Pagina 87 7. Badilate di cultura

Anche il terzo anno volgeva al termine, e anche quest'anno sentivo incombere il vuoto esistenziale dell'estate. Nessuno all'artistico festeggiava l'arrivo della bella stagione che veniva accolta con un senso di malinconia. La professoressa Durante di storia dell'arte diceva che c'era un tempo per ridere e uno per piangere. Franz diceva che portava un po' sfiga. Era evidente che nel mio quartiere di fabbriche e canali non mi divertivo più come un tempo. Una volta mi bastava poco, un pallone o le sassate alle bottiglie o magari una scorribanda alla vecchia stazione abbandonata. Adesso se non avevo in tasca «l'Espresso» non mi sentivo bene. E la tasca non poteva più essere quella dei pantaloni Facis, ma quella dell'eskimo o del trench. Quell'anno fui promosso con ottimi voti, su tutti uno splendido otto in storia dell'arte (e un sei regalatomi dalla Tasso).

In estate ero solito trascorrere un mese al sud, al paese di mio padre che oltre ad essere comunista era anche meridionale (terrone avrebbe detto Franz, ma dicevano così anche tutti gli altri). E così quell'anno, dopo una sosta a Roma a casa di uno zio che abitava in un casello ferroviario piantato come un fungo in mezzo ai grovigli di binari della stazione di Tiburtina, cercai di non fare solo della villeggiatura ma un po' di "turismo culturale", che era l'antesignano delle "vacanze intelligenti" che erano ancora di là da venire.

A Roma in una settimana costrinsi mia mamma Angelica e mio papà Renato ad un tour de force (il Maestro Paolo Faustino Belletti avrebbe detto un Tour de France, ma sorvoliamo). Costrinsi quei due poveri disgraziati dei miei genitori ed anche mio zio Pasquale ad un itinerario artistico-culturale massacrante, con me nella parte di saccente cicerone, tanto che lo zio Pasquale, seduto sul bordo della Fontana di Trevi disse «Mazza ma che ve siete cresciuti?». L'Angelica era fiera del Mariulin, ma papà Renato continuava a credere che avevo buttato via il mio tempo. Credo lo pensasse anche zio Pasquale che era un ferroviere. A questo proposito gli parlai di Manuele Biancofiore detto Che Guevara e de La locomotiva di Francesco Guccini. Zio Pasquale, stordito dalla canicola di agosto mi disse: «Ma che stai a dì?». Insomma, quelle erano persone limitate ed io ero un essere che stava sperimentando il senso di illimitatezza dell'arte e della poesia. 

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