Il professore depose per terra i seguenti oggetti: una penna stilografica Montblanc Masterpiece nera e di dimensioni smisurate (anch'io avevo una penna stilografica ma era un'Aurora di madreperla bianca regalo della Prima Comunione che si accompagnava benissimo con i pantaloni Facis), un accendino d'acciaio Zippo caricato a benzina, una copia de «L'Espresso» e un gigantesco volume di un tale che si chiamava Umberto Eco con un titolo che mi metteva la stessa ansia di quando ero andato a fare la vaccinazione e vidi nelle scaffale del dottore i prontuari delle medicine: Trattato di semiotica generale. Avevo già le palpitazioni. Il professor Monia subentrò al professor Lander nella materia figura disegnata che vale la pena di spiegare è la copia dal vero della figura umana per esempio calchi in gesso o modella vivente; ma Monia era un "sessantottino" e, naturalmente, non si accontentava di seguire il programma ministeriale, anzi lo disprezzava profondamente e ce lo disse subito. Il problema era che né io né il resto della classe sapevamo chi fosse o cosa fosse esattamente un programma ministeriale. Il programma ministeriale in quegli anni conteneva le indicazioni sui programmi scolastici da svolgere nei vari anni e per le varie materie, insomma una specie di Bibbia. Solo che un “sessantottino” non vedeva l'ora di dare fuoco, oltre che a barricate e auto in sosta, anche a bibbie di qualsiasi tipo e il professore Monia non faceva certo eccezione. Così ci disse che siccome disegnare il Torso del Belvedere o la modella vivente ci avrebbe portato direttamente o a dipingere il Vesuvio fumante nelle pizzerie o a fare i "madonnari", lui aveva deciso di dare una svolta ai programmi di studio e di cominciare dall'introduzione della "semiotica". Insomma avrebbe alternato la copia dal vero alla lettura di quel terrificante volumone che avevo visto per terra sulla moquette blu. Quando cominciò a parlare il suo sguardo si fissò sul mio (temo avesse notato che indossavo i pantaloni Facis e non i Levi's d'ordinanza ma forse era una mia impressione).
Parlò di tante cose delle quali mai avevo avuto notizia, ma poi il discorso si andò ad incanalare su quelli che lui definiva "fatti estetici", sì perché Monia, prima di pronunciare il termine "arte" ci pensava due volte e aveva una naturale diffidenza per molti suoi colleghi che definiva pitur". E così il discorso anzi l'excursus su ciò che contava nelle vita (quello di cui si occupava lui), e quello che non contava (quello di cui si occupavano tutti gli altri), si avviava alla conclusione con una domanda rivolta a me che fece ammutolire la classe intera: «Tu, per esempio, quando sei andato a Parigi l'ultima volta?». Come quando ci si accorge che la canoa dove si è seduti si sta dirigendo verso le cascate del Niagara, capii di non avere vie di fuga, l'unica sarebbe stata quella di dire la sacrosanta verità: «...Ma io non sono mai stato a Parigi...». Non avrei potuto scegliere risposta peggiore.
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