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Della mia classe non mancava nessuno, nemmeno le Sorelle Materassi che oltre al solito sorriso ebete sfoggiavano anche un bel fazzoletto rosso triangolare che ricordava più Pecos Bill che non un partigiano della Valsesia. Eravamo perfettamente allineati e marciavamo compatti. Gli slogan si susseguivano, ritmati alla perfezione dagli operai delle prime file ed imitati dalle garrule voci degli studenti. Davanti a me si era piazzata la Rouge e al suo fianco il mio compagno Manuele Biancofiore detto Che Guevara visto che suonava la chitarra ed aveva la barba. La Rouge gli diceva in continuazione di assumere uno sguardo più militante. Lui annuiva e corrucciando lo sguardo cercava di somigliare ad Ernesto Guevara detto il Che anche se in realtà sembrava Garibaldi Giuseppe detto “l'eroe dei due mondi” la cui statua con la sua faccia di bronzo guardava il corteo sfilare dal piedistallo al centro della piazza.

La manifestazione aveva molti scopi, andavano dal rinnovo dei contratti dei metalmeccanici alla riforma della scuola. Come potevano coesistere tante motivazioni così diverse tra loro?
Era un'abitudine di quegli anni. Si mangiava pane e politica, parafrasando Totò, solo politica perché il pane era poco (soprattutto nelle case degli operai). Questa pluralità di obiettivi nelle lotte veniva riassunta e teorizzata nella formuletta: Tutto è politica. C'era sempre qualcuno, nei dibattiti, nelle assemblee, nei volantini che diceva che "anche guardare fuori dalla finestra era un atto politico". Io guardavo spesso fuori dalla finestra, soprattutto al liceo e in quel momento mi spaccavo la testa per individuare cosa avessi fatto di tanto politico, ma essendo stato sempre un insicuro, immaginavo che i "compagni" avessero ragione sempre e su tutti i fronti. Quando la professoressa di matematica Milva Pino mi richiamava perché ero distratto io rispondevo che stavo facendo politica.

Nel corteo scorgevo i miei insegnanti; c'erano quasi tutti i politicizzati ma seguivano il corteo con vari atteggiamenti. Il professor Monia se ne teneva leggermente al di fuori e portava con sé una macchina fotografica che sembrava una scatola di scarpe, era un parallelepipedo nero e lui ci guardava dentro dall'alto; qualche mese dopo venni a sapere che era una Rolleiflex e che costava quanto tutto l'arredamento di casa mia. Era la macchina di chi capiva qualcosa di fotografia, gli altri usavano la Kodak Instamatic o la Polaroid. Più avanti c'era Libero Borsieri, vestito da architetto con l’inseparabile papillon e sopra l'abito grigio un trench (che a casa mia si chiamava impermeabile, capo da ricchi poiché dava fastidio se faceva caldo e non era sufficiente se faceva freddo, l'Angelica diceva che era "un di più"). 

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