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Tra le fandonie più colossali che mi capitò di sentire, c'era senza dubbio la vicenda del falso Van Gogh. Il Maestro perennemente squattrinato, aveva raccontato a tutti di essere in possesso di un piccolissimo acquarello di Vincent Van Gogh e che la firma apposta sulla tela riportasse il solo nome di Vincent, cosa per altro non rara nelle opere del celebre artista. Durante un asta di beneficienza organizzata dal Rotary Club per la raccolta di fondi a favore delle popolazioni travolte da una delle tante catastrofi che si abbattono sul nostro disgraziato paese, confuso tra la folla c'erano anche il Maestro e un amico. Al momento di battere l'opera, venduta ad un facoltoso avvocato della città che la acquistò con un cauto beneficio d'inventario, l'amico seduto accanto al Maestro si alzò e ringraziò l'acquirente presentandosi come Vincenzo di Grottammare, pittore fiammingo moderno detto Vincent. La platea fu presa da un ilare sgomento ma il Maestro, tronfio come un pavone e congratulandosi con tutti, dal banditore al cameriere, per la gioia prese a cantare la cavatina dal Barbiere di Siviglia che, benché intonandosi poco con il tono e lo scopo della serata, riscosse un notevole successo. Franz ribadì la sua opinione: «I veri coglioni siamo noi». Io non raccontai l'accaduto all'Angelica e al Renato per evitare di essere mandato in fabbrica il giorno dopo. Cominciavo a diventare saggio.


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