Ma l'anno scolastico non era ancora finito, sarebbe stato un peccato farlo finire così come quando si chiudono gli ombrelloni, e la festa sembra finita.
Infatti la festa non era finita. Un lunedì durante la lezione di ornato disegnato Bardi ci fece deporre gli strumenti da disegno, incrociò le braccia ci fissò e chiese alla classe: «E se vi si portasse a Firenze?!». In realtà non si trattava di una domanda, era un'affermazione perentoria alla quale non era necessario rispondere. Bardi era fermamente convinto che solo un bagno nella civiltà e nella culla dell'arte italiana potesse fare di noi persone civili. Un po' come un bagno nell'acqua di Lourdes. «Naturalmente», aggiunse «Il programma lo fo io e se ‘un vi sta bene potete andarvi a gettare in Arno tanto di zotici sulla terra ve n'è già troppi». A me piaceva molto questo suo modo velato di dire le cose. La presero male solo le Consapevoli, il cui parere a detta di Franz contava quanto contano gli ornitologi per gli uccelli. Le Sorelle Materassi sorridevano (dalla felicità).
Nelle settimane precedenti alla gita fummo massacrati da Bardi che cominciò dal rogo si Savonarola e finì con Papini e Prezzolini, con una puntatina sull'alluvione di Firenze della quale avevo fatto cenno all'inizio del racconto. Bardi ci ripeté di essere stato un "angelo del fango" e la questione dell'Amintore Fanfani da Arezzo in impermeabilino bianco, ma oltre a questo ci diede anche una ferale notizia: tra gli accompagnatori c'era anche lei, la Perfida Tasso. Andare in gita con la Tasso, come già la gita a Venezia aveva ampiamente dimostrato, era come andare in gita con un rotweiller col mal di denti, comunque accompagnare noi in gita era uno sporco lavoro e qualcuno lo doveva pura fare.
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