Borsieri aveva la pipa tra i denti e dal trench spuntava "Il Manifesto" che era un giornale il cui titolo si rifaceva direttamente al Manifesto del Partito comunista di Carlo Marx ma che anche dalle dimensioni sembrava proprio un manifesto tipo quelli della partita con su scritto: Pro-Vercelli-Casale. Anche Andrea Bardi era dei nostri, lui che aveva preso a palle di fango Fanfani non poteva mancare. Teneva sotto braccio una delle Belle e maledette, Sara Pitigliano (che Franz diceva che aveva sempre il c... in mano, non per niente era una bella e anche un po' maledetta). Fu a metà manifestazione che il corteo esplose all'unisono nel più famoso slogan di quegli anni: «Studenti, operai, uniti nella lotta!». Fu ripetuto decine di volte e sembrava che le case dovessero crollarci sulla testa per quanto forte urlava la gente. Era lo slogan più stupido che avessi mai sentito. Gli operai lottavano per avere mille e cinquecento lire di aumento, le Belle e maledette per poter continuare a fare le strafighe, i professori per poter insegnare quello che gli pareva, le Consapevoli per cazziare gli uomini e io? Io avevo i miei jeans Levi's, avevo imparato a leggere l'Umberto Eco e compravo «L'Espresso»: per me poteva anche bastare così.
La manifestazione si concluse nella Piazza dei Martiri a pochi metri dalla sede del liceo artistico, quasi a simboleggiare una continuità tra le lotte dei lavoratori, gli studenti, i martiri della Resistenza (a cui era dedicata la piazza) e, perché no, il liceo artistico la scuola senza riscaldamento più calda della città. Sul palco allestito a fianco del liceo salirono le persone che per tutti i miei anni giovanili ho sempre sentito parlare: un rappresentante dell'ANPI, un sindacalista della CGIL, un operaio della FIAT, un rappresentante degli studenti. Il comizio politico degli anni Settanta era un capitolo del sussidiario: dalle vedette partigiane che con la neve portavano i messaggi su e giù per le montagne, agli operai che durante la guerra occupavano le fabbriche per difendere il posto di lavoro, ai docenti che sottopagati e repressi in una scuola borghese diventavano ingranaggi nella costruzione del capitalismo, fino alle donne che avevano preso coscienza e avevano buttato l'uncinetto dalla finestra per brandire la bandiera rossa. Insomma il comizio era un capitolo di storia leggermente compattato. Lalla De Ambus salì sul palco e con piglio deciso prese il microfono. Io ero al centro della piazza orgoglioso di essere un compagno di scuola di Lalla che stava per incantare la piazza. E la piazza restò incantata. Sì perché secondo me Lalla De Ambus di politica non capiva un accidente ma era una grande, grandissima attrice ed interpretò il ruolo alla perfezione. Scelse il filone sol dell'avvenire con tramonto su Woodstock. Nel suo discorso riuscì a cacciare di tutto dalla Resistenza al cottimo dal carovita alla scuola di classe, dall' io-sono-mia a Woodstock appunto (sì, proprio il concerto dell'agosto del 1969).
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