Però anch'io nel mio piccolo, con la mia Rolleiflex, nuova di pacca regalatami da papà Renato, dopo la riparazione di matematica a settembre, mi sentivo un fotografo. Immortalavo la periferia del mio quartiere operaio, canali, ferrovie, ciminiere. Insomma ero una dignitosa via di mezzo tra Mario Sironi e Gabriele Basilico.
Monia, naturalmente non ammetteva ammiccamenti verso la fotografia turistica e quel trasbordo diventò una lezione sulla fotografia. Si partì da Camera Work e si arrivò a Roland Barthes con la sua Camera Chiara. «La fotografia ha a che fare con la morte! », tuonava Monia sul vaporino che navigava sul Canale della Giudecca, e ribadiva, «Mentre ci scattano la fotografia ci uccidono, non esistiamo più noi, ma esiste solo il nostro ricordo, la fotografia di noi, la fotografia di noi morti.». Le Belle erano affascinate, le Consapevoli perplesse, le Sorelle Materassi sorridenti, Franz si toccava.
Al nostro arrivo all'approdo della Chiesa della Salute, il professor Bardi dopo alcuni cenni su Baldassarre Longhena, incominciò ad urlare che «S'ha da ringraziare l'ambasciatore del Duca di Mantova che portò la peste a Venezia, che fece sì che poi, pe' voto s'avesse a costruire una tale meraviglia di chiesa come quella che s'ha dinnanzi». Franz continuava a toccarsi, perché tra fotografie di morti e peste bubbonica, la situazione cominciava ad essere psicologicamente pesante. La Collezione di Peggy Guggenheim era lì accanto e dopo pochi minuti eravamo al cospetto del cancello della casa-museo. Manuele Biancofiore, partì male chiedendo: «Suoniamo?», lui pensava sempre a suonare. Bardi, ribadì un concetto abbastanza chiaro, «Siccome 'gli è che voi siete tutti dei somari patentati adesso vi si mette buonini buonini in un cantuccio e vi si passa a prendere tra un paio d'ore; con noi si porta solo holoro che non ci frantumano gli zebedei». Nessuno se la sentì di frantumare gli "zebedei" del professor Bardi o di deludere Monia o Borsieri, quindi armati di santa pazienza ci avviammo alla scoperta della collezione.
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