Del resto non era da sottovalutare il fatto che la "trasgressione" massima durante gli anni della scuola media era stata di sputare dalla finestra in testa al cane della professoressa Spadaccini, un cagnolino male in arnese che odiava i bambini. Pensandoci bene, mentre Guccini snocciolava quella sequela di parolacce, mi ricordai che qualche volta avevo sbirciato la Genestruna sotto il ponte della ferrovia mentre faceva qualche lavoretto ai suoi clienti. Adesso però le parolacce Guccini le diceva davvero e non dovevo nemmeno nascondermi per la vergogna, perché ormai, oltre che uno studente dell'artistico, ero anche negro, ebreo, comunista, come sbraitava Guccini dal palco. L'unica cosa che non sapevo era chi fossero un musico fallito, un pio, un teorete, un Bertoncelli o un prete... Che secondo Guccini erano pronti a "sparare cazzate".
Il concerto fu breve ma intenso e dopo Piccola città e Il vecchio e il bambino, fu la volta de La locomotiva. Fu a questo punto che Manuele Biancofiore detto Che Guevara diede di matto. Cominciò ad urlare alla volta di Guccini che lo fece salire sul palco (per fortuna senza chitarra). Con la bava alla bocca e completamente prostrato dalla presenza del grande Guccini incominciò ad essere verbosissimo e piagnucolando senza alcuna dignità snocciolò al microfono tutti i titoli delle canzoni proclamando il suo incondizionato amore per qualsiasi cosa, persona o vicenda avessero a che fare con Guccini Francesco da Pàvana. Azzardò anche alcuni cenni storici sull'origine dell'Avvelenata, sull'anarchico Pietro Rigosi che si impossessò della macchina a vapore a Poggio Renatico per scagliarsi contro il famoso "treno di signori" (altro che "No-Tav"). Per fortuna Enza Molinari capì che era giunta l'ora di strappargli il microfono. Il povero Manuele sembrava una "bimbaminkia" alla quale è stato rubato il ciupa-ciupa, ma fu meglio per tutti.