«Un genio assoluto che ha saputo fare della teoria verbo-visiva un'opera d'arte. Qui siamo di fronte all'apparente cancellazione del sapere verbale a tutto vantaggio del ritrovamento semantico del sapere visivo. Il suo cancellare è un riportare a galla il "senso" seppellito dal "significato"; insomma la rivincita del significato sul significante», disse Monia che in queste teorie e in questi termini si sentiva come un topo nel formaggio mentre noi ci sentivamo come delle anguille in una padella di olio fritto. Aspettavo la reazione di qualche compagno di classe.
Franz bruciò tutti sul tempo e disse «Se qualcuno deve dire delle stronzate è meglio che ci pensi due volte». L'ammonizione funzionò alla perfezione, infatti a nome della classe Roby Paganelli detta la Rouge disse: «Professore, ci porterà ancora a vedere le mostre? Io detesto venire a Milano per andare alla Rinascente». Il professor Monia restò interdetto e accese l'Habana, si grattò la barba e disse che c'era ancora da vedere un capolavoro, Parallasse 21 ma ormai pace era fatta. Monia era dei nostri.
L'anno scolastico si avviava alla conclusione e inevitabilmente arrivava l'ora delle somme e dei bilanci. Per me c'era in ballo un soggiorno estivo all'estero, nel senso che mio papà Renato e mia mamma Angelica avevano detto che se non fossi stato promosso mi avrebbero mandato a lavorare in una miniera a Marcinelle (Belgio). Per fortuna tutto andò per il meglio e me la cavai con un esame di riparazione a settembre inflittomi dalla professoressa di matematica Milva Pino, con me c'erano anche Franz Mauer, Donato Zanetta, Manuele Biancofiore e una delle Consapevoli che attribuì la colpa dell'accaduto alla lotta di classe (una lotta “in classe” per copiare i compiti di matematica).
Dopo qualche giorno di vacanza mi resi conto che la mia vita, senza il liceo artistico non aveva più senso. Mi sembrava una inutile perdita di tempo. Non avevo voglia né di riposarmi, né di andare al mare ma solo di ritornare al liceo. Fu un'estate inutile. Continuavo a portare i Levi's ad indossare il trench anche a giugno con un afa bestiale, ma non mi sentivo realizzato. Insomma ormai ero entrato nel personaggio e quel luogo prima tanto ostile e strambo mi cominciava a piacere.
Per fortuna l'estate passò e arrivato settembre ritornai in via Micca. La professoressa Milva Pino ci aspettava con uno dei suoi completini color pesca. La professoressa Pino guardava noi ragazzi come la signorina Silvani guardava Fantozzi. Aveva un debole per noi maschi: più diretti, più schietti e, se vogliamo proprio dirlo, più simpatici.
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