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Mi sembra superfluo spiegare che fino ad allora io, ma anche buona parte della classe e a ben vedere quasi tutto il liceo, aveva un'idea di spettacolo che partiva dai film di Stanlio ed Olio e finiva al Circo Togni. Un giorno il professor Sebastiano Masselli, lo Scrittore, mentre ci parlava di Karl Valentin e dei cabaret berlinesi, alla mia domanda su cosa fosse un cabaret, mi rispose, «Non quello dei pasticcini». La risposta mi gettò nello sconforto: il cabaret poteva essere quello di Karl Valentin a Berlino quello del Dadaismo a Zurigo ma anche quello della pasticceria Bertagni nel centro della città. Le parole erano ambigue come le immagini, ma ora, dopo tutte quelle martellate di cultura prese sulla testa non avrei certo fatto domande banali o superflue. Così quando i nostri insegnanti ci dissero che ci avrebbero portati a vedere un'opera epocale, mi limitai ad annuire, che era sempre la cosa migliore. Annuiì io, annuirono Consapevoli, Belle, Materassi, persino Franz che però dopo aver annuito fece un rutto.

La seconda sera di permanenza a Venezia fummo portati, adeguatamente catechizzati, e ripuliti a dovere, niente meno che al Gran Teatro La Fenice, dove andava in scena, proprio per la Biennale Teatro-Musica, Ziggurat su musiche di un tipo che rispondeva al nome di Karlheinz Stockhausen. Si trattava di un balletto. Le coreografie erano di tale Glen Tetley, che secondo Monia solo gli analfabeti e i pastori sardi non conoscevano (allora non si andava troppo per il sottile con né con il politically correct, né con il genius loci). Le più entusiaste si dimostrarono le Belle e maledette, molto meno le Consapevoli, indifferenti le Sorelle Materassi, preoccupato il Luserta, nervoso Franz, Biancofiore suonava L'avvelenata. Io non stavo nella pelle perché qualche mese prima Monia mi aveva consigliato di mollare i Pink Floyd (che a me parevano già tanto, visto che nel mio quartiere pieno di calabresi tutti ascoltavano Mino Reitano), per incominciare ad ascoltare musica elettronica e atonale, al massimo dodecafonica. Tranquillizzato dal fatto che avrei potuto dedicarmi anche alla "dodecafonica" dal mattino alla sera nella mia stanza, risuonavano le note (note si fa per dire), di Pierrot Lunaire e dei Gurrelieder di Schönberg. L'Angelica voleva mandarmi dallo psichiatra, papà Renato diceva che sarei diventato un frocio. Invece, dopo un ascolto "matto e disperatissimo" io, unico nella classe e forse nel liceo, ero l'unico pronto per Ziggurat di Karlheinz Stockhausen.

La classe vestita da teatro faceva una figura a dir poco patetica. Ci sistemammo in un angolo della seconda galleria dove i posti erano più economici; prima di entrare Monia, Bardi e Borsieri ci avevano fatto le raccomandazioni di prammatica sulle norme comportamentali da tenere in un teatro di quel genere. 

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