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Le Belle e maledette avevano già sciolto i capelli in preda alla fregola estetico-intellettuale per Monia, delle Materassi sapete già, Franz ghignava, io parteggiavo per Monia. Ormai ero convinto che l'arte non fosse cosa per tutti e più le opere risultavano essere ostiche, più mi interessavano. Avevo compreso, in quei due primi anni di liceo artistico che l'arte non era la spiegazione del mondo, bensì era la domanda dell'uomo verso l'incomprensibilità del mondo. Del resto ormai avevo solo trench in primavera, la T-shirt Fiorucci in estate, giacche di velluto con toppe in autunno ed eskimo in inverno, non vedo come avrei potuto pensarla diversamente. Bevevo il té senza zucchero (come tutti quelli di sinistra, mentre, com'è noto quelli di destra bevevano solo il caffè senza zucchero), citavo Jean Baudrillard ed ero cosciente che la moda non vendeva vestiti o oggetti, ma "segni" e quindi ero a posto. L'unico problema era far capire ai miei genitori che non avrebbero avuto in casa un tornitore ma un intellettuale e che non potevo certo continuare ad andare a giocare la schedina della Sisal per mio padre. Ero portato per altre cose e aspettavo di andare a Parigi altrimenti "sarei vissuto invano" come mi aveva detto Monia dopo una settimana di scuola. Per ora mi accontentavo di Venezia e della casa-museo di Peggy Guggenheim.

Dopo schermaglie ideologiche e filosofiche davanti ad ogni opera, arrivammo nel giardino delle casa. Qui il Professor Borsieri, tenutosi fuori fino a quel momento dall'agone estetico-politico, incominciò a tessere le lodi del mecenatismo statunitense, del collezionismo, di Ernest Hemingway, Dos Passos, Gertrude Stein, Djuna Barnes, del Jazz, fino ad arrivare al concetto più pregnante: ma noi, dove eravamo vissuti? E dove continuavamo a vivere?

Nel bel giardino delle dimora trovava posto anche un anfratto piuttosto curioso, una specie di hortus conclusus (come ricorda Wittgenstein "i limiti del linguaggio sono i limiti del mondo" ed io mi avviavo a non averne più). Il Luserta mi chiese cosa fosse un hortus conclusus, ed io, che ormai mi consideravo appena un gradino sotto Monia (in fondo non fumavo ancora l'Habana, non avevo la Montblanc e non ero ancora stato a Parigi), dissi: «Senti Luigi, non puoi pensare sempre e solo che l'orto sia quello di tua sorella Fiammetta e che i frutti dell'orto siano solo i rapanelli e i finocchi, con rispetto parlando». Il Luserta che era un rozzo, giocava ancora al pallone, non andava al Cineforum e fischiava dietro alle donne, mi guardò e mi rispose che lui avrebbe voluto fare il ragioniere, ma la fermata dell'autobus era scomoda...Comunque nell'hortus conclusus, era stato allestito un cimitero per cani. 

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