Chi era? Avevo provato a chiederlo al professor Bardi, ma anche se ormai da qualche settimana indossavo un bel paio di Levi's, fui guardato con lo stesso disprezzo che avevo riscontrato negli occhi del prof. Monia. Bardi non fu meno brusco e alla mia domanda tuonò: «Gli è il più grande studioso d'arte moderna! Ma dico io, dove sei vissuto fino a ridurti costì, in una porcilaia?!». Insomma tutti gli indicatori didattici mi facevano comprendere che fino a quell'anno ero vissuto inutilmente.
Qualche giorno dopo avevo tra le mani il De Micheli con la sua copertina arancione edito da Feltrinelli. Il professor Bardi incominciò a leggerlo dalla prima pagina. Arrivò anche il momento di Bianco su bianco di Kazimir Malevic. Il professor Bardi non amava il quieto vivere, quello che permette ad un insegnante svogliato e una classe distratta di convivere pacificamente. No, lui amava la sfida e noi amavamo raccoglierla, in particolare le Consapevoli del proprio ruolo che incominciarono ad accapigliarsi con il professor Bardi e ad inveire contro il Suprematismo, sintomo della decadenza e della inutilità delle avanguardie nella lotta di classe e accusando il professore stesso di avere una concezione dell'arte di stampo borghese. Ma Bardi non era tipo da farsi mettere all'angolo e con uno scatto d'ira sbatté violentemente il De Micheli sulla moquette blu, urlando che eravamo una classe di estremisti e che l'estremismo, come diceva Lenin, era la malattia infantile del comunismo. Per me il comunismo era la Festa dell'Unità del mio quartiere e quindi tacevo, anche se adesso con i Levi's mi sentivo molto più sicuro di me stesso. Ma su Bianco su bianco vollero dire la loro anche le Belle e maledette che tra il bianco del soggetto e il bianco del fondo ci vedevano un sacco di sfumature, ma ci vedevano anche i loro sogni, i loro desideri e perché no, le loro aspirazioni, tutto dentro quel quadrato bianco. Era evidente per loro che il bianco aveva una profondità e una grandezza spirituale proprio “suprema”. Le Sorelle Materassi si limitavano a sorridere e il professor Bardi si rivolse a me, unico fuori dalla mischia e mi disse: «E tu?». Ormai avevo i Levi's e la giacca scamosciata con le toppe ai gomiti, persi ogni freno inibitore e mi lanciai in un roboante «Boh...». Eh no! Poteva starci la contestazione, poteva transigere su tanto immotivato entusiasmo e per il trasporto un po' eccessivo delle Belle e maledette persino ignorare il sorriso ebete delle Sorelle Materassi, ma il mio "Boh" sembrava l'Enola Gay che sganciava la bomba su Hiroshima. «Ma che-te-tu-ti sei rincoglionito?! Che significa boh? Che te-tu-mi vuoi menar pe' culo?!» Venni accusato di essere nell'ordine un'ameba, un perdigiorno, un incosciente, un somaro e persino, in fondo in fondo, anche un vizioso che passava i pomeriggi sui giornaletti sconci anziché dedicarmi al Suprematismo.
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