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Quindi con massima disperazione di papà Renato dovetti aggiungere alla già nutrita lista dei libri scolastici i seguenti volumi: 1. Leonardo Benevolo, Corso di disegno cinque volumi di teorie, concetti, strategie senza nemmeno un disegno che è uno. 2. Lewis Mumford: Storia della città, seicentotretanove pagine dove si spiega succintamente perché il proletariato urbano avrà la meglio sui padroni. 3. Nikolaus Pevsner, Storia dell'architettura europea che dice che l'architettura è come una clava che i borghesi hanno sempre dato sulla testa ai proletari. 4. Marx-Engles: Scritti sull'arte, dove si dice che non è la coscienza dell'uomo a determinare la sua condizione ma la sua condizione a determinare la sua coscienza e che quindi le opere d'arte sono fatte da quelli con i soldi per quelli con i soldi. 5. Attilio Marcolli, Teoria del campo, anche se il titolo inganna non è un trattato di agricoltura biologica ma un libro di geometria e percezione visiva che dice che il campo è tutto ciò che ci circonda, ma per dirlo usa due volumi di mille pagine. 6. Dulcis in fundo la panacea di ogni male la famigerata Storia sociale dell’arte di Harnold Hauser, croce e delizia di ogni studente di quegli anni, il testo che diceva che l’arte non sta sotto una campana di vetro in un bel museo ma che è sempre stata nelle strade, nelle piazze e nelle fabbriche (mio papà Renato in fabbrica non l’aveva mai vista ma lui era un po’ distratto). E così eravamo sistemati per le feste di Natale ma a occhio anche per quelle di Pasqua e tutte quelle comandate. Tavola di Mendelev, chetoni, amminoacidi, stechiometria, ossidoriduzioni e tutto il resto; è risaputo che chi sceglie un liceo artistico non ami particolarmente la chimica. Ma questo non giustifica il fatto che anche il destino si debba accanire sul povero malcapitato studente. E su di me e su di noi tutti della prima B sembrava proprio accanirsi l'ira del destino. La prova arrivò poco prima di Natale quando finalmente fu nominata l'insegnante di chimica. Arrivò in ritardo, non solo per via della nomina ma anche perché l'acqua del Ticino era alta. Già perché lei per arrivare in città attraversava il Ticino su una barca come Lucia Mondella sul lago di Como. Il barcaiolo la traghettava da una parte all'altra del fiume perché lei potesse prendere il treno in una piccola stazione e arrivare in città. Ce lo disse subito, come a giustificarsi dei ritardi presenti e futuri. Aveva con sé un bagaglio con rotelle, ma non era un trolley, oggetto sconosciuto negli “anni di piombo”, era un carrello della spesa, una sportina con le ruote come se ne vedono nei mercati di tutta la penisola trainati da massaie che vanno a fare la spesa. Anche l'Angelica ne aveva uno, ma non lo usava, perché si vergognava e diceva che così sembrava una di paese. Lei invece, la professoressa Emilia Ferrarese ne andava fiera. Ci tolse subito da ogni imbarazzo aprendo il misterioso carrellino ed estraendo, oltre che ai libri di chimica organica ed inorganica, anche una specchiera rococò che serviva per truccarsi. 

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