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La zia perpetua, oltre che a farle studiare italiano e matematica, le faceva esercitare con la copia dal vero: produssero una quantità abnorme di paesaggi lacustri ed anch'esse assunsero l'espressione da pesce persico che portarono fin davanti alla commissione d'esame. Insomma tutti si stavano preparando spiritualmente per quella prova dura e impegnativa. Tutti tranne il Luserta, Franz ed io. Noi, per motivi diversi eravamo degli outsider. Il Luserta non vedeva l'ora che finisse quel supplizio per andare a lavorare nel bar tabacchi dello zio Pietro. Era uno di quei bar che sono anche negozio di alimentari, tabaccheria, tutto. Un tempo si chiamavano "posterie" ed erano sempre collocate in qualche fetente paese di risaia o in qualche valle dimenticata non solo da Dio, ma anche dal postino. Franz costituiva un caso diverso. Lui al liceo artistico si era divertito un mondo ed era l'unico motivo per il quale continuava a frequentare la scuola. Nel momento che il divertimento fosse venuto meno, avrebbe smesso, infatti non era nemmeno sicuro di andare a sostenere l'esame di maturità. Poi c'ero io. Ero stato catapultato in quello strano universo e mi ero appassionato a tal punto che l'esame era una formalità. L'Angelica e il Renato non potevano certo mandarmi in qualche sorta di ritiro spirituale che non fosse un bagno penale. Mio padre aspettava il mio esame con lo stesso spirito con cui si aspetta uno sfratto. L'Angelica mi aveva preventivamente minacciato che se non avessi passato l'esame non avrei certo potuto perdere altro tempo a ripetere l'anno e mi aveva indicato dalla finestra e col braccio teso la fine della via dove abitavamo; là c'era una bella fabbrica che si chiamava Officina Villa. Lei conosceva la figlia del padrone che aveva partorito nello stesso ospedale. Si chiamava Agnese detta Baslèta a causa della mascella volitiva ed aveva messo al mondo due gemelli che avrebbero sostenuto anche loro, in quell'anno l'esame di maturità all'Istituto Tecnico Industriale “Ettore Villa”. Altro che balle! Se la maturità fosse andata storta i gemelli figli della Baslèta sarebbero stati i miei capi senza colpo ferire. In quegli anni era consuetudine che della commissione di maturità facesse parte un insegnante della classe che era denominato membro interno. A volte sembra che nei ministeri ci sia qualcuno che si metta d'impegno per inventare terminologie di dubbio gusto. Comunque nessuno voleva essere "membro interno" della nostra classe. Tutti accampavano scuse. Monia era assolutamente fuori discussione, lui pensava fossimo una classe di senza classe, insomma non molto chic; niente più che un gruppo di velleitari e parvenus, era evidente. Avrebbe dato la sua disponibilità solo dopo un'epurazione pressoché totale, insomma lo avrebbe fatto solo se ci fosse stato un candidato unico: io. Andrea Bardi credeva fossimo dei bischeri buoni a nulla e sfaticati, me compreso. 

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