Io, ormai sempre più addentro la politica e al suo linguaggio, me ne uscii con uno slogan che usai anche contro l'Angelica prendendomi un ceffone sulla faccia; qui però sembrò funzionare poiché, qui, in 1^B, c'era coscienza politica. Così proposi l'anarchico una risata la seppellirà. Decidemmo per una battaglia “situazionista” (avevo letto anche Guy Debord andando su e giù col pullman da casa a scuola). Cominciammo un attacco simultaneo e continuativo alla professoressa Ferrarese fatto di scherzi “da prete” come si sarebbe detto allora. La Ferrarese all'inizio di ogni lezione si muniva di una piccola bacchetta di legno o di un righello per dare mazzate terrificanti sulla cattedra quando la situazione stava per sfuggirle di mano. Al suo ingresso in aule con carrettino e cane Trinacria al seguito, chiedeva a qualcuno dei maschi della classe di portarle una bacchetta che noi cercavamo in giro per la scuola. Franz fu il primo a portarle un succedaneo di una bacchetta: lo scopino del cesso. La Ferrarese non ebbe nulla da obiettare tranne che lo scopino sbattuto sulla cattedra faceva poco rumore e rilasciava sostanze organiche e quello non era nel programma visto che si faceva chimica inorganica. Naturalmente toccò anche a me. Mi procurai, sporgendomi dalla finestra, un ramo di un albero che cresceva sul viale. Il ramo era nodoso e assolveva bene al suo scopo ma la corteccia lasciava troppi frammenti sul pavimento e
la Ferrarese dava i primi segni di cedimento. Ma non era finita qui. Appariva necessario, come si diceva in una vera democrazia, sentite tutte le componenti della classe, assestare il colpo di grazia (come dicevano i Tupamaros), a quella forma degenerata di persecuzione. La professoressa Ferrarese infatti aveva una concezione delle interrogazioni di tipo poliziesco. Le Consapevoli l'avevano più volte accusata di condurre gli interrogatori in maniera molto simile a quelli della polizia di Pinochet (non si sa come, ma le Consapevoli sapevano sempre tutto di servizi segreti, polizie, regimi liberticidi, dittature). Il giorno dell'interrogazione di una delle Consapevoli più logorroiche, Tiziana De Collibus detta Ibarruri, scattò la contestazione. La Ibarruri incominciò una filippica sulla repressione, sulla didattica autoritaria figlia di una società capitalista e maschilista malata fin nelle sue radici. Furono tirati in ballo Proudhon (quello che diceva che la proprietà privata era un furto) e il Dottor Freud (quello col chiodo fisso); la professoressa Ferraresi fu travolta da un diluvio di parole che vennero alla fine sublimate da uno slogan ritmato da tutte le Consapevoli e da gran parte della classe: «C'est ne que un dèbout continuons le combat».
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