cambiare posto per non essere vicina ad un “simile deficiente” (così si espresse), le Consapevoli continuavano a considerare il povero Luigi Mondini un infiltrato delle destre mandato a provocare, le Sorelle Materassi attendevano la risposta del commissario con la più grande naturalezza mentre Libero Borsieri, presente nella palestra per le mansioni di assistenza, strabuzzava gli occhi e aveva infilato un paio di canini nel bocchino della pipa di radica fino a farla urlare dal dolore.
Il primo giorno era dedicato alle cosiddette ex tempore, cioè lo schizzo generale del progetto fatto a mano libera che non poteva poi più essere modificato nel suo impianto di base. L’elaborato veniva messo in una busta trasparente e sigillato. In quella prova si evidenziava la capacità di elaborazione dell’alunno e soprattutto quella di sintetizzare in uno schizzo tutto ciò che poi si sarebbe andato a realizzare nel disegno architettonico. Il secondo giorno quello schizzo sarebbe diventato la base del lavoro; non avere quel disegno d’insieme significava essersi giocati un terzo di tutta la prova di architettura. Franz comparve il secondo giorno e fu circondato da tutti. C’era chi chiedeva spiegazioni sulla sua assenza, chi lo incoraggiava, chi lo commiserava e chi lo piangeva come se non fosse più tra noi. Franz con le mani infilate nei jeans, i capelli sugli occhi ascoltava con attenzione, aspettò che i clamori e le commiserazioni fossero terminarti e disse: «Fatevi i cazzi vostri». A me disse semplicemente che non era venuto il primo giorno perché non ne aveva voglia ed aveva preferito andare a fare una passeggiata sul lago. La qual spiegazione, conoscendo bene Franz, suppongo sia stata assolutamente vera. Franz però, nonostante la strafottenza e l’annoiata indifferenza con la quale affrontava la vita scolastica, era un genio; almeno, lo era quando prendeva in mano una matita. E così sistematosi nel banco da disegno alle spalle di Manuele Biancofiore e dopo aver chiesto un paio di delucidazioni preliminari, si rimboccò le maniche, e non solo in senso metaforico, e appoggiata la punta della matita sul foglio Fabriano non la alzò che a lavoro terminato. E il lavoro terminato era una meraviglia assoluta. L’asilo di Franz sembrava la Casa sulla cascata di Frank Lloyd Wright. Costruzione arditissima, fughe prospettiche da brivido, segno deciso, senza esitazioni, chiaroscuro suggestivo, ambientazione ideale. Franz era carente solo nel giustificare ciò che produceva e nella relazione, una volta eseguito alla perfezione il progetto,
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