A questo punto, il mazzo di fiori aveva perso, dal nostro utilitaristico punto di vista, qualsiasi utilità. Luigi Mondini, detto Luserta ebbe, per una volta, un’idea geniale: disdire i fiori. Aderimmo con entusiasmo. In fondo il matrimonio della Pino non era tra le nostre priorità. Com’è noto però il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Infatti mentre Milva Pino si sdilinquiva nei ringraziamenti circondata da tutte le ragazze, tranne le Consapevoli che mantenevano un algido distacco, le Sorelle Materassi chiesero dove fosse il mazzo di fiori “dei ragazzi”. Il Luserta, col tono di chi può spiegare ad un condannato a morte come funziona la ghigliottina, spiegò alla Pino che era stato disdetto. Milva Pino serrò le labbra, si invelenì al punto giusto e disse «Ah ecco…». Franz prese le Materassi per le ascelle e le fece sedere nella vasca della creta. I giorni che seguirono furono turbolenti poiché i genitori delle sorelline volevano adire le vie legali. Per fortuna la Perfida Tasso intercedette per noi e fummo salvati per il rotto della cuffia. L’episodio non guastò i preparativi per la cena di classe di fine anno scolastico, anzi la cena della Maturità che per un adolescente, insieme al servizio militare, faceva parte dei riti di passaggio dall’età adolescenziale all’età adulta. Il liceo artistico faceva un po’ storia a sé ma per tutti coloro che sostenevano la Maturità all’Istituto Tecnico Industriale “Ettore Villa” la fine della scuola coincideva con l’ingresso in fabbrica e lì, si diventava grandi per forza. La fabbrica era l’orizzonte perenne e costante della vita dei miei coetanei nati e cresciuti nel quartiere oltre il ponte della ferrovia. Il liceo artistico era stato per me una vacanza da quel mondo, un tentativo di fuga da un destino segnato. Tra tutti i miei compagni della scuola elementare, solo Franz ed io avevamo avuto l’incoscienza di frequentare il liceo artistico, per gli altri si erano aperte le porte dell’istituto tecnico industriale, per qualcuno l’istituto per geometri o ragionieri e solo per pochissimi ardimentosi il liceo scientifico; il liceo classico lo frequentò solo la figlia della maestra. Ma era evidente che la scelta del liceo artistico era considerata una bizzarria o addirittura una scelleratezza. Io invece ero molto contento del mio tentativo di fuga. Ero contento almeno di averci provato. Per il militare c’era ancora tempo, poiché ero fermamente convinto che avrei dovuto proseguire gli studi, magari la facoltà di architettura oppure un corso di laurea in storia dell’arte. Sognare non costava nulla, lo dissi anche a mio padre che invece molto più prosaicamente disse: «Sognare costa eccome!"
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