Io che non avevo mai studiato il francese (ma avevo studiato poco anche l'inglese), chiesi a Roby Paganelli detta La rouge, che cosa volesse dire quello slogan, la Paganelli mi disse che se invece di andare all'autoscontro a fianco alla chiesa avessi frequentato di più il Boulevard Saint Michel al momento giusto non sarei rimasto così somaro e codino. Chiesi cosa fosse il Boulevard Saint Michel e la La rouge mi rispose che non se sapevo nemmeno cosa fosse il Boul Mich voleva dire che ero ancora preda di un complesso edipico del quale non riuscivo a liberarmi. Così nel pomeriggio a casa, sull' Enciclopedia "Conoscere" provai a cercare "complesso edipico" e "Boulevard Saint Michel", dovevo necessariamente colmare le lacune della mia preparazione politica. Riuscii a scoprire che il complesso edipico era una teoria del dottor Freud (ancora lui), quando succedeva che il bambino voleva fare l'amore con la mamma e uccidere il papà. In casa mia era il papà che quando si incazzava voleva uccidere l'Angelica ed il bambino, cioè io, voleva solo uscirne senza fratture. Comunque avevo capito. Invece il Boulevard Saint Michel era una strada di Parigi dove gli studenti avevano dato fuoco a tutto quello che trovavano per contestare i loro professori all'università e naturalmente, la società capitalistica. Insomma non riuscivo a togliermi di torno Parigi; prima il professor Monia ora Roby Paganelli detta la Rouge, tutti mi facevano capire che senza Parigi non si poteva capire niente del mondo. Probabilmente avevano ragione loro.
Intanto in quelle settimane la professoressa Ferrarese continuava imperterrita il suo giro di interrogazioni, giunse quindi anche la volta del mio amico Franz Mauer. In questo caso però, per agevolare l'interrogazione di Franz non si scomodarono né i regimi dell'America Latina, né Freud. Manuele Biancofiore, Donato Zanetta, Luigi Mondini detto Luserta ed io, architettammo qualcosa di meno impegnativo da un punto di vista ideologico. La campanella avrebbe dovuto salvare Franz da un'interrogazione troppo dettagliata e troppo prolungata nel tempo. Il nostro compagno Luigi detto Luserta (“lucertola” perché amava sonnecchiare al sole che filtrava dalla finestra), trovò la soluzione. Lui aveva una nonna, la Tugnina, che abitava in campagna e quando non si svegliava col canto del gallo (anche perché il gallo era morto anni prima), usava caricare una vecchia sveglia. La sveglia quando suonava assomigliava molto alla campanella della fine dell'ora che spesso era l'unico sussidio didattico di cui eravamo dotati noi somari. Somari sì, ma somari di genio. Luserta infatti chiese di uscire per motivi fisiologici e munito della poderosa sveglia, dopo qualche istante andò a posizionarla sulla doppia porta che separava il corridoio dall'aula detta di "materie culturali" che era al primo piano del retro del teatro. Circa sette minuti prima della fine della lezione un fragoroso suono di sveglia-campanella fece vibrare la porta d'ingresso salvando dal supplizio il povero Franz.
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