Franz mi disse che nello stesso tempo lui aveva messo insieme più di mille fotografie di famose conigliette di «Playboy», ma era evidente
che il materiale fosse di più facile reperibilità.
Diciamo pure tutta la verità, mi interessavano solo le materie umanistiche ed in particolare la
letteratura e la storia dell’arte. Ero nato sotto il segno di Saturno anche se l’Angelica e il Renato
continuavano a dire che il mio posto sarebbe stato sotto il ponte della ferrovia. Si aveva un bel dire
che i genitori devono incoraggiare le aspirazioni dei propri figli, nel mio caso o avevo sbagliato
tempo o avevo sbagliato genitori. Ma non potevo certo pretendere che per chi avesse passato la vita
nei ring, come mia mamma Angelica, la parole arte potesse provocare chissà quale sconvolgimento.
I ring erano macchine infernali del cotonificio dove lavorava l’Angelica. Si trattava di macchinari
che dipanavano il filo del cotone da un rocchetto. Avevano un aspetto inquietante e vagamente
antropomorfo tanto che quando l’Angelica mi mostro una fotografia del suo reparto di lavoro, io
dissi: «Che belli, sembrano le macchine celibi di Marcel Duchamp». Dovetti spiegare all’Angelica
cosa fosse un macchina celibe, ma non fu affatto semplice ma soprattutto la mia affermazione
dimostrava che mi stavo allontanando dal mondo dove i miei genitori erano cresciuti ed avevano
vissuto, per avvicinarmi ad un universo di cui non conoscevano l’esistenza e che, nonostante i miei
entusiasmi e i miei tentativi di coinvolgerli, sembrava loro estraneo, oscuro, ostile. Era un
atteggiamento molto comune tra le persone del “mio ambiente”; l’arte non era qualcosa di serio e
per il solo fatto che poteva anche essere leggera o addirittura frivola, veniva messa nel novero delle
cose “pericolose”. Era contro il senso comune, contro l’utile, in fondo anche contro la morale,
poiché la morale dei poveracci era la stessa dei loro padroni e sfruttatori e cioè che l’uomo è nato
per lavorare e non certo per baloccarsi con simili stramberie e se divertimento doveva esserci,
doveva rientrare negli schemi mentali comuni. Per divertirsi alla domenica c’era la “balera” o il
circolo, al massimo il bar, non certo “l’arte”. In fondo cosa mi aveva detto la bibliotecaria? Ero io
uno zuccone e non volevo capirlo. E ho continuato a non capirlo.
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