringalluzzito. Il resto della compagnia, la 3A con i suoi accompagnatori, il filo-milanese Giorgio Monia e l'architetto da yacht club, Franco Brugliano detto Bru-Bru, non erano certo gagliardi nella visita alla città come lo eravamo noi, con a capo il condottiero ghibellino Andrea Bardi da Firenze. L'unico accompagnatore parimenti appassionato nell'altra classe, poteva essere il professor Giuliano Gabardelli detto Sidol che era anche il nostro insegnante di figura ed ornato modellato. Lui era uno scultore genuino, figurativo con qualche concessione alla scultore moderna, aveva lavorato anche con Sir Herny Moore che per uno scultore è un po' come per un calciatore aver giocato con Diego Armando Maradona. Lui (Gabardelli non Maradona), era nato a Carrara, non sotto un cavolo, ma praticamente dentro una cava di marmo, figlio di un cavatore di marmo e di una maestrina. Franz diceva che per lui la polvere di marmo era un po' come la cocaina, tanto era l'eccitazione che lo pervadeva quando parlava di scultura. Si commuoveva da solo raccontando di trapani e trivelle, pantografi e lime. Un brav'uomo al quale non riservavamo che un'attenzione distratta, se mi si passa l'ossìmoro. In classe era molto considerato dalle Sorelle Materassi e ignorato da tutti gli altri. Durante l'anno però aveva avuto l'idea di proporre ad un'altra classe, dietro a noi di un anno di corso, l'esecuzione di un busto del Papa. Si trattava di Paolo Sesto. Era un busto di creta a grandezza naturale; dalla modellatura in creta si sarebbe dovuta poi creare una "camicia" di gesso dalla quale ricavare un calco nel quale poi sarebbe stato colato del cemento e si sarebbe formata una scultura che lucidata a cera avrebbe dato l'effetto del bronzo. L'esecuzione dell'opera era stata affidata a due allievi molto diligenti, Mario Moioli e Gigio Santoro. A noi maschietti della classe i due sventurati non stavano poi così antipatici, ma la mente di Franz arrivava fino a dove mai avrebbe osato il resto della classe. Così un giorno passando per il laboratorio di modellato e formatura, vedemmo coperto dagli stracci per mantenerne la giusta umidità, il busto di Paolo VI. La tentazione di apportare qualche modifica fu grande. Franz non esitò e tolta una "miretta" e una stecca dagli chignon delle Belle e maledette in un attimo trasformò le fattezze di Paolo VI Giovanni Battista Montini da Concesio (Brescia), in quelle di Iosif VissarionoviDžugašvili al secolo Stalin da Gori (Georgia). 

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Franz aveva uno spiccato senso della citazione storica, Mario Moioli e Gigi Santoro gli autori del busto, un pessimo senso dell'umorismo. Luciano Gabardelli si depresse a tal punto che non ci volle accompagnare in gita a Firenze, semmai avrebbe voluto farci cavare marmo per il resto dei nostri giorni. Era però evidente che le guide migliori per la gita a Firenze ce le avessimo noi, anche se la Perfida Tasso non faceva altro che dirci che se fosse stato tutto in mano a lei la solfa sarebbe cambiata e che avremmo dovuto di tanto in tanto tirar fuori la zucca dallo scatolone dell'ovatta. Era un caratteraccio.

Dopo una sfibrante visita agli Uffizi che vide arrivare fino alla fine solo Luserta, le Sorelle Materassi, Franz ed io, gli ultimi giorni della nostra permanenza a Firenze avrebbero dovuti essere dedicati al Duomo, al Battistero di San Giovanni ma soprattutto l'ultimo giorno lo avremmo dovuto dedicare ai lavoretti del babbo del professor Bardi che si dilettava in restauri lignei e pittorici (il motivo per il quale sull'auto di Bardi si viaggiava col culo per terra, come avevano sperimentato Manuele Biancofiore e Franz).

Davanti al Battistero di San Giovanni, come sempre, Bardi la prese un po' alla lontana: «L'era l'anno 1401 e fu bandito un grande concorso pe' decidere chi avesse a dechorare la porta del battistero più bello del mondo. Voi, sapete vero cosa l'è un concorso?». Fu la prima volta che le Sorelle Materassi, solitamente silenti, rubarono la scena a Franz per dire una colossale boiata: «Quello di Miss Italia, per esempio...». Quella volta il poco elegante epiteto di "Troie" stava per uscire dalla bocca di Bardi, ne sono praticamente certo, ma Andrea Bardi "l'era un gentilomo fiorentino" e allora Franz gli venne in soccorso: «Zitte, troie!». Bardi, con uno sguardo d'intesa cameratesca finse di non sentire e proseguì nella spiegazione.

Comunque la spiegazione continuò e Bardi si perse subito dietro la formella del Sacrificio di Isacco e tutto il resto. Dopo il Battistero fu la volta di Santa Maria del Fiore, del Campanile di Giotto e, soprattutto, della cupola di Filippo Brunelleschi. «E pensare che se Filippo 'gli avesse vinto il concorso sarebbe stato lui e non Lorenzo a fare lo scultore delle porte del Paradiso e non gli avrebbe potuto creare codesta meraviglia che vi si para d'innanzi». A me piaceva molto Bardi perché chiamava gli artisti per nome di battesimo, un po' come fossero suoi amici, anzi suoi parenti. Del resto quando vedemmo la casa del professor Bardi in via della Ninna rimanemmo di stucco. Un budello infilato tra Palazzo Vecchio e gli Uffizi, una viscera del Rinascimento. Bardi aveva in casa persino l'abside di una cappella privata. 

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Quella viuzza era il cordone ombelicale che legava Bardi a Firenze. Entrare in casa sua fu come entrare in casa di Paolo Faustino Belletti detto il Maestro solo che mentre i cimeli del Maestro erano un po' da soffitta della zia, quelli di Bardi sembravano usciti dall'appendice dell'Argan. Madonne miniate, bronzetti rinascimentali, formelle, stipiti lignei, candelieri. Restammo a bocca aperta fino a quando dalla bocca (anch'essa aperta) di Luigi Mondini detto Luserta, che non brillava mai in acume uscì un esclamazione di meraviglia: «Oh professore, ma qui ci sono anche dei Luca della Robbiola!» . Bardi, che era già stato messo più volte alle corde, esplose: « Mondini, la robbiola è quella che tu conservi in loco del tuo cervello, razza di zoticone, ma 'gli è possibile che io vi porto in hasa mia, nel cuore della mi' città e debbo senitr cahare dalla tu' bocca simili hastronerie?! Si hiama Della Robbia, non de la Robbiola! Oh Santa Madonna del Pilar aiutaci un po' tu che qui non ce la si fa più a salvarci dall'invasione de' barbari buzzurri». Sì è vero Luserta se l'era cercata ma insomma, poveretto, aveva passato l'infanzia a pescare rane e la prima giovinezza davanti al bigliardino, voleva solo cercar di fare una buona figura.

Per fortuna c'ero io. Chiesi a Bardi di parlarci dell'attività di suo padre. Ricordando che aveva tolto i sedili dalla Peugeot 404, il solito Luserta chiese se per caso avesse fatto il carrozziere. Franz disse che se non taceva avrebbe fatto la fine di Fra Girolamo; l'allusione piacque molto a Bardi che si rabbonì e ci disse che il babbo aveva la passione di restaurar tele e telieri, dipinture e affreschi. Del resto la passione smodata che Bardi dimostrava per la sua materia doveva pur provenire da qualche parte. Ci disse che per l'ultimo giorno della nostra permanenza a Firenze ci aveva riservato una sorpresa, ci avrebbe portato a vedere l'ultimo lavoretto del babbo.

Nel tardo pomeriggio ci fu concessa da Bardi, Borsieri e dalla perfida Tasso, una passeggiata fino a San Miniato al Monte dove Borsieri, che spesso aveva dovuto soccombere alla travolgente loquela di Bardi, ebbe la grandiosa idea di farci eseguire degli schizzi delle architetture della città viste da quell'altura. Il rilievo architettonico era una fissazione di Borsieri. Tutti ci dovemmo armare di matite HB,1B e 2B che Borsieri passava in rassegna come un generale fa la conta delle sue baionette. Finalmente anche le Sorelle Materassi furono còlte in fallo: dimenticarono di portare con sé gli strumenti di lavoro; avevano solo il blocco da disegno, ma non le matite. Naturalmente la classe dimostrò che la solidarietà non è sempre un valore condiviso come si dice oggi, e nessuno prestò nulla alle due cerulee sorelline. 

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Borsieri scrutava il profilo di Firenze (non erano ancora tempi né di Sky, né di skyline). Ma Borsieri oltre che scrutare Firenze, scrutava anche i nostri sguardi, i nostri gesti e i mostri strumenti. Quando si accorse che le Sorelle Materassi stavano disegnando con la matita per gli occhi, strinse tra le labbra la pipa di radica (quella che usava durante le uscite ufficiali), e disse: «Fate un po' vedere gli strumenti da disegno...». Le due abbassarono lo sguardo, anzi il "punto di vista", trattandosi di un rilievo architettonico, e spegnendo il sorriso perenne ammisero di non avere con sé gli strumenti da disegno. «Ah..." Sussurò perplesso Borsieri, adesso vi mettete anche voi?».. Borsieri era in astinenza da cazziatone da più giorni, e ormai invidioso dei "J'accuse" di Bardi e delle urla forsennate della perfida Tasso, cominciò a brontolare come una pentola di fagioli. «Beh devo ammettere che avevo riposto in voi una certa fiducia che ora vedo tradita, anzi vedo che siete state travolte dalla sciatteria che ormai dilaga nella classe. Mai e poi mai mi sarei aspettato, non tanto la dimenticanza di uno strumento di lavoro, quanto il tentativo odioso e subdolo di gabbarmi. Ed ora eccovi qui lacrimanti come dei bambini colti con le mani nella marmellata», continuava Borsieri che ormai si sentiva Edmondo De Amicis. «Non è mai segno di maturità cercare di ingannare il proprio insegnante. E poi per cosa? Per finire miserabilmente umiliate sotto le forche caudine?» . Borsieri aveva una passione per Rupe tarpeie, Idi di marzo, Fatiche di Sisifo e compagnia bella. Lui che amava Ledoux e Boullée non ce la faceva proprio a non infilare una motto o una citazione storica in ogni discorso che andava facendo. Anche Luserta disse: «Davvero, vi sembra bello esser dovute venire a Minosse?!». «A Canossa, deficiente!», lo corresse Franz. Insomma cominciavamo tutti ad essere un po' più colti, chi più chi meno.

L'ultimo giorno della gita, Bardi voleva assolutamente mostrarci un lavoretto del babbo. Come lo chiamava lui. L'appuntamento era in Piazza Santa Croce alle otto del mattino. Franz chiese a Bardi se per caso dovessimo andare per funghi, ma Bardi rispose che non era stagione. Arrivammo in Piazza Santa Croce in ordine sparso: le Belle e le Consapevoli con la perfida Tasso, Biancofiore con la neo-fidanzata Noemi Pencherle con la Peugeot 404 senza sedili, noi maschietti con Borsieri, le Sorelle Materassi erano già in Piazza (sotto un lampione diceva Franz).

Il grande portale della chiesa era naturalmente chiuso. Appena sceso dalla Peugeot 404, Bardi che indossava il trench modello "Alluvione di Firenze" andò a posizionarsi proprio davanti al portone, ci radunò e disse: «Gli è un momento storiho! Storiho! Adesso si entra nella chiesa e vi fo vedere un lavoretto del mi' babbo». Bardi mise la mano nella tasca del trench ed estrasse un mazzo di chiavi. 

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Erano le chiavi di Santa Croce. Ricordo che quando l'Angelica mi diede la prima volta le chiavi di casa mi disse: «Se le perdi ti spacco la testa». Io le riposi nei pantaloni Facis e per paura di perderle tenevo sempre le mani in tasca tanto che i miei amici dicevano che ero un maniaco. Insomma le chiavi sono sempre stati oggetti importanti: San Pietro aveva le chiavi, la volta ha la sua "chiave", c'è la chiave di lettura, la chiave di violino; chi ha le chiavi detiene un potere e Bardi aveva in tasca le chiavi di una delle più importanti chiese di Firenze, Santa Croce. La cosa si stava facendo interessante, anche Franz disse "Cazzo" che significava che la cosa era importante. Bardi stranamente non aggiunse nulla, si limitò ad aprire il portone gigantesco.

Entrammo nella chiesa e ci accorgemmo della presenza di una troupe televisiva della Rai-tv (allora la televisione si chiamava così). Ci dirigemmo verso il centro della navata centrale nel cui mezzo erano posizionati dei cavalletti. Bardi ci bloccò davanti ad un enorme telo di cellophane. Chiese alle Sorelle Materassi di aiutarlo a scostare il telo. Prima di spostarlo ci guardò intensamente e disse, «Ecco il lavoretto che ha fatto il 'mi babbo...». Da sotto il telo comparve la Crocefissione di Cimabue! Per una volta la 3B restò senza parole. Non sorridevano nemmeno più le Sorelle Materassi e Franz disse «Finché si scherza si scherza». Quello era il lavoretto del babbo del professor Bardi.

Ci spiegò che il Crocefisso era stato restaurato dopo il danno che subì a causa dell'alluvione di Firenze del 1969, quando Bardi e altri "Angeli del fango" fecero fuggire Fanfani da Firenze che «C'era presentato co' suo impemeabilino immacolato e sorretto da quattro bischeri tirapiedi come se fosse il Papa. L'aveva paura di sporcarsi le scarpette di camoscio boia d'un mondo hane». Insomma a Santa Croce capimmo, toccammo con mano l'arte. Non era più sull'Argan o sulle diapositive di Monia o Borsieri, era lì sdraiata davanti a noi e aveva le fattezze del Crocefisso di Cimabue, quello che ci citava il Maestro Belletti nell'aula di Figura uno: «Creda Cimabue nella pittura tener lo campo ma ora di Giotto è il grido, di colui la fama oscura...». Altro che pantaloni Facis, ero lì e davanti a me c'era l'arte. Questo faceva ammutolire anche Franz, il che è tutto dire.


Pagina 87 7. Badilate di cultura

Anche il terzo anno volgeva al termine, e anche quest'anno sentivo incombere il vuoto esistenziale dell'estate. Nessuno all'artistico festeggiava l'arrivo della bella stagione che veniva accolta con un senso di malinconia. La professoressa Durante di storia dell'arte diceva che c'era un tempo per ridere e uno per piangere. Franz diceva che portava un po' sfiga. Era evidente che nel mio quartiere di fabbriche e canali non mi divertivo più come un tempo. Una volta mi bastava poco, un pallone o le sassate alle bottiglie o magari una scorribanda alla vecchia stazione abbandonata. Adesso se non avevo in tasca «l'Espresso» non mi sentivo bene. E la tasca non poteva più essere quella dei pantaloni Facis, ma quella dell'eskimo o del trench. Quell'anno fui promosso con ottimi voti, su tutti uno splendido otto in storia dell'arte (e un sei regalatomi dalla Tasso).

In estate ero solito trascorrere un mese al sud, al paese di mio padre che oltre ad essere comunista era anche meridionale (terrone avrebbe detto Franz, ma dicevano così anche tutti gli altri). E così quell'anno, dopo una sosta a Roma a casa di uno zio che abitava in un casello ferroviario piantato come un fungo in mezzo ai grovigli di binari della stazione di Tiburtina, cercai di non fare solo della villeggiatura ma un po' di "turismo culturale", che era l'antesignano delle "vacanze intelligenti" che erano ancora di là da venire.

A Roma in una settimana costrinsi mia mamma Angelica e mio papà Renato ad un tour de force (il Maestro Paolo Faustino Belletti avrebbe detto un Tour de France, ma sorvoliamo). Costrinsi quei due poveri disgraziati dei miei genitori ed anche mio zio Pasquale ad un itinerario artistico-culturale massacrante, con me nella parte di saccente cicerone, tanto che lo zio Pasquale, seduto sul bordo della Fontana di Trevi disse «Mazza ma che ve siete cresciuti?». L'Angelica era fiera del Mariulin, ma papà Renato continuava a credere che avevo buttato via il mio tempo. Credo lo pensasse anche zio Pasquale che era un ferroviere. A questo proposito gli parlai di Manuele Biancofiore detto Che Guevara e de La locomotiva di Francesco Guccini. Zio Pasquale, stordito dalla canicola di agosto mi disse: «Ma che stai a dì?». Insomma, quelle erano persone limitate ed io ero un essere che stava sperimentando il senso di illimitatezza dell'arte e della poesia. 

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Nonostante questo capii che era meglio soprassedere e per qualche giorno me ne andai vagabondo per la mia Roma, che era la stessa di Bernini e Borromini, della Colonna Traiana della quale conoscevo nome per nome ognuno dei soldati Daci riprodotti nella cruentissima battaglia coi romani. La vacanza proseguì sulle coste campane. Nel profondo sud tra i parenti, gli zii e le zie mi sentivo un pesce fuor d'acqua. Dalle zie di Mondragone le questioni d'arte non erano proprio di casa, ma del resto non lo erano nemmeno nel quartiere operaio dove ero nato e dove avrei dovuto tornare a fare il tornitore o il meccanico. Invece quella scuola di pazzi mi aveva cambiato la vita, anzi come diceva Giorgio Monia, avevo ormai una Weltanschauung diversa. L'estate passò tra scavi pompeiani e le "bottiglie" (quelle della conserva di pomodoro), della zia Carmelina, un rito antico molto lontano dagli happening a cui ormai aspiravo. Beh, qualcosa di surreale nelle mie vacanze c'era in fondo: il kitsch della Festa di San Vitaliano, con le lampadine e i pali blu, e gli artisti della Rai Tv che cantavano sulla piazza del paese. Ormai conoscevo a memoria Opera Aperta di Eco, parlavo come il figlio di Monia, avevo una coscienza politica. Cosa ci facevo a Mondragone? Avrei dovuto essere a Parigi o a Londra ma sapevo vedere un alba in un tramonto, come avrebbe detto di lì a qualche anno un famoso musicista italiano. Infatti con la Rolleiflex che mio padre mi aveva comprato vendendo tutta la collezione di manubri di biciclette che aveva raccolto negli anni, avevo fatto un reportage sulla festa religiosa al sud. Avevo seguito le processioni e i riti, avevo frequentato le bancarelle che vendevano 'u musso (il muso del maiale), ascoltato 'u cuncertino nella piazza del paese, avevo fotografato tutto, la devozione e il fanatismo. Al mio ritorno sviluppai e stampai le fotografie nella camera oscura del liceo e consegnai tutto al mio idolo, il professor Giorgio Monia che nel frattempo si era iscritto al DAMS, quindi ora, oltre che mio docente, era uno studente come me. Arrivai al liceo con una bella sahariana verde come la sua, con un pacco di libri sotto il braccio, come lui, mi ero fatto crescere una barba rivoluzionaria. Unico neo, l'Habana; non sopportavo il fumo e non avrei nemmeno saputo dove trovare un sigaro del genere, visto che il tabaccaio del mio quartiere vendeva solo Nazionali senza filtro e Muratti per quelli che andavano nei night.

Monia gradì molto vedere le fotografie stampate su carta Ilford. Mi disse, «Bravo, finalmente qualcuno che non ha fatto le solite vacanze da tartufi». Non osavo chiedergli cosa fossero le vacanze da tartufi, per dir la verità non sapevo nemmeno bene cosa fossero i tartufi (non erano tempi di Masterchef). Guardò le foto con attenzione e già il fatto che fossero in un "rigoroso bianco/nero" , mi fece scalare vertiginosamente la sua classifica personale degli studenti. Ormai perfino Roby Paganelli detta la Rouge mi guardava dal basso in alto.


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L'anno scolastico era cominciato nei migliori dei modi. La 4^B era sempre la stessa e le dinamiche in terne praticamente immutate. Il 1977 in Italia fu l'anno degli studenti e del loro pittoresco "Movimento". Il nemico principale del movimento, oltre che il governo, il padronato, il ministro dell'istruzione, la Confindustria, il capitalismo ecc. Era il ministro dell'interno Francesco Cossiga, anzi "Kossiga" come era scritto sui muri di tutta Italia. Anche uno un po' fuori dai giochi come Luigi Mondini detto Luserta aveva notato la "K" e un giorno mi chiese, vergognandosi un po' se questo Kossiga fosse un russo. «No», risposi, «è sardo». Lui che proprio un genio non era, mi chiese se i nomi sardi si scrivessero con la "K". Per Fortuna Franz, che aveva senso pratico disse «Sì i sardi e gli Amerikani» usano la "K". Franz era un genio, incompreso, come spesso accade ai geni.

In quell'inizio d'anno passammo più ore nelle piazze che nelle aule. Anzi qualche volta le aule erano le piazze visto che, oltre alle rivendicazioni del Movimento, c'erano le lotte per avere aule decenti. Già ad ottobre Roby Paganelli detta la Rouge aveva preso il posto di Lalla De Ambus come leader degli studenti del liceo. Esordì in una serie di sit-in in una piazza della città. La Paganelli, con tanto di sciarpa rossa come i capelli, ed eskimo verde, megafono in mano leggeva i diari di Andy Warhol ai passanti straniti ed infreddoliti. «Chi è questo vecchietto?», chiese una pensionata di passaggio fermatasi a guardare un tazebao dove campeggiava il ritratto del grande artista della Pop Art. «Non è un vecchietto», aveva detto Franz, «È un pensionato come lei dopo aver visto quanto prende di pensione». Una sintesi esemplare di Agit-Prop e sociologia. Del resto Andy Warhol si tinse i capelli di grigio quando aveva trent'anni proprio perché le persone potessero pensare che quel vecchio portasse benissimo gli anni. C'era qualcosa di irresistibilmente Pop anche in Franz.

La sede del liceo in via Micca era diventata il cuore pulsante del Movimento. Tutte le scuole facevano capo all'artistico. No, non era nata come una scuola qualsiasi e continuava a non esserlo. In città la contestazione aveva tre poli oltre al liceo artistico: uno era il pregiatissimo Liceo Classico “Giuseppe Mazzini” dove avevano studiato tutti i notabili della città, da dove erano usciti primari, notai, senatori, e anche qualche Presidente della Repubblica. Lì la contestazione era sempre in guanti bianchi. I contestatori erano quelli ai quali Eugene Ionesco, un decennio, prima si era rivolto dicendo, «Urlate, urlate, tanto diventerete tutti dei notai», infatti così fu sempre in ogni epoca e in ogni luogo. 

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L’altro fulcro della contestazione era indubbiamente l’Istituto tecnico industriale “Ettore Villa”, ma lì i contestatori poco sapevano di indiani metropolitani, di Boul Mich e di tutto l’armamentario folcloristico del Movimento, quelli erano dei buzzurri come diceva Roby Paganelli detta la Rouge.

All’artistico gli incontri, i dibattiti, le riunioni, si succedevano febbrilmente; il liceo era come un formicaio impazzito. Il vecchio preside della scuola aveva preso un lungo periodo di aspettativa per motivi di famiglia e le redini del liceo furono prese da Manuela Tasso, la nostra insegnante di chimica unanimemente bollata come Perfida Tasso. In realtà non era così perfida, era solo un generale delle SS, ma aveva un animo buono ed era molto simpatica. Questo però non le impediva di essere una delle insegnanti più temute del liceo. Il tono della voce era sempre superiore ai decibel consentiti, parlava come una mitraglia, vedeva tutto e, soprattutto, comandava tutti a bacchetta. Le retate nel chiostro erano quotidiane: la Tasso passava, seguita dai suoi luogotenenti, il professor Giuliano Gabardelli detto Sidol, lo scultore e il professor Fernando Tortiglioni, anch'esso di modellato, detto Hare Krisnah che come diceva Franz "contavano come il due di picche". Era chiaro che a comandare fosse lei. La Tasso gestì quel periodo di grandi sconvolgimenti scolastici con molta capacità ed acume, Franz diceva "culo".

Quello sarebbe stato il nostro ultimo anno all'artistico, tranne che per coloro che avrebbero deciso di frequentare anche il quinto anno "integrativo". Tutti paventavano lo spettro della "Maturità". Era epoca di grandi psicologie ma non di psicologi a scuola e quindi l'esame di maturità doveva fare paura, era giusto così, direi necessario. Noi avevamo tutto, tranne che paura. A noi, per tanti motivi diversi, andare a scuola continuava a piacere. In fondo ci piaceva anche prendere i pesci i faccia da Monia e Borsieri. Franz propose anche di farci bocciare un anno per restare ancora insieme. Per poco non ci riuscimmo. Cominciavo a pensare che una volta terminato l'artistico avrei potuto frequentare l'università. Pensavo alla facoltà di architettura o a quella di lettere con indirizzo artistico. Monia insisteva perché cominciassi a pensare al DAMS di Bologna che allora aveva poche centinai di studenti; mio padre Renato e mia madre Angelica pensavano alla catena di montaggio della FIAT, Franz diceva che avremmo dovuto sposare le Sorelle Materassi, sposarle e poi ucciderle, ma lui era un caratteraccio. Per dire il vero in classe c'era un altro buon partito, si trattava di Cristiana Bentivegna, detta Limousine, figlia di un architetto e un pochino fuori dalla mischia, bella e fascinosa. 

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Purtroppo ci eravamo già giocati la sua fiducia quando Franz in uno dei suoi improvvisi rapimenti creativi, aveva trasformato il ritratto della mamma che Limousine aveva eseguito con tanta cura da una vecchia foto in bianco/nero, nel ritratto di Adolf Hitler, detto il Fuhrer. Franz era un disegnatore eccezionale, mi verrebbe la tentazione di definirlo un genio, ma era troppo ironico ed auto-ironico per prendersi sul serio. Aveva un'intuizione visiva a dir poco micidiale, tratto sintetico, veloce, fulminante. Avrebbe potuto essere un illustratore di primo piano, magari un fumettista invece diventò un camionista, ma la nostra società è fatta così, spreca talenti, non sempre le persone giuste sono al posto giusto. Nella nostra classe, pochi avrebbero fatto strada nel mondo delle arti visive o dell'architettura. In fondo mio padre non aveva visto male, quello che ci aspettava non era quello che sognavamo, ma quella era una scuola fatta proprio con la materia dei sogni ed io non l'avrei cambiata con nessuna scuola al mondo, e pensandoci bene, non la cambierei nemmeno oggi.

A novembre, dopo le lezioni, in piazza, i blocchi stradali, la solidarietà a questo e a quello si profilò la possibilità di partecipare alla realizzazione di un'opera teatrale (una piéce come diceva Monia, guardando con sospetto tutti quelli che consideravano "commedia" quello che veniva rappresentato su un palco). In quell'autunno il teatro della città, quello in cui era stato ospitato il liceo artistico prima del trasferimento nella sede di Via Micca, aveva in programma una collaborazione con alcuni istituti scolastici cittadini. Erano i tempi della "partecipazione" della gestione "democratica" del teatro. La direzione del teatro prese contatti con la perfida Tasso che individuò in Sebastiano Masselli, "lo Scrittore" la persona giusta per far nascere uno staff che potesse collaborare col teatro. Masselli, che oltre ad essere un personaggio di grande spessore intellettuale, aveva anche un grande senso dell'ironia pensò subito di affiancare all'architetto Borsieri, anche Paolo Faustino Belletti, detto il Maestro che tra gli altri titoli, millantava un diploma in scenografia all'Accademia di Belle Arti di Napoli oltre che ad aver allestito spettacoli teatrali in mezzo mondo, si suppone dell'altro emisfero, poiché in zona non si era mai visto nulla. Nell'impresa fummo coinvolti con noi anche qualche alunno della classe nemica, la 4^A. A proporre il testo da rappresentare fu Libero Borsieri che, diceva, «Meglio mirare in alto, tanto poi con il rinculo si finisce sempre a spararsi sui piedi» e così, senza troppe ciance si decise per il testo: L'opera da Tre soldi di Bertolt Brecht. 

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Al Maestro, naturalmente, non parve vero di poter raccontare qualche episodio di vita vissuta in compagnia di Brecht, che, naturalmente diceva di aver conosciuto e del quale, diceva essere stato "compagno di merende"; per la precisione Frustruckcammerate, almeno così disse Masselli a cui piaceva rimestare nel torbido, soprattutto quando si trattava di castronerie, incoraggiava il Maestro ad utilizzare questa sua conoscenza intima con Bertolt Brecht, per dare maggior vivacità alla rappresentazione dell'Opera. Borsieri dal nervosismo aveva ormai masticato tre o quattro bocchini della pipa di radica. Fosse stato per lui, Paolo Faustino Belletti non avrebbe trovato posto nemmeno tra il pubblico, altro che regista! Belletti però non si fece sfuggire l'occasione e rammentò di aver lavorato per anni al Volksbuhne di Berlino. Franz diceva che spazzava i camerini, ma lui era sempre il solito disfattista.

Durante un sopralluogo sul palco il Maestro, accolto dal direttore del teatro diede il meglio di sé, presentandosi con una cavatina, parlando del pittore Mario Cavaradossi e affermando di essere parente di Giorgio Strehler, insomma un normalissimo "colpo da Maestro". La preparazione dello spettacolo occupò tutto il mese di novembre e fece consumare al teatro tonnellate di polistirolo che il Maestro Belletti utilizzava in quantità industriali per produrre il nulla. Il compito appariva quanto mai arduo. Tra le varie difficoltà vi sarebbe stata quella di trovare un interprete degno delle musiche di Kurt Weil, per non parlare della scelta su chi dovesse interpretare la parte del criminale Mackie Messer e della sua donna Polly Peachum, nonché a chi affidare il ruolo del capo della polizia Tiger Brown. Ma il regista, Maestro Faustino Belletti, su canagliesco consiglio dello Scrittore Sebastiano Masselli, fugò ogni dubbio: per le musiche di Kurt Weil non c'era problema, Manuele Biancofiore detto Che Guevara sarebbe stato perfetto, la parte di Mackie Messer sembrava essere tagliata su misura per Franz Mauer, Roby Paganelli detta la Rouge non poteva che essere la donna di Mackie, mentre il capo della polizia doveva necessariamente essere Lugi Mondini detto Luserta. Andava da sé che il lumpenproletariat londinese dovessimo essere noi. Franz fu l'unico vero personaggio credibile, delinquente e teppista senza sé e senza ma. La rappresentazione fu un disastro, per fortuna Bertolt Brecht l'aveva intitolata Opera da tre soldi così non si sarebbero create eccessive ambizioni, né negli attori né, tantomeno, negli spettatori; in fondo si trattava di "teatro didattico" come ci aveva insegnato Borsieri. La recitazione fu in gran parte improvvisata, il pubblico distratto, la morale stessa dell'opera brechtiana in Italia non costituiva nemmeno chissà quale novità, visto che da secoli qui i delinquenti sono premiati. la Rouge fu subissata di fischi e le fu suggerito quale dovesse essere la sua vera professione.  

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Luserta non si accorse di nulla, mentre per noi proletari ci fu l'uscita antincendio a salvarci dalla vergogna. La platea vociante decretò la nostra debacle. Borsieri maledisse sé stesso per aver ceduto alle lusinghe del palcoscenico, Sebastiano Masselli se la rideva sotto i baffi, ma Paolo Faustino Belletti era tronfio. Assolutamente soddisfatto dello spettacolo, disse che anche Toscanini fu fischiato e invocò il detto mussoliniano "tanti nemici tanto onore" aggiungendo che non si poteva aspettarsi nulla di meglio da un pubblico di una nebbiosa provincia, non abituato ai clamori dell'avanguardia.

Monia per parte sua, che si era sempre dimostrato contrario al progetto non perse l'occasione per ribadirci che «A livello semantico l'abolizione della quarta parete è un po' come il trauma del parto- nascita che pone in discussione le sicurezze dell'immedesimazione mimetica a tutto vantaggio della presa di coscienza». Trascrissi tutto il suo discorso e decisi, che di riffa o di raffa, lo avrei infilato nel tema della maturità, anche se fosse stato sulla coltivazione del mais. Monia era il mio idolo.

Per fortuna l'argomento teatro era chiuso e così tornammo alle nostre lotte e alle nostre manifestazioni, la scuola poteva aspettare, che diamine! Quello era il 1977, e come il 1789, il 1917 e il 1968 sarebbe passato direttamente dai calendari ai libri di storia e ditemi che non è stato così se ne avete il coraggio.

Prima di Natale la perfida Tasso che ormai era entrata pienamente nel ruolo di preside facente funzioni del liceo, mi chiamò nel suo ufficio. Non comprendevo cosa volesse da me, ma ero pronto all'autodifesa anche se non sapevo bene per quale fatto o fattaccio accaduto. Invece la perfida Tasso in veste di Santa Maria Goretti mi disse che aveva bisogno del mio aiuto. Del mio? Sì del mio. Finalmente qualcuno si era accorto che ormai ero diventato uno studente modello anche se fuori dagli schemi, un intellettuale organico, un esteta, magari anche un critico cinematografico, La perfida Tasso, proprio lei che sembrava così algida nei rapporti umani e furente con le negligenze, chiedeva consiglio a me!

Seduto nel minuscolo ufficio di Presidenza sotto lo scalone (praticamente uno sgabuzzino), la perfida Tasso venne subito al punto: «Ti devo chiedere aiuto: ieri è arrivato un nuovo studente; o meglio è arrivato uno studente che avevo bocciato lo scorso anno e che ha deciso di riprendere gli studi. Il problema è che è un po' esuberante e viene dal tuo stesso quartiere», che voleva dire è un poveraccio come te. Frugai nella memoria, ma nessuno veniva dal mio quartiere; solo Franz ed io eravamo arrivati lì per caso. 

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La perfida Tasso continuò: «Si chiama Luca Zaccagnini e sua madre  lavora alla tessitura come la tua». Luca Zaccagnini! Era come dire che tutte le stranezze che avevo visto finora erano acqua fresca. Luca Zaccagnini infatti, insieme a Raffaele Crescentino (figlio illegittimo della Genestruna, quella che esercitava sotto il ponte della ferrovia) e Costantino Baraban detto lo Zingaro, era tra i più disperati del quartiere. Luca Zaccagnini era soprannominato Elvis. Si presentava vestito come uno che va a sposarsi in terze nozze a Las Vegas: giacca con frange, cappello country-western perennemente sul capo e chitarra Fender sempre al collo, anche durante l'evacuazione mattutina. Vidi la Tasso stranamente preoccupata e mi chiedevo cosa avessi dovuto e potuto fare io per aiutarla. Lei fu molto franca: «Questo non è uno come gli altri. Questo è incontrollabile. E tu hai qualcosa in comune con lui; in fondo venite dallo stesso quartiere difficile, avete passato l'infanzia per la strada, diciamo che venite dalla stessa scuola di vita». Insomma la Tasso voleva dire che eravamo poveri disgraziati. Infatti lo eravamo, ma a parte questo non ci accomunava molto altro. Pensandoci bene, in gioventù indossavamo entrambi i pantaloni Facis. Comunque accolsi l'invito della professoressa Manuela Tasso e cercai di farmi amico Luca Zaccagnini. In realtà le idee della Tasso al riguardo erano piuttosto inquietanti. In considerazione dell'esuberanza del nuovo arrivato, la Perfida Tasso avrebbe voluto organizzare un piccolo cordone sanitario e posizionare le aule che Elvis avrebbe frequentato, nei pressi della Presidenza di modo da poterlo controllare in maniera più stringente.

Luca Zaccagnini detto Elvis era peggio di quanto di peggio si potesse immaginare. La prima volta che lo intercettai andava in vespa. Solo che andava in vespa nel corridoio del primo piano. Gli rammentai della nostra vecchia amicizia. La risposta non fu di tipo verbale: mi saltò a cavalcioni e cominciò ad urlare che eravamo due ranat (così erano soprannominati gli abitanti del quartiere che si stendeva tra ferrovie, fabbriche e risaie). Oggi si direbbe che era di difficile gestione.

Luca Zaccagnini detto Elvis divenne subito amico di tutti, in particolare di Manuele Biancofiore detto Che Guevara, visto che era anche lui un musicista. Solo le Consapevoli del proprio ruolo lo tenevano a debita distanza anche a causa del saluto che rivolse loro la prima volta: «Ciao belle gnocche!». Le Belle e maledette erano più ben disposte nei confronti del nuovo compagno che non si sapeva ancora bene che classe dovesse frequentare. 

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A questo proposito il consiglio di presidenza presieduto dalla Tasso si espresse sull'arrivo del nuovo problematico alunno. Fernando Tortiglioni detto Hare Krisnah, collaboratore della Tasso era una di quelle persone che pondera ogni parola del discorso prima di pronunciarla; il tono della voce era decisamente "induista", un procedere lento come il corso del fiume Gange che però faceva venire il latte alle ginocchia alla Perfida Tasso abituata a cantarle chiare a tutti e in qualsiasi condizione. E' inutile dire che per Tortiglioni Luca Zaccagnini detto Elvis andasse accolto e gli andava concessa la massima fiducia. Anche l'altro collaboratore lo scultore Giuliano Gabardelli detto Sidol era molto umano e comprensivo, un "pappamolla" diceva Franz, e quindi tutti si dichiararono disponibili non solo ad accoglierlo, ma anche ad aiutarlo a recuperare il programma di studio non svolto. Anche Elvis stesso si dichiarò disponibile, infatti cominciò a cantare a squarciagola Good Rockin' Tonight con tanto di riff e sbattimento di tacchi degli stivali sul pavimento. La perfida Tasso diede di matto e, come di prassi, dopo avergli consigliato di ciucciare il pomo dell'ombrello, lo minacciò formalmente di prenderlo a calci nel culo, tanto per essere chiari. Per tutta risposta, Luca Zaccagnini, distribuiva pacche sulle spalle a Hare Krisnah e Sidol e cominciò a chiamare Manu la professoressa Manuela Tasso, che diventava sempre più perfida.

Intanto fuori e dentro l'edificio di via Micca, il 1977 impazzava. Era un Movimento strano quello del Settantasette. La politicizzazione stava trascolorando in qualcosa di più e di diverso. Non furono solo anni di piombo ma anche anni di piuma (pesa di più un chilo di piombo o un chilo di piuma?). Infatti fecero la loro comparsa, anche al liceo artistico , gli indiani metropolitani. Insapettatamente alcune delle Belle e maledette furono affascinate prima dagli "indiani" poi da Osho Rajneesh, da «Re Nudo» e da tutto l'arancionismo circolante. Qualche significativa defezione dalla politica ci fu anche nelle Consapevoli del proprio ruolo. Persino il Luserta chiese con un certo interesse cosa fossero gli Indiani metropolitani, solo che lo chiese a Franz che rispose: «Quelli che digiunano alla stazione della MM di Loreto». Il Luserta che amava la storia disse che il nome Loreto gli ricordava qualcosa e Franz con la solita dose di crudeltà puntualizzò che siccome era difficile che lui sapesse che ci fosse stata la caduta del fascismo e nelle Marche sicuramente non ci era mai stato, era probabile che Loreto fosse il suo pappagallino. Luserta si dichiarò soddisfatto della risposta e Franz. Anche Roby Paganelli detta la Rouge ormai non parlava più di Lotta Continua ma delle filosofie orientali e non mi sarei stupito più di tanto se Manuele Biancofiore detto Che Guevara si fosse trasformato in un situazionista detto Guy Debord.

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 Monia intanto "stigmatizzava" e guardava con sommo disprezzo tutti gli accadimenti, un po' freak di quei mesi. Era evidente che la politica e la militanza stavano cambiando. Mentre io ero passato dai pantaloni Facis all'eskimo, i militanti della sinistra stavano passando dall'eskimo alle piume e ai camicioni arancioni. Da lì a qualche anno ci sarebbe stato il riflusso, che non era una malattia dell'apparato digerente ma solo una svogliatezza verso la politica che Monia stava già preconizzando nel 1977. Quell'anno però ebbe il suo culmine in marzo, quando a Bologna scoppiarono incidenti molto gravi tra polizia e studenti che erano stati preceduti dalla cacciata del leader della CGIL Luciano Lama dall'Università di Roma. La notizia arrivò nel corso di un'assemblea che si stava tenendo in palestra. Roby Paganelli detta La Rouge ed Enza Molinari detta Baguette, stavano riassumendo le mozioni di voto sulle iniziative da intraprendere quando furono interrotte da Mario Moioli che dopo la trasformazione del suo Paolo VI in Josiph Stalin si era convertito alla FGCI (non quella del pallone, l’altra). Moioli, dette la notizia con voce greve e tono pensieroso mentre la platea di estremisti di ogni tipo la accolse con un boato di entusiasmo. Era le due anime del Movimento, quella che stava con il Partito Comunista del sindaco di Bologna Renato Zangheri e quelli che, se non stavano con l'altro Renato (Curcio), poco ci mancava. Insomma tutti in quella palestra erano schierati con qualcuno tranne tre persone: Desirée ed Evelina Materassi e il Luserta che stava facendo la schedina della Sisal. A marzo molti di noi andarono a Bologna al convegno contro la repressione. Partimmo armati di Rolleiflex e Videotape, oggetti che ormai maneggiavo anch'io con una certa disinvoltura. A Bologna, il Movimento ci andava sperando ardentemente che il sindaco di Bologna facesse intervenire la polizia, di modo da poter fare le vittime. Invece non successe un gran che, la manifestazione fu animata da girotondi (che tanti anni dopo diventarono pure una specie di partito politico).

Intanto la vita scolastica scorreva nell'ordinaria follia che vedeva sempre più spesso la perfida Tasso fare irruzione nelle aule alla ricerca di sostanze e oggetti quali hashish, marjuana, chitarre, bonghi, pizze e le prime cuffiette per il walkman. Luca Zaccagnini si era ambientato anche troppo bene ed era diventato l'allievo prediletto di Paolo Faustino Belletti detto il Maestro, che, come voleva la tradizione era uso utilizzare gli alunni per piccoli servigi. In particolare Luca Zaccagnini detto Elvis veniva spesso utilizzato come baby-sitter